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Dal numero 2/19
Carlo Tullio-Altan
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Carlo Tullio-Altan (1916-2005) è stato il primo professore ordinario di Antropologia culturale dell’università italiana, avendo vinto la cattedra a Firenze nel 1972, in una commissione presieduta da Norberto Bobbio. Solo dieci anni prima era entrato nell’università italiana ottenendo una libera docenza nella stessa disciplina, a Pavia, dove era stato chiamato da Remo Cantoni. L’ingresso tardivo nell’accademia era dovuto solo in parte agli eventi bellici: dal 1938 al 1943 Tullio-Altan era stato ufficiale di cavalleria; successivamente aveva partecipato alla Resistenza nelle file del Partito liberale. All’inizio degli anni Cinquanta aveva trascorso lunghi periodi all’estero per approfondire gli studi filosofici. I soggiorni a Vienna, Parigi e Londra lo avvicinarono agli studi degli antropologi e degli etnologi delle varie scuole, che diedero una svolta alla sua ricerca, riorientandola.

L’esito di questa lunga stagione di studi fu la pubblicazione, nel 1960, de Lo spirito religioso del mondo primitivo, l’opera pubblicata dal Saggiatore che segna il passaggio dagli interessi strettamente filosofici a quelli antropologici. Negli anni successivi – gli anni turbolenti della Trento del 1968, quelli più tranquilli di Firenze e, a partire dal 1978, di Trieste – la sua sistematica riflessione antropologica continua ad approfondirsi attraverso due opere sistematiche: il Manuale di antropologia culturale (uscito da Bompiani nel 1971) e Antropologia. Storia e problemi del 1983, poi ampliato nel 1985 (Feltrinelli).

Dopo l’uscita a malincuore nel 1991 dall’università, che lo priva della «palestra» del quotidiano contatto con gli studenti, Tullio-Altan continua ad approfondire i temi che hanno alimentato la sua passione intellettuale e civile. Lavora sulla polarità concetti-simboli (Soggetto, simbolo e valore, Feltrinelli, 1992) per dimostrare la dualità dei processi di conferimento di senso al mondo da parte degli esseri umani: il patrimonio dei concetti consente al singolo di costituirsi soggetto mediante l’oggettivazione del mondo secondo un criterio di utilità (nozione affine alla «domesticità utilizzabile» di Ernesto De Martino). L’esperienza simbolica consente invece all’essere umano di costituirsi soggetto – e di conferire senso a sé stesso e agli altri – mediante il farsi mezzo, l’identificarsi in un fine e agire di conseguenza nella prospettiva del dover essere. È il mondo dei valori, della fede religiosa, delle identità collettive. Una messa a punto che apre prospettive assai interessanti, consentendo, ad esempio, di prendere sul serio anche processi degradati tipici della società di massa, quando alimenta processi di trasfigurazione simbolica e identificazione con, ad esempio, divi del cinema o dello sport.

 

[L'articolo completo, pubblicato sul "Mulino" n. 2/19, pp. 319-323, è acquistabile qui]

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