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Dalla parte dei libici, per una volta
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Sono ormai dieci giorni che l’offensiva militare guidata dall’esercito di Khalifa Haftar cinge d’assedio Tripoli. Le notizie delle operazioni militari arrivano a singhiozzo dalla Libia, frammiste ad altre che parlano di “caos libico” e migliaia di migranti pronti a prendere il mare per arrivare in Italia. Come sempre si parla di Libia per parlare d’altro: la nostra sicurezza, i nostri interessi energetici e poi l’immancabile invasione dei migranti. Non si parla mai dei libici, non solo o non tanto di quelli che stanno facendo la guerra, ma soprattutto di quelli che la stanno subendo. È notizia di ieri che le truppe di Haftar hanno lanciato alcuni missili Grad (BM-21) su dei quartieri civili e densamente popolati di Tripoli (Abu Salim, Khallet al-Furjan, Saladin e Saba'a), dove – come ho potuto verificare io stesso – non vi è nessun obiettivo militare. Molto probabilmente la battuta d’arresto che le truppe di Haftar hanno subito nel tentativo di occupare Tripoli da parte dei gruppi armati di Misurata ha portato a una ulteriore escalation, dove è evidente il tentativo di superare l’impasse attaccando in modo indiscriminato la popolazione civile e facendo così risultare in modo evidente l’incapacità del governo di Accordo nazionale di garantire la sicurezza della capitale e dei suoi abitanti. Il bilancio di quello che l’inviato speciale delle Nazioni Unite per la Libia, Ghassan Salame, ha definito un atto criminale è pesante: 14 civili morti e 40 feriti.

Le ultime agenzie di stampa parlano di un numero di civili in fuga dalla capitale in rapidissimo aumento. In pochi giorni si è passati da circa 8 mila sfollati a 25 mila. Si tratta di civili libici ai quali si possono sicuramente aggiungere anche i lavoratori stranieri presenti nella capitale, molti dei quali sono sistematicamente imprigionati nei centri di detenzione per migranti irregolari. Nella narrativa eurocentrica che pervade le informazioni e i commenti sulla crisi in Libia si continua a distorcere la realtà, parlando di migliaia di migranti pronti a invadere l’Italia e l’Europa. La realtà è un’altra.

La maggior parte dei cosiddetti migranti sono lavoratori stranieri residenti in Libia che vengono sistematicamente discriminati, sfruttati e incarcerati anche e soprattutto a causa delle politiche di contenimento dei flussi migratori volute dall’Italia e dall’Europa sulla base della presunzione che queste persone vogliano tutte attraversare il Mediterraneo non appena ne abbiano occasione. Al contrario, la maggioranza delle persone che stanno scappando dalla guerra a Tripoli non solo sono per la maggioranza libici (in fondo in Libia ci vivono ancora più libici che “migranti”), ma cercheranno rifugio soprattutto in Tunisia, come accadde già nel 2011. Non è infatti un caso che le autorità tunisine abbiano chiuso il confine con la Libia dall’inizio della crisi.

A soffiare sulle paure europee non sono solo in modo del tutto irresponsabile i politici di casa nostra, ma anche quelli libici. Ha avuto una grande eco la dichiarazione di ieri rilasciata dal capo del governo di Accordo nazionale, Fayez al-Sarraj, che ha parlato di oltre 800 mila persone pronte a prendere il mare, tra cui possibili terroristi libici e stranieri. Una simile dichiarazione dimostra bene come i contendenti libici hanno ormai imparato a utilizzare, da una posizione contrattuale forte, il rapporto con l’Italia e l’Europa. La minaccia di partenze di massa che mai vi saranno serve all’obiettivo vero di al-Serraj di ottenere maggiore appoggio politico e militare dall’Italia e dall’Europa per il suo governo sempre più in crisi. La guerra in Libia non è un caos e rimane tale solo per chi non ha le competenze e la capacità di comprenderne e spiegarne i complessi meccanismi politici, economici e culturali. La guerra in Libia è sicuramente un conflitto che si è via via trasformato sempre più in una guerra internazionale tra i contendenti libici e i rispettivi referenti e alleati internazionali. 

Il governo centrale e la capitale sono la posta in gioco di una lunga guerra che dal 2014 oppone Haftar a Misurata e i loro rispettivi alleati libici e internazionali. L’Europa su questo è divisa e, giustamente, si è dato molto risalto in questi giorni al coinvolgimento francese nel sostegno militare ad Haftar, che fu rivelato fin dal 2016 quando un elicottero di Parigi venne abbattuto in Cirenaica e alcuni militari francesi persero la vita. Notizia dell’altro ieri è quella del fermo alla frontiera tunisina di alcuni agenti francesi che stavano rientrando dalla Libia con armi non dichiarate all’interno di un convoglio diplomatico. Quello che invece non si dice spesso sulla stampa italiana è che anche l’Italia è presente sul campo a sostegno delle forze di Misurata. Nel 2016 l’Italia dispiegò un dispositivo militare non lontano dalla città tripolitana con il compito prioritario di installare un ospedale da campo per curare i feriti delle truppe di Misurata allora impegnati nella lotta contro l’Isis a Sirte. La base aperta con la “Missione Ippocrate” non è mai stata chiusa e dal gennaio 2018 è stata inserita nel quadro della “Missione bilaterale di assistenza e supporto in Libia”. Oltre a curare i feriti, i nostri militari hanno addestrato le truppe di Misurata e continuano ad avere un ruolo di consiglieri militari. Allora la domanda sorge spontanea: perché gli italiani sì e i francesi no? Perché noi stiamo dalla parte “giusta”?

Tra il 17 e 18 dicembre 2018 un cargo proveniente dalla Turchia scaricò nel porto di al-Khoms, non lontano da Misurata, un carico di 4 milioni e 200 mila munizioni che, come denunciò allora Haftar, potevano essere sufficienti a uccidere l’80% della popolazione libica. La Turchia era ed è, infatti, uno dei grandi sponsor internazionali di Misurata insieme al Qatar, mentre Haftar può contare sull’appoggio di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto e Russia. Blindati e truppe egiziane sono state fotografate in operazioni condotte in territorio libico, gli Emirati hanno una base non lontano da Bengasi, mentre proprio gli ultimi giorni di guerra hanno sempre più rivelato il legame importante tra Hafar, Arabia Saudita e Russia. Difficile dire allora chi siano i buoni e i cattivi in questo scenario. Il progetto di Haftar è quello di un governo militare, con una soluzione per la crisi libica simile a quella dell’Egitto di ʿAbd al-Fattah al-Sisi, mentre Misurata e la sua dirigenza politica per essere parte del network internazionale dei Fratelli Musulmani propendono per uno Stato nel quale sia l’Islam ad avere la centralità. La situazione sul campo non degli ultimi 10 giorni, ma degli ultimi 4 anni, ha ampiamente dimostrato che la crisi libica difficilmente può avere una soluzione militare: Haftar è dal 2014 che tenta di occupare Tripoli senza mai esserci riuscito, così come pare poco realistico che Misurata sia in grado da sola di controllare l’intero Paese. Senza dubbio a pagare il prezzo più alto di ogni guerra sono sempre i civili.

Occorre una soluzione politica. In un quadro sicuramente difficile, è allora una notizia molto positiva la dichiarazione del presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte (arrivata alla fine di una telefonata con il presente americano Donald Trump) che ha escluso ogni possibile intervento militare in Libia. La via politica alla crisi in Libia deve partire dal tentativo di includere nelle trattative tutte le parti, non solo quelle maggiormente e meglio armate, a partire dagli sconfitti del 2011. Tuttavia le ingerenze esterne sono ormai tali che, anche nell’ipotesi di una soluzione politica, difficilmente la Libia potrà sfuggire da una situazione di limitazione e tutela della sua sovranità internazionale. Per scongiurare una permanente ingerenza esterna negli affari libici, occorre che siano prima di tutto i libici a ritrovare una loro unità e a limitare così le interferenze esterne. A un progetto come questo dovrebbe dar credito chi dentro e fuori la Libia ha veramente a cuore la pace e il benessere dei libici.

[Ph.: Antonio M. Morone]

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