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Cronache di un fratricidio correntizio
Ignazio Marino e il Pd romano
rubrica
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Sarebbe troppo facile scomodare Romolo e Remo per rendere in metafora la vicenda politica di Ignazio Marino, e del suo rapporto con il partito che ha determinato la fine dell’esperienza della sua giunta. L’assoluzione dell’ex sindaco, accompagnata dalla contestuale rivendicazione politica della sua defenestrazione da parte di Matteo Orfini e di Matteo Renzi, svela la dinamica psico-politica ricorrente del Partito democratico, ovvero quella del fratricidio. Sarebbe però complicato ridurlo a uno schema a due (quello, appunto, di Romolo e Remo); come era stato descritto nel 2015 dal rapporto di Fabrizio Barca sullo stato del Pd romano, le componenti originarie della famiglia di quel partito erano almeno cinque: “La cronaca politica ci racconta, nel 2007, della nascita del Pd come espressione di divisione correntizia, privo di amalgama. Spazio a due correnti Ds, due correnti della Margherita, una corrente per le liste civiche (dentro un pulviscolo di grumi di consenso personale, compreso quello di ex esponenti di Forza Italia)”.

In una certa misura, anche se in modo relativo e temporaneo, Renzi stravolge il quadro con la vittoria alle primarie del dicembre 2013, sei mesi dopo l’elezione a sindaco di Ignazio Marino: mutano i rapporti di forza, poiché riemerge il campo degli ex luogotenenti di Rutelli (Paolo Gentiloni e Roberto Giachetti, ovvero una componente peculiare della Margherita romana, spesso in conflitto con i colleghi ex popolari) e si rinvigorisce la storica minoranza dei Ds degli orfiniani ex dalemiani, in lotta eterna con la componente bettinian-zingarettiana. Il quadro, in realtà, sarebbe ancora più articolato e complesso in virtù dei reali meccanismi di funzionamento del micro-notabilato politico romano, ma si perderebbe di vista il tema principale: quando e perché alcune leadership del Pd decisero di sacrificare, o non aiutare, Ignazio Marino.

L’amalgama di partito, a sei anni di distanza dalla creazione del Partito democratico, era ancora assente (quanto questo elemento, e perché, sia endemico a tutto il Pd è tema che non si approfondirà qui). In assenza della funzione calmierante e federatrice di un sindaco che può placare la conflittualità interna, tramite la propria leadership politico-istituzionale e un uso sapiente dello strumento dello spoil system, il Pd era arrivato alle elezioni del 2013 senza un piano e un progetto per la città.

In questo senso, il Pd paga la colpa di non aver costruito dai banchi dell’opposizione la riflessione e il progetto alternativo al “contro modello Roma” di Gianni Alemanno: un punto di forza della classe dirigente del centrosinistra, che nel 1993 aveva riconquistato la città dopo otto anni di opposizione, era stato quello di ripensare a fondo la città e individuare gli attori che avrebbero dovuto animare il cambiamento. Certo: non era la Roma della crisi strutturale post 2008 (crisi dell’economia del mattone, dei consumi, degli investimenti pubblici, delle istituzioni), ma l’occasione è stata persa. Anzi, sprecata, tra paralisi correntizie che ingolfano chi ancora mostra buona volontà e aperto consociativismo con il sistema di Alemanno.

Va ricordato, infatti, che la pax romana - di cui Goffredo Bettini era spesso garante - aveva generato un’ipotesi di candidatura che era stata accettata e subita dai più (quella dell’allora presidente della provincia Nicola Zingaretti). Quando questa ipotesi salta con le regionali del 2012 (a lui era delegata la formulazione di un piano per la Roma post-alemanniana), resta la battaglia tra componenti, alla quale si delega la selezione del futuro candidato sindaco. Le primarie finiranno però con il registrare una nuova fragilissima pax, attorno al classico coniglio estratto dal cilindro: Ignazio Marino. Un coniglio, da tempo, a caccia di un cappello, dal quale esce dopo che altri avevano rifiutato di farsi afferrare. Un “marziano d’area”, democratico ma parzialmente estraneo alle beghe romane, con l’aria un po’ da tecnico, e soprattutto capace di sbarrare la strada a Paolo Gentiloni, percepito come estensione rutellian-renziana. Gentiloni arriva così terzo alle primarie, con il 14%; secondo David Sassoli con il 28% per l’area Franceschini, mentre Marino si attesta attorno al 50%, aiutato e sostenuto soprattutto dal complesso della pax bettiniana. Il mondo, oggi, è cambiato di nuovo. Cosa succede, a questo punto? Succede che in un anno si sfascia tutto. Il marziano fa il marziano e a Renzi piace l’idea di far saltare il giochino romano.

Prima del caso di Mafia capitale, le tensioni fra Marino e il Pd crescono in modo esponenziale. I primi attacchi a Marino sono portati dai suoi ex sostenitori. Nell’ottobre del 2014 il Pd commissionò un sondaggio che dimostrava che Marino era impopolare e doveva cambiare rotta: il capogruppo del Pd in Campidoglio Francesco D’Ausilio rese pubblico il sondaggio, che era stato discusso in un seminario a porte chiuse (ma, come lamentava Armando Cossutta, “una riunione di tre persone è già una riunione pubblica”). Va qui ricordato che Marino fu eletto con un consenso, in termini assoluti, piuttosto basso, con una partecipazione al secondo turno inferiore al 50%: mai sindaco di Roma aveva visto scendere il consenso personale sotto la soglia dei 700 mila voti, ovvero meno del 30% dell’elettorato attivo. Sul vulnus di un consenso fragile, cresce un conflitto che è invece legato ai dissensi su politiche e interessi, molti dei quali è difficile placare in tempi di vacche magre.

Molti erano insofferenti perché Marino – o alcuni assessori – non rispondeva alle richieste di partito o di specifici gruppi d’interesse (poteva però capitare che Marino confondesse legittime e oneste richieste per pericolosa ingerenza: paranoia? E per colpa di chi? Il suo carattere? Indotto dai comportamenti altrui? Un mix delle due cose? A psicologi e storici l'ardua sentenza). Alcune corde erano state effettivamente smosse, alcuni interessi toccati, altri erano inascoltati: dalla chiusura della discarica di Malagrotta, al tema della cartellonista stradale passando per la regolamentazione degli ambulanti, fino ai rinnovi dei Consigli di amministrazione delle municipalizzate, il progetto dello stadio della Roma, lo scoperchiamento del tema dei piani di zona… molti piccoli e grandi interessi sono stati toccati, ma in assenza di una forza reale (personale e politica), capace di reggere l’urto di opposizione e malumori (a volte politici, a volte economici), che queste azioni avevano generato. Sullo sfondo una questione centrale: Marino era sì a favore della candidatura di Roma alle Olimpiadi 2024, ma non era allineato con il Coni e i promotori della candidatura – Malagò e Montezemolo – sulla sua realizzazione (anche lì, una vicenda con ricadute molto pratiche in termini di allocazione di risorse). Il duo che voleva costruire un villaggio olimpico su un terreno di Caltagirone, distante anni luce dalla zona olimpica, passerà dalla faccia minacciosa mostrata a Marino al pugno di mosche della giunta Raggi.

Non si deve, però, arrivare alla beatificazione di Marino: dimostrò anche imperizia politica, incapacità di comprensione di alcuni problemi, cedimenti selettivi, narcisismo oltre il livello di guardia. Su queste basi fu possibile, infatti, costruire campagne stampa vergognose. E Marino, comunque, agiva in un quadro di crisi del sistema Roma – economico, sociale, istituzionale – già dispiegato e che non c'entrava nulla con Mafia capitale, con una dimensione strutturale che ben pochi riescono ad afferrare. E che in termini politici e di selezione della classe dirigente mostra una crisi di riproduzione del segmento politico del “regime dell’Urbe”, come sostiene Ernesto D’Albergo.

E poi, arrivò Matteo Renzi. Vincitore delle primarie del 2013, poi presidente del Consiglio, poi trionfatore delle elezioni europee. Mentre nel livello locale la politica subiva i malumori degli interessi locali, a livello nazionale il marziano Marino non aveva nessun rapporto con il nuovo segretario, che oggi rivendica la scelta politica di azzerare l’esperienza “non allineata” di Ignazio Marino. Una scelta fatta, lo diciamo con un eufemismo, in un momento di eccesso di fiducia e di scarsa ponderazione. Un tratto caratteristico del vecchio leader del Pd, al quale – a Roma – non si oppose quasi nessuno, nemmeno con voce flebile. Il silenzio, a Roma, è spesso una forma di realismo: chissà che non sia parlare liberamente, al contrario, la vera forma di realismo necessaria a questi tempi.

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