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I settant’anni de "Il secondo sesso"
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Nel maggio 1949 usciva in Francia per le edizioni Gallimard Le deuxième sexe. Scritto da Simone de Beauvoir, filosofa, autrice di fortunati romanzi e protagonista dell’esistenzialismo francese, il libro, che si può considerare la prima opera del pensiero femminista contemporaneo, destò immediatamente un grande scalpore. Non solo per il tema trattato, ma anche per l'allora discussa reputazione dell’autrice. Non fu infatti certo un caso se, nel 1956, Le deuxième sexe fu inserito dal tribunale del Sant’Uffizio nell’Indice dei libri proibiti: sarà uno degli ultimi prima della sua soppressione. Per leggerlo in italiano si dovrà aspettare il 1961, quando Mario Andreose e Roberto Cantini lo tradurranno per Il Saggiatore, con il titolo Il secondo sesso.

“Donna non si nasce, lo si diventa” è forse la frase più iconica e celebre del corposo saggio in due volumi che fu considerato a lungo un testo di riferimento fondamentale per il movimento delle donne, che di lì a pochi decenni avrebbe riempito le piazze di tutto il mondo. Quella frase, in effetti, sintetizza con efficacia la tesi principale dell’opera: la cosiddetta “femminilità” non è un destino biologico, quanto piuttosto una costruzione culturale e sociale. La donna non ha più un’identità fissa e immutabile, costituita da un mix di scienza, filosofia e pregiudizio maschile, ma è un soggetto a tutto tondo capace di modificare la propria “natura” attraverso la presa di coscienza di sé. Secondo de Beauvoir, le donne non sono sottomesse per natura, la loro subordinazione è il risultato di una serie di condizionamenti dati dal contesto storico e culturale, nonché dalla loro abitudine ad adeguarvisi.

Se si escludono le precedenti intuizioni di Virginia Woolf in Una stanza tutta per sé (uscito per la prima volta nel 1929) e, andando molto più indietro, di Mary Wollestonecraft con Rivendicazione dei diritti della donna (del 1792) o di John Stuart Mill con La servitù delle donne (1869), è la prima volta che una tesi così forte compare sulla scena del pensiero europeo ad opera di una filosofa.

Simone de Beauvoir è la prima ad analizzare in modo sistematico e convincente le ragioni e gli strumenti della costruzione dell’inferiorità femminile nella società e ad affermare l’esistenza di un soggetto femminile. Il secondo sesso scardina la struttura stessa del pensiero filosofico occidentale e il suo preteso universalismo che ha identificato l’uomo come il soggetto neutro e universale, senza considerare che i sessi sono due. Con l’effetto di cancellare la donna come “soggetto”, definito semplicemente per negazione, come “l’altro” e accompagnato da un vistoso segno meno. “Il dramma della donna,” scrive l’autrice, “consiste nel conflitto tra la rivendicazione fondamentale di ogni soggetto che si pone sempre come essenziale e le esigenze di una situazione che fa di lei un inessenziale.” 

Il primo volume, dedicato a I fatti e i miti, compie un’approfondita incursione critica tra diverse discipline – come biologia, psicoanalisi, materialismo dialettico, senza trascurare la letteratura e la poesia – accusate di aver partecipato alla costruzione di un sistema concettuale che ha escluso o marginalizzato la donna. Ma il libro è anche un invito rivolto alle donne, ad agire e a ribellarsi. Non c’è un destino comune a tutte, non c’è, come voleva la psicoanalisi, un “eterno femminino” insuperabile, alla stregua di un marchio impresso a fuoco. Per de Beauvoir le donne sono oppresse anche per loro scelta: hanno preferito la via dell’immanenza e non hanno avuto il coraggio di intraprendere quella della trascendenza.

Il secondo volume, L’esistenza vissuta, analizza invece gli aspetti principali della vita femminile: infanzia, sessualità, maternità, vecchiaia; ma anche omosessualità, prostituzione e aborto, temi all’epoca mai nominati e considerati assoluti tabù. Della maternità, in particolare, capovolge il significato millenario: non più destino, ma scelta libera e consapevole. Celebre la sua affermazione secondo cui le donne devono decidere liberamente se fare figli o fare libri, di cui lei stessa è testimone vivente. Se nel suo caso si trattava di un aut aut, oggi siamo diventate tutte multitasking.

Tuttavia, durante la “seconda ondata” del femminismo degli anni Settanta, l’opera di de Beauvoir viene sottoposta a una severa critica, da parte di autrici come Luce Irigaray in Francia e Luisa Muraro in Italia. Il “pensiero della differenza” stabilisce infatti il primato di una differenza ontologica del femminile rispetto alla visione di eguaglianza espressa da Simone de Beauvoir. Uguaglianza e differenza resteranno a lungo due poli dialettici dei diversi femminismi.

La principale critica che Irigaray muove all’opera è che pretende di ottenere parità di condizioni e diritti attraverso l’adeguamento al modello maschile di riferimento della cultura occidentale. In questo modo, si finisce implicitamente per ammettere la validità del modello stesso, che non viene contestato, ma che anzi si cerca di imitare. La critica a Simone de Beauvoir è solo uno spunto per affermare l’intrinseca diversità della natura femminile: la differenza sessuale. Per Luisa Muraro, autorevole teorica del femminismo italiano, invece, Il secondo sesso è “un grande e ambiguo libro, un Giano bifronte. De Beauvoir ha detto: donne si diventa, non si nasce, in accordo non deliberato con la teoria aristotelica della differenza sessuale. È vero il contrario, invece, con ogni evidenza per noi: donne si nasce, perché nasciamo tutti da donna, e uomini si diventa”. Queste riflessioni critiche hanno probabilmente contribuito a ridimensionare in ambito filosofico, ma anche politico, l’importanza del pensiero di Simone de Beauvoir. Ma è un destino comune a molte donne pioniere, in ambiti diversi, divenire insieme oggetto controverso di consenso e critiche.

Nonostante Il secondo sesso sia un libro di filosofia, vasto e problematico, ha sempre incontrato un ampio pubblico di donne che lo hanno letto per capire e capirsi e per liberare se stesse. In particolare ha ispirato molti contenuti delle principali piattaforme europee di pari opportunità prima e di gender mainstreaming poi, indicando misure concrete per sostenere l’effettiva emancipazione femminile.

E oggi, che cosa resta di questo libro? Va riconosciuto, certo, che si tratta di un’opera datata, ma più per il linguaggio che per i contenuti. Accade come per certi film che abbiamo amato e che, visti a molti anni di distanza, ci procurano emozioni completamente diverse.

Per noi bambine degli anni Cinquanta, ragazze tra i Sessanta e Settanta, è stato una lettura che ha cambiato il modo di guardare a noi stesse e al nostro futuro, abbattendo il muro di una grande menzogna, cioè che libertà e autodeterminazione fossero sinonimi di individualismo e rifiuto della responsabilità, offrendoci la possibilità di essere libere e scegliere il nostro destino. Ricordo ancora l’emozione della scoperta di quel libro dalla copertina gialla sottratto alla libreria di mia madre: credo di avere studiato filosofia anche per emulare Simone che nelle fotografie dell’epoca mi sembrava al tempo stesso bellissima e autorevole, con i capelli raccolti e lo sguardo penetrante.

Un’immagine completamente diversa dai modelli femminili che imperversavano allora, secondo i quali le donne studiose e intelligenti dovevano per forza essere brutte e poco femminili. Anche per questo credo che Il secondo sesso sia ancora oggi una lettura importante e la biografia stessa della sua autrice, ampiamente raccontata nei suoi romanzi, un esempio significativo di libertà. Una specie di incarnazione di quel “personale è politico”, che è stata una delle scoperte importanti del femminismo.

Di famiglia borghese, Simone de Beauvoir si era laureata brillantemente in Filosofia alla Sorbona nel 1929. Ottenuta l’agrégation si era poi dedicata all’insegnamento nei licei fino al 1943, quando fu licenziata e radiata da ogni ordine di scuola, per via di una relazione omosessuale con una studentessa, destando naturalmente uno scandalo enorme. Com’è noto, divenne poi la compagna di vita del filosofo Jean-Paul Sartre. Per scelta di entrambi, la loro sarà una relazione molto libera e anticonformista, mai suggellata dal matrimonio, ma costellata invece dai molteplici legami con altre persone, sempre alla luce della consapevolezza e della verità. Accanto a Sartre, Simone amerà tutta la vita Sylvie Le Bon, sua erede e figlia adottiva.

Certo in settant’anni molte cose sono cambiate grazie alle conquiste civili dei diversi movimenti femministi, capaci di tenere insieme la vocazione all’eguaglianza e la valorizzazione della differenza. Ma i giochi non sono affatto conclusi, molto resta ancora da fare per una compiuta parità, per un reale cambio culturale e di mentalità. Basti pensare al permanere del differenziale salariale a parità di mansioni, allo squilibrio nel lavoro di cura, alla donna considerata oggetto di possesso all’origine di molti femminicidi. Il messaggio ancora forte de Il secondo sesso per le giovani di oggi è un rinnovato invito a non accettare mai nessuna forma di subalternità, combattendo la cultura patriarcale in ogni sua forma, attraverso l’affermazione di una autonomia autentica.

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