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Un secondo referendum su Brexit
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Nella sua famosa allegoria della democrazia come nave di Stato, Platone rappresenta il popolo come un capitano un po’ sordo, un po’ miope e con una conoscenza del mare insufficiente e inadeguata, contornato da una ciurma di marinai litigiosi e attaccabrighe, a immagine dei politici e dei demagoghi. Sin qui, questa metafora sembra dipingere perfettamente la situazione della politica inglese di oggi: Westminster al posto della nave. Secondo Platone, l’unica speranza per la nave di Stato è che i filosofi prendano il timone e salgano al comando. Certamente tenace e inflessibile, il primo ministro inglese Theresa May possiede qualità importanti per ogni leader politico, ma non è un filosofo, né lo sarà mai.

Difficile dire se sia possibile navigare indenni in mezzo al pantano tossico di Brexit, certo è che ogni giorno che passa il Regno Unito si avvicina un po’ di più all’iceberg di un “non accordo” con l’Unione europea. In questo contesto, la filosofia potrebbe suggerire una possibile rotta navale: proporre all’elettorato un secondo referendum su Brexit. Soluzione tanto più filosofica in quanto non indica solo una via politicamente percorribile, ma anche uno scenario moralmente auspicabile.

Eppure, in alcuni ambienti, anche il minimo accenno alla possibilità di un secondo referendum su Brexit viene accolto con un misto di incredulità, scherno e indignazione. L’idea che si possa convocare un secondo referendum nell’arco di due anni è considerato un palese affronto alle norme e allo spirito democratico della nazione, un insulto alla volontà generale espressa dal popolo. Addirittura, c’è chi sostiene che un secondo referendum metterebbe seriamente in discussione le dinamiche democratiche del Regno Unito: “Brexit is Brexit”, come ripetono spesso e volentieri i sostenitori dell’ uscita del Regno Unito dall’Unione europea, i cosiddetti “Brexiteers”. Il popolo britannico ha detto la sua il 23 giugno 2016, non si può tornare indietro.

Per questi motivi, i focosi Brexiteers considerano un secondo referendum moralmente inaccettabile e politicamente pericoloso, tanto da invocare scenari apocalittici di conflitto e di violenza ogni qualvolta tale soluzione venga proposta. Eppure, c’è in questa storia un altro lato della medaglia. Data la complessità della questione e l’attuale impasse a Westminster sull’accordo di uscita, un secondo referendum appare come una necessità politica.

Tale necessità è data in particolare dalla specificità del referendum su Brexit. C’è infatti una grossa differenza tra un referendum su una questione straordinaria come Brexit e altri tipi di referendum, come ad esempio quelli concernenti il divorzio o l’aborto. In questi ultimi casi, gli elettori hanno un’idea chiara dell’oggetto del voto e delle conseguenze che ne seguiranno. Non era così per Brexit.

I “sì” che hanno segnato il primo referendum sono stati la somma dei pareri favorevoli sia di coloro che auspicavano una rottura totale con l’Unione, sia di coloro che speravano in una separazione meno drastica. Inoltre, bisogna considerare il grande livello di disinformazione che ha caratterizzato la propaganda politica della fazione “Leave” pro-Brexit.

Ora, un secondo referendum appare necessario per assicurarsi che le persone determinino la propria posizione in merito all’argomento, sapendo cosa significa uscire dall’Unione europea e quali sono le conseguenze che questo implica, esprimendo quindi il loro voto consapevolmente e ottenendo esattamente ciò per cui hanno votato.

Un secondo referendum non segnerà la fine della democrazia nel Regno Unito, e la prospettiva di una violenza anarchica post-referendaria non è altro che vuota retorica. Qui in Irlanda lo sappiamo meglio di chiunque altro nell’Unione europea. L’Irlanda ha infatti tenuto due referendum concernenti le riforme istituzionali introdotte dal Trattato internazionale approvato dal Consiglio europeo a Nizza agli albori del 2000. Nel primo referendum, tenutosi il 7 giugno 2001, il 53,8% degli elettori (però solo il 34% ha votato) ha respinto il Trattato di Nizza, ma dopo poco più di un anno, a Trattato leggermente modificato, si sono nuovamente aperte le urne per chiedere un secondo parere. Il voto del 19 ottobre 2002 è stato segnato dalla vittoria di un risonante “sì” al 62,9%, con una partecipazione elettorale del 49,5%. Eppure, nonostante il nuovo referendum e a dispetto del cambio di prospettiva, non vi sono stati spargimenti di sangue e la democrazia in Irlanda non è collassata.

Tutto ciò dimostra che è possibile e auspicabile avere più di un referendum su un problema, specialmente quando si ha a che fare con questioni tecnicamente complesse i cui esiti e implicazioni non possono essere chiaramente delineati sin da subito.

Se il caso dell’Irlanda viene a sostegno della convenienza politica di un secondo referendum, è necessario osservare che, nel caso di Brexit, ci sono altre buone ragioni in favore di una nuova chiamata alle urne. Un secondo referendum, in questo caso, avrebbe anche e soprattutto un valore morale. I Brexiteers si appellano alla “volontà popolare” per scongiurare la ripetizione del referendum. Ma, ecco, innanzitutto bisogna sgombrare il campo da un appello alla volontà popolare, in quanto essa non solo non detiene alcuno statuto morale, ma altresì incarna un concetto indeterminato, inutile e potenzialmente pericoloso. Se appare chiaro che il continuo appello alla “volontà del popolo” da parte dei Brexiteers si riduce a un capzioso slogan populista, è il concetto stesso di “volontà del popolo” a dover essere eliminato dal lessico politico contemporaneo, come sostiene in modo convincente il filosofo inglese Albert Weale nel suo recente The Will of the People: A Modern Myth (Polity, 2018).

È stato un errore tenere il primo referendum su Brexit nel 2016, ma questa potrebbe essere una delle rare occasioni in politica in cui due negativi fanno un positivo. Data la complessità del problema, è opportuno ripetere il referendum su Brexit, ora che l’elettorato ha un’idea più chiara di cosa significhi esattamente divorziare dall’Unione europea, e ciò che questo divorzio può implicare a livello economico, politico, giuridico e personale. E ancora, quand’anche questo sembri essere il migliore degli accordi possibili a livello politico, non bisogna sottovalutare che una seconda chiamata al voto avrebbe un valore morale altrettanto forte. Tale scelta sarebbe coerente con l’esercizio di un concetto morale indispensabile: l’autonomia.

Un referendum, come ogni elezione, è espressione di autonomia individuale e collettiva. Il concetto di autonomia è un pilastro fondamentale della filosofia politica liberale, partendo da Immanuel Kant e John Stuart Mill, arrivando a Joseph Raz e John Rawls oggi. Quest’ultimo, forse il più influente filosofo anglo-americano del XX secolo, autore di Una teoria della giustizia (Feltrinelli, 2009), afferma che ci sono tre componenti che caratterizzano un’azione autonoma: in primo luogo, la possibilità di formulare una concezione della vita buona, o in altre parole decidere ciò che dà valore alla nostra vita. In secondo luogo, la capacità di perseguire e agire in conformità con la propria concezione della vita buona. Infine, terza e più importante componente, prevede l’opportunità di rivedere la propria concezione della vita buona. In altre parole, avere l’attitudine, l’abilità e l’opportunità di rivedere la propria concezione della vita buona, o anche semplicemente di cambiare la propria opinione, è un principio cardine dell’autonomia, la quale, a sua volta, è un pilastro fondamentale della democrazia moderna. Questo è esattamente il motivo per cui, in ogni democrazia liberale, le elezioni si tengono a intervalli regolari e agli elettori viene data l’opportunità di cambiare idea da un’elezione all'altra. Dove alle persone viene negato il diritto di rivedere e cambiare le proprie opinioni e concezioni del bene, non c’è democrazia.

Sulla questione se si debba tenere o meno un secondo referendum su Brexit, il Regno Unito ha qualcosa da imparare dall'Irlanda. L’esperienza irlandese sul Trattato di Nizza è un perfetto esempio di come le procedure democratiche possano, quand’anche implementate in modi inusuali, garantire e salvaguardare l’autonomia politica dei cittadini. Il Regno Unito dovrebbe forse cercare di prendere spunto da questa esperienza. Eppure, i Brexiteers non ascoltano ragioni. Sono fermamente convinti che la democrazia del Regno Unito sia unica, robusta, inaffondabile, il che è esattamente ciò che si era detto del Titanic. Un secondo referendum potrebbe indicare la rotta giusta, ma c’è ancora molto da navigare.

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