Rivista il mulino

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Dal numero 5/18
Come cambia la famiglia
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  • Identità italiana
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Un paradosso sembra caratterizzare l’Italia da quarant’anni a questa parte: il permanere di una cultura fortemente familista e una progressiva contrazione della famiglia. È noto, infatti, che il nostro Paese, con una media di 1,35 figli per donna, è da tempo una delle regioni al mondo con il più basso tasso di fecondità (lowest-low fertily rate: più basso del basso). In breve, «tanta famiglia» nella cultura, nei discorsi e nell’immaginario anche istituzionale del cattolicissimo Paese del Family Day, ma «poca famiglia» nelle scelte riproduttive e nei percorsi di vita.

Come si spiega questa contraddizione? Si tratta, come vedremo, di un paradosso solo apparente, comprensibile alla luce di processi sociali e demografici di lungo periodo. Per
affrontarlo, è necessario prima di tutto fare chiarezza su continuità e discontinuità nei modi di fare famiglia in Italia, cercando di sgomberare il campo da falsi miti e allarmismi eccessivi.

Iniziamo sfatando uno dei luoghi comuni più diffusi sulla famiglia italiana, secondo il quale nel passato essa sarebbe stata normalmente composta di un nucleo allargato, con moglie e marito sposati in giovane età, numerosi figli e sposi dei figli, nonni e altri parenti che convivevano tutti sotto lo stesso tetto, secondo logiche della condivisione e della convivialità. Oggi invece la famiglia tipica sarebbe composta per lo più da un nucleo ristretto, residente a una certa distanza dai propri parenti e ispirato da una cultura individualistica, se non egoistica.

Ebbene, le ricerche sociodemografiche restituiscono un quadro molto più variegato, tanto per il passato, quanto per il presente. Si è mostrato, ad esempio, che in alcune regioni dell’Italia centrale l’età alle prime nozze era alta (27-28 anni) già a fine Ottocento e che l’aggregato esteso à la Novecento di Bertolucci era effettivamente il modello prevalente tra i mezzadri o i boari delle regioni centrali, ma non tra gli artigiani delle città del Nord, tra i braccianti meridionali o tra gli abitanti delle zone alpine, che vivevano già in famiglie nucleari. Più in generale, non si può parlare di una sola famiglia «tradizionale» italiana (e men che meno «naturale», come giustamente osserva nei suoi scritti Chiara Saraceno), ma di un tessuto di strutture familiari che era complesso e diversificato per zona e ceto sociale già prima del Novecento.

 

[L'articolo completo, pubblicato sul "Mulino" n. 5/18, pp. 758-765, è acquistabile qui]

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