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Caracas, 29/8/2018
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  • lettere internazionali

Un problema nazionale, regionale, globale. Il Venezuela sta vivendo ormai da anni quella che sembra una crisi prossima alla sua risoluzione: l’implosione. Il presidente Nicolás Maduro, oggetto di un sempre maggior isolamento internazionale e interno, è ormai noto per prendere le decisioni più improbabili tra quelle possibili per salvare una nave che sta affondando.

La produzione di petrolio, storico motore dell’economia del Paese andino, è crollata ai livelli degli anni Cinquanta, raggiungendo con difficoltà il milione e mezzo di barili al giorno e passando in pochi mesi dall’essere il terzo Paese dell'Opec per produzione al settimo. Nel frattempo, il Fondo monetario internazionale prevede che quest’anno l’inflazione potrebbe raggiungere la cifra distopica di 1.000.000%, e il Pil dovrebbe contrarsi di un 18%. In una delle sue infelici trovate, Maduro ha deciso di ristampare la moneta, togliendo cinque zeri al bolívar, misura che molti analisti hanno già tacciato come inutile. Di altrettanto dubbia efficacia come misura per frenare il contrabbando è l’aumento del prezzo della benzina a livelli internazionali per coloro che non dispongono del “carnet della patria” e vivono nelle regioni confinanti con la Colombia. Al di là della connotazione intrinsecamente discriminatoria e dal sapore di controllo sociale di tale decisione, il risultato più probabile sarà una riorganizzazione del contrabbando intorno allo stesso carnet.

Il deterioramento delle condizioni socio-economiche di uno dei Paesi più benestanti dell’America Latina, unita alla pessima gestione semi-mafiosa dello Stato da parte dell’oligarchia bolivariana, sta aumentando il malcontento non solo della popolazione, ma anche delle forze armate, dalle quali Maduro teme possa provenire un colpo di Stato. Il presunto tentativo di attentato contro la vita del presidente il 4 agosto scorso è la riprova che la situazione sta sfuggendo di mano e potrebbe avere sviluppi nefasti nel breve periodo. Come spesso accade nella storia, la spiegazione più semplice è puntare il dito contro cause esterne: Maduro ha infatti accusato immediatamente la Colombia e gli Stati Uniti di essere dietro a tale presunto attentato e già da qualche tempo ha allertato le forze armate nelle zone di confine, spostandovi armamenti di media portata.

In realtà la performance economica venezuelana è la peggiore tra i Paesi che non sono in guerra; sono sempre più frequenti i blackout, il sistema di trasporto pubblico è collassato e i livelli di criminalità sono aumentati esponenzialmente. Il Paese sta sprofondando nel caos e la prima vittima è la popolazione. Il paniere basico di alimentazione per una famiglia è arrivato a costare 650.000.000 bolívares. Nonostante i ripetuti aumenti nel salario minimo promulgati dal governo, la maggior parte dei venezuelani che non riesce ad accedere ai dollari per poterli cambiare al mercato nero è costretta alla miseria. Le scene delle code ai supermercati sono ormai note da anni, ma oggi 16 dei 23 Stati venezuelani si trovano in condizioni umanitarie critiche, col 15% dei bambini a rischio di morte per malnutrizione. I programmi di vaccinazione sono crollati a picco, e malattie una volta debellate quali la malaria, la difterite e il morbillo sono tornate.

La Colombia è il primo Paese a pagare le conseguenze di tale situazione. Gli oltre 2.000 km di frontiera prevalentemente selvatica tra Colombia e Venezuela favoriscono l’incremento di ogni tipo di contrabbando, in particolare cibo e benzina, e del narcotraffico, scatenando una violenta competizione tra gruppi irregolari per controllarne le rotte. Agli effetti delle attività criminali in ambito securitario fa eco l’impatto socio-economico della migrazione venezuelana. Solo negli ultimi 18 mesi la Colombia ha ricevuto oltre un milione tra venezuelani regolari (300.000) e irregolari (442.000) e colombo-venezuelani ritornati nel Paese (300.000). Circa il 50% di essi si sta concentrando nel Norte de Santander, dipartimento col maggior tasso di disoccupazione, o nella Guajira, seconda regione più povera del Paese, con conseguenze disastrose per i sistemi sanitario ed educativo, oltre che dal punto di vista sociale, visto l'aumento significativo di crimini comuni e di episodi di xenofobia.

Tale fenomeno migratorio sta causando una serie di problemi a un Paese che storicamente è stato fonte di emigrazione per colpa del conflitto armato, mai d’immigrazione. La maggior parte dei migranti, comunque, intende proseguire il proprio cammino verso altri Paesi dell’America Latina. L’Organizzazione internazionale per la migrazione (Oim) afferma che nel 2017 885.000 venezuelani si sono spostati in altri Paesi sudamericani, 308.000 in America del Nord, 78.000 in America Centrale e 21.000 nella regione caraibica. Nonostante i tentativi recenti, i governi latinoamericani non sono ancora riusciti a raggiungere un accordo su di una gestione del fenomeno che eviti l’adozione di misure unilaterali ed estemporanee che mancano di visione prospettica.

La crisi venezuelana ha anche ricadute economiche regionali. Vari Paesi dell’America Centrale e dei Caraibi dipendono in larga parte dalla fornitura di petrolio a prezzo agevolato in seno all’alleanza Petrocaribe, piattaforma funzionale all’aumento dell’influenza politica ed economica venezuelana nella regione. Negli ultimi anni le esportazioni di petrolio sono crollate, causando non pochi danni. Ad Haiti, per esempio, ciò ha contribuito ad allargare un deficit nella bilancia statale che il primo ministro Jack Lafontant ha tentato di richiudere in luglio attraverso l’aumento dei prezzi del combustibile, fatto che ne ha causato la destituzione a seguito di violente proteste. In Nicaragua, analogamente, la proposta riforma delle pensioni ha portato alla totale destabilizzazione del Paese, che ancor oggi soffre le conseguenze di quasi 4 mesi di proteste, la cui violenta repressione ha lasciato dietro di sé oltre 400 morti.

La drastica diminuzione della produzione di petrolio venezuelano, unita alle tensioni tra Iran e Stati Uniti e alla critica situazione libica, ha destabilizzato il mercato globale del crudo, ventilando la preoccupazione che i prezzi tornino ai 100 dollari al barile entro la fine dell’anno. In giugno l’Opec ha deciso di aumentare di 600.000 barili al giorno la produzione per ovviare a questo problema. In mezzo alle tensioni internazionali, il prezzo del petrolio ha continuato a variare, creando non pochi problemi al principale produttore mondiale, l’Arabia Saudita. L’effetto di queste dinamiche si è sentito perfino in Italia, dove l’insieme di tali fattori sta portando all’aumento inesorabile del prezzo della benzina.

Il Venezuela è inoltre un hotspot del "guerra commerciale" tra Stati Uniti e Cina, inasprito dalle mosse di Donald Trump. Sebbene non privo di speculazioni, il supporto russo e cinese ha finora tenuto a galla il Paese sudamericano, che sarebbe altrimenti crollato da tempo. Perciò ogni episodio con sfumature d’ingerenza esterna rischia di acuire tensioni a livello globale.

Qualunque sia l’epilogo della crisi venezuelana, ci vorranno anni prima che l’economia si ristabilizzi, il tessuto sociale si ricomponga e il Paese si normalizzi. Nel frattempo, il Venezuela rimane un problema nazionale, regionale e globale.

 

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