Rivista il mulino

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Berlino, 15/6/2018
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  • lettere internazionali

La durezza dello scontro tra Merkel e Seehofer mette a rischio il governo tedesco ed è decisivo per il Consiglio europeo di fine mese. Lunedì scorso Horst Seehofer, ministro federale degli interni (e della Heimat, come lui stesso ha voluto aggiungere al nome del ministero) avrebbe dovuto presentare un masterplan sulle politiche migratorie. L’appuntamento è stato annullato per incomprensioni tra la cancelliera e il ministro. Secondo la stampa, motivo dello scontro era la proposta di Seehofer di voler procedere all’accompagnamento coatto e immediato alla frontiera tedesca di quanti non hanno titolo per restare in Germania, compresi coloro che erano stati registrati come richiedenti asilo in altri Paesi. Merkel ha considerato irricevibile questa proposta perché scaricherebbe tutto sugli altri Stati europei e ha chiesto di tener presente la necessità di una soluzione comune, magari da cercare al prossimo consiglio europeo, in programma a fine mese (primo punto all’ordine del giorno proprio le politiche migratorie). Seehofer ha deciso di annullare l’appuntamento rendendo pubblico lo scontro con Merkel e di contrattaccare: ritiene che il masterplan sia una sua competenza e ha chiesto al suo gruppo, la Csu, di sostenerlo.
La crisi si è, quindi, accentuata: l’Union si è spaccata, lo stesso portavoce Volker Kauder (un esponente della Cdu) si è detto seccato dalle scelte di Seehofer che non gli avrebbe sottoposto, fatto mai successo, il masterplan, e i parlamentari della Csu si sono riuniti da soli così come quelli della Cdu. I bavaresi, per bocca del loro capogruppo Alexander Dobrindt, hanno dato oggi alla cancelliera una scadenza che alla Welt è sembrato un vero e proprio ultimatum: deve decidere entro lunedì, anche perché si tratterebbe di una materia del ministro federale che potrebbe procedere autonomamente (a quel punto a Merkel resterebbe solo la possibilità di ritirare la fiducia e l’incarico al suo ministro). Ha aggiunto che la situazione è grave e persino storica, visto che da tempo i rapporti tra i due partiti fratelli non erano così compromessi.
Merkel ha, invece, incassato l’appoggio del presidente del Bundestag Wolfgang Schäuble che ha chiesto di intervenire per primo, dopo la breve relazione di Merkel, alla riunione dei parlamentari cristiano-democratici e ha detto di condividere la scelta della cancelliera di una soluzione europea. L’appoggio del suo ex ministro delle finanze ha indubbiamente rafforzato la cancelliera: del resto proprio domenica scorsa Merkel aveva fatto sua la proposta di Schäuble di un fondo monetario europeo per proseguire il percorso dell’integrazione a segnalare la perfetta e costante intesa tra i due (ad oggi la migliore garanzia per la cancelliera di sedare con successo eventuali polemiche nel suo stesso partito).
Angela Merkel ha potuto, quindi, smentire che la crisi sia un pericolo per la tenuta della coalizione, sebbene i toni siano comunque molto duri: di per sé la smentita della cancelliera è un segnale di quanto delicata sia la situazione. La Spd, per ora, si è limitata a ricordare che occorre rifarsi al Koalitionsvertrag, che è indirettamente un sostegno alla tesi della cancelliera.
Le motivazioni di Seehofer sono chiare: il ministro degli interni, ex presidente della Baviera, vuole capitalizzare la questione immigrati, mostrandosi risoluto nell’imporre, agli altri partner della coalizione come pure agli altri Stati europei, una misura dura ma, a suo dire, perfettamente coerente con il diritto nazionale e quello europeo. Oggi, tuttavia, il portavoce della frazione al Bundestag ha ricordato che è necessario dare priorità al diritto nazionale, quasi a ribadire che un conflitto con le norme europee c’è ma si può non tenerne conto. Obiettivo è ripresentarsi come unica vera e autentica forza di destra al Bundestag, secondo il vecchio motto di Franz Josef Strauss per il quale non ci sarebbe mai stato spazio politico a destra della Csu. Ipotesi smentita proprio da questa legislatura con il successo di AfD, addirittura oggi prima forza di opposizione al Bundestag. E la scadenza delle elezioni bavarese (ottobre 2018) si avvicina per Seehofer come per il suo successero alla guida del Land Markus Söder (che, nonostante i rapporti non sempre idilliaci proprio con Seehofer non ha perso occasione per ribadire il piano appoggio al masterplan del ministro).
Angela Merkel, invece, intende imporre la sua tabella di marcia e, per ora, sembra esserci riuscita avendo ricompattato il gruppo della Cdu, sebbene non manchino le voci critiche, che si spiegano, però, con l’ansia di volersi smarcare dalla cancelliera in vista della scelta del nuovo leader che la sostituirà alla fine di questa legislatura alla guida del partito e, potenzialmente, alla Cancelleria.

Come abbiamo scritto più volte, Merkel è intenzionata a rafforzare il progetto europeo e a caratterizzare il suo ultimo mandato come quello più attento all’unificazione del continente. Nel corso di una intervista, qualche giorno fa, ha dichiarato che è necessario che la lealtà, certamente dovuta al proprio Paese, vada poi proprio all’Europa. Sa che la questione immigrazione è ancor più dura di quella economica, come lei stessa ricordò in occasione dell’inizio della crisi siriana, e che questo è il vero terreno di scontro che già oggi mette in crisi l’Unione europea e potrebbe comprometterla definitivamente: ecco perché ha più volte promesso di impegnare su questi temi tutte le sue forze.
Per queste ragioni ha bloccato il suo ministro: se ognuno decidesse di seguire il suo esempio, non esisterebbe più alcuna possibilità di una politica europea. I Paesi più esposti alle rotte migratorie, come l’Italia, si senterebbero nuovamente lasciati soli (come ha ribadito nell’intervista di domenica scorsa). La Germania, inoltre, seguirebbe l’esempio dei Paesi del cd. Gruppo di Visegrád e perderebbe ogni titolo a poter anche solo influenzare lo sviluppo del processo di unificazione: un atteggiamento non solo non confacente ad un Paese che dovrebbe, insieme alla Francia, guidare il processo di unificazione, ma lontanissimo anche dalla tradizione nella quale molti della generazione di Merkel si riconoscono, della Germania come potenza civile. Ecco perché ha chiesto due settimane di tempo: a fine mese ci sarà il Consiglio europeo e in quella sede è decisa a trovare un’intesa, o quantomeno a fare passi in avanti, per una politica migratoria globale.
Obiettivo della cancelliera è definirla a partire da tre pilastri (in realtà quattro se si tiene conto che Merkel non perde occasione di ribadire la necessità di nuove politiche di sviluppo con i Paesi vicini): un diritto comune che privilegi ingressi legali nell’Ue, uno standard comune per le richieste d’asilo e un’autorità europea che decida direttamente ai confini insieme a una polizia europea di confine. In particolare, quest’ultimo punto dovrebbe alleggerire la tensione anche suoi confini tedeschi, placando così i riottosi alleati della Csu (ma anche gran parte della stampa: la Bild, ad esempio, conduce da settimane, da mesi se non da anni campagne contro la politica di Merkel sui rifugiati).
Negli ultimi giorni, persino nelle ultime ore i toni sono rimasti incandescenti e un ipotetico fallimento del Consiglio potrebbe mettere a rischio la stessa tenuta del governo federale.

 

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