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Madrid, 4/6/2018
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  • lettere internazionali

Da Rajoy a Sánchez, il nuovo scenario spagnolo. A conclusione di un infuocato dibattito svoltosi tra l’ultimo giorno di maggio e il 1° giugno, il Congresso dei deputati ha approvato con 180 voti (ne servivano 176) la mozione di censura presentata dal leader socialista Pedro Sánchez nei confronti del governo Rajoy. Con l’astensione della rappresentante di Coalición Canaria, hanno votato a favore, oltre ai socialisti e ai parlamentari di Podemos, i deputati dei partiti nazionalisti basco, catalano e canario; contro, assieme ai popolari, i rappresentanti di Ciudadanos, il cui leader Alberto Rivera si era dissociato solo pochi giorni prima dal governo sostenuto fino a quel momento, chiedendo a Rajoy le dimissioni e l’immediata convocazione di elezioni, forte dei sondaggi che indicano il suo come primo partito nel gradimento degli elettori. Una richiesta avanzata durante il dibattito anche da Sánchez. Dimettendosi, Rajoy avrebbe evitato il voto sulla mozione e sarebbero state indette nuove elezioni, con il suo governo in carica per gli affari correnti. La diversa scelta da parte del leader popolare è stata dettata da un calcolo, rivelatosi poi errato. Contava infatti che i nazionalisti baschi del Pnv, forti dei vantaggi ottenuti con la finanziaria approvata solo qualche giorno prima con il loro voto (investimenti in Euskadi per 540 milioni di euro), non avrebbero appoggiato la mozione. E che lo stesso avrebbero fatto i 17 deputati indipendentisti catalani, mossi dalla logica del tanto peggio (Rajoy), quanto meglio (per le aspirazioni separatiste). Ma così non è stato.

La mozione di sfiducia era stata presentata da Sánchez il 25 maggio, all’indomani della sentenza dell’Audiencia Nacional sulla prima epoca della scandalo Gürtel, relativa agli anni 1999-2005, conclusasi con pesanti condanne a 29 dei 37 imputati, comminando 51 anni di carcere al tessitore della trama di corruzione, Francisco Correa, e 33 all’ex senatore e tesoriere del Pp, Luis Bárcenas. Una rete delittiva avviata ai tempi del primo governo Aznar, che attraverso l’organizzazione di eventi e manifestazioni elettorali, versava tangenti al Pp e ne stipendiava vari esponenti, costituendo un vero e proprio finanziamento occulto e parallelo – la Caja (Cassa) B – rispetto a quello dei bilanci pubblici del partito (la Caja A). A provocare le indagini era stato un ex consigliere del Pp di Majadahonda (un comune vicino a Madrid) che, resosi conto della corruzione regnante e non essendo stato ascoltato dai dirigenti del suo partito, si era rivolto nel 2005 alla magistratura. Nel corso del processo, Rajoy, all’epoca dei fatti vicesegretario e poi segretario del Pp, era stato ascoltato come testimone il 26 luglio scorso. Su quella deposizione, le poche righe contenute alla pagina 1.078 della sentenza, mettendo in discussione la credibilità di Rajoy e di altri dirigenti del primissimo piano del Pp, laddove si legge che la loro “testimonianza non riusulta sufficientemente verosimile per controbattere la contundente prova esistente sulla Caja B del partito”, hanno posto la pietra tombale sul governo.

L’articolo 113 della Costituzione lega la mozione di censura alla candidatura alla presidenza del governo di chi la propone. Sicché il voto che sfiducia il presidente in carica è allo stesso tempo un voto d’investitura del proponente. Approvata la censura, Sánchez ha prestato giuramento davanti al re il 2 giugno e attende ora alla formazione del suo governo: un monocolore socialista che, come il precedente guidato da Rajoy, dovrà di volta in volta cercare i voti alle Cortes.

Nella storia della seconda democrazia spagnola si era giunti alla mozione di censura in altre tre occasioni: nel 1980 (González contro Suárez), nel 1987 (Hernández contro González), nel 2017 (Pablo Iglesias contro Rajoy). In nessuna di esse la mozione aveva ottenuto i voti sufficienti per scalzare il presidente del governo e sostituirlo. Il voto del 1° giugno ha pertanto costituito un fatto inedito e aperto uno scenario che lo è altrettanto. Inutilmente Rajoy e il capogruppo del Pp al Congresso hanno richiamato il fatto che la sentenza dell’Audiencia Nacional non ha carattere definitivo e che essa non coinvolge nessuno degli attuali militanti del Pp. Altrettanto inutilmente hanno stigmatizzato l’appoggio alla mozione dei rappresentanti dei partiti indipendentisti baschi (Eh Bildu) e catalani (Erc e PDeCat), per suggerire che Sánchez ne subiva il ricatto in cambio di concessioni. Non senza una qualche ragione hanno rinfacciato a Sánchez di aver sostenuto nel suo intervento programmatico il rispetto della finanziaria fatta approvare dal Pp a cui solo qualche giorno prima i deputati del Psoe avevano votato contro. Ma si è trattato di un fuoco di sbarramento per continuare a distogliere l’attenzione dal vero nodo: la mancata assunzione da parte di Rajoy della responsabilità politica per il più grosso scandalo che ha colpito la democrazia spagnola, del quale paraltro solo una parte è giunta a sentenza.

Lo tsunami si vedeva arrivare da tempo. Da quando denunce, processi e sentenze avevano iniziato a falcidiare dirigenti, ex ministri ed ex presidenti di Comunità Autonome del Pp. L’ultimo a finire in prigione è stato Eduardo Zaplana, già presidente della Comunità Valenciana e “falco” degli anni di Aznar, per non dire della presidentessa della Comunità di Madrid, Cristina Cifuentes, costretta a dimettersi per aver millantato un master di cui non si trova traccia presso l’Università che lo avrebbe dovuto certificare. Ma di fronte a questo tsunami Rajoy ha costantemente minimizzato, servendosi anche, per confondere le acque, della crisi catalana.

Il forte ricambio generazionale a cui ci ha abituato la democrazia spagnola lascia presagire che il voto del 1° giugno, avendo già posto in fibrillazione il Pp sul nome di chi dovrà prenderne il posto, abbia segnato la definitiva uscita di scena di Rajoy, da sei anni e mezzo alla guida dell’esecutivo. Una leadeship conquistata a fatica contro i falchi del suo partito, forte nella rigida applicazione delle cure da cavallo per uscire dalla crisi economica, di cui si sono visti i benefici e allo stesso tempo i profondi guasti sociali, ma immobilista e nel complesso assai scialba dal punto di vista strategico di fronte ai problemi del paese. Prova ne sia l’atteggiamento tenuto di fronte alla crisi catalana affrontata prandendo la Costituzione e come problema di ordine pubblico. Una leadership capace di sciupare nelle lezioni del 2015 e ancora in quelle anticipate del 2016, nonostante il lieve recupero, il patrimonio di voti ottenuti nel 2011, che gli avevano consegnato la maggioranza assoluta.

Nella parte programmatica del suo intervento Sánchez si è impegnato ad aprire finalmente un dialogo con il nazionalismo catalano, il cui voto a favore della mozione di censura testimonia dello spiraglio che si è aperto anche da quella parte. Mentre Sánchez giurava a Madrid, a Barcellona si insediava il nuovo governo di Quim Torra, atto istituzionale che ha posto fine all’applicazione dell’articolo 155 alla Catalogna. Anche con questo nuovo scenario, il compito che il nuovo capo del governo ha di fronte è tutt’atro che facile. Presiederà un governo di minoranza che Podemos cercherà di spingere nel dialogo con gli indipendentisti catalani e nelle politiche sociali al di là del limite a cui Sánchez può giungere. Oltre che con l’opposizione del PP e di Ciudadanos, dovrà fare i conti con settori del suo stesso partito, ostili a mediare con Barcellona e a ogni contatto con Podemos. Nella maggio del 2019 si terranno le elezioni municipali, quelle per il rinnovo dei parlamenti di 13 su 17 Comunità Autonome e quelle europee. Ammesso che Sánchez vi giunga ancora in sella, sarà allora che correrà il rischio di essere disarcionato.

 

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