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Dopo l’articolo di Carlo Trigilia / 4
La crisi del Pd e l'Europa
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I risultati pessimi raccolti dal Pd fra i ceti popolari e disagiati, inclusa la classe media in declino, sono nient’altro che il risultato del suo impianto iniziale. Le classi dirigenti dell’ideologia che governava l’Europa si raccoglievano sul centro dello schieramento politico per tramutare in maggioranza, mediante un sistema maggioritario, ciò che era sempre più evidentemente minoranza sociale. Come poi anche Macron in Francia. In Europa i partiti di protesta di metodo populista prosperano, ma sono o di destra (come la Lega) o di sinistra (come La France Insoumise). I maggioritaristi che hanno concepito il Pd contavano sulla passivizzazione o sulla incapacità di trovare un canale di raccolta vittorioso alla protesta. Ma in Italia qualcuno ha organizzato il M5S che (per il momento e in modo pericoloso) raccoglie sia la protesta proveniente da destra sia quella causata dall’arretramento sociale dovuto al sistema europeo di cui il Pd è stato magna pars. Insomma, con il regime economico di questi ultimi decenni è fallito l’intero impianto bipolare e maggioritario concepito dal 1993 (e divenuto un’ideologia). Anche la trasformazione della Lega in partito nazional-populista e la sua egemonia sul vecchio polo di destra ne è un chiaro esempio. Renzi e le sue grandi sconfitte sono solo una conseguenza.

Questo ovviamente c’entra molto con il socialismo democratico, la sua attuale “eclissi”, ma anche la sua permanente necessità. Partiamo da una considerazione: il problema centrale del socialismo europeo non è l’anomia dovuta alla fine dell’Unione sovietica. La spinta a riformare il capitalismo non discende soprattutto dal timore del comunismo, ma da una ben più ampia presa di coscienza.

Infatti il socialismo democratico comincia ad essere egemone laddove risolve la crisi degli anni 1930 (nei Paesi nordici e, in Usa, nella versione di Roosevelt, che si ispirò anche alla socialdemocrazia nordica). Il nodo centrale era la crisi del capitalismo e le sue conseguenze peggiori, soprattutto i fascismi avanzanti. Il discorso cambia in parte con la guerra fredda, ma anche qui il propellente è che dagli anni Trenta e Quaranta erano uscite vincenti delle politiche e un’idea di democrazia radicalmente diverse dal capitalismo precedente. Ed oggi i nostri guai di civiltà politica discendono da un capitalismo insufficientemente riformato. Il vero collasso del socialismo europeo non è nel crollo del comunismo, ma avviene come risultato delle politiche realizzate intorno al 2000, intrappolate in un’ideologia che impedirà di affrontare al meglio anche la grande crisi del 2007-2008. Si tratta di quella ordoliberale presente nei trattati e nei parametri europei. Il modello ordoliberale è diverso in radice da quello socialdemocratico autentico. In sintesi: il primo è un ordine liberale gerarchizzante, il secondo è un socialismo duttile dell’eguaglianza progressiva e complessa. Il secondo è pertanto una realizzazione più ricca e completa della società aperta democratica.

Vediamo per esempio il Welfare. Quello ordoliberale è un insieme di istituzioni che mirano a sottomettere il lavoro e il salario alla preminenza della esportazione e alla mortificazione della domanda interna. La riforma delle prestazioni per la disoccupazione operate in Germania sono proprio questo, pur in un ordine sociale diverso dal puro “laissez faire” (ma con conseguenze simili). Viceversa l’idea di Welfare socialdemocratica (anche nella Spd fino a Schröder) è ambiziosa e complessa: costruisce la parità fra capitale e lavoro (soprattutto nel mercato del lavoro) e poi opera un compromesso con il capitalismo su questa base. Il compromesso è competere con più innovazione che sfruttamento, progressivamente eliminando quest’ultimo. Ecco la differenza (che si tende a ignorare) fra la flexicurity nordica fino agli anni 1990 e ciò che vige ora.



In questo quadro la parità fra capitale e lavoro (un concetto assai socialista) è un’ideologia (non dottrinaria: "programmatic belief" come dice Sheri Berman) convinta che: a) la parità è più efficiente dello sfruttamento (o della gerarchizzazione ai danni del salario) per ottenere una competitività solida (perché si basa su una migliore stabilità sociale e perché non lascia la decisione alla sola forza della moneta, o alla sola convenienza del profitto, sebbene premi anche questa; b) questa situazione consente di essere validi nell’esportazione ma di contare anche sulla domanda interna, così potenziando i fattori di crescita, permettendo di usare più l’uno o l’altro a seconda dei contesti, allargando la platea dei beneficiari dell’innovazione, e (a compimento del circuito) rinforzando la base di tutto: la parità fra capitale e lavoro. Si perseguono mobilità e opportunità, ma in una dinamica ascendente e inclusiva, non anomica e retorica come negli ultimi lustri.
 
Intorno al 2000 le socialdemocrazie della Ue sono state chiamante al governo per mantenere in vita questo circuito utilizzando l’integrazione europea, dopo che esso aveva cominciato a ricevere alcuni colpi. Ma hanno trovato regole già scritte in senso ordoliberale, e vi si sono adattate troppo facilmente (Spd e New Labour di Blair più di altre). Perché? Perché in fondo mortificare la domanda interna e credere nella globalizzazione come unico motore (mito infrantosi con la crisi del 2008) pareva possibile ai Paesi in cui (appunto) una maggiore coerenza storica dell’impianto di parità aveva reso le economie strutturalmente più competitive. Poi però la dinamica gerarchizzante (cioè precarizzante, anche dei ceti medi) dell’ordoliberalismo ha cominciato a danneggiare anche quelle società.
 
Del resto, il fatto che la UE non voglia utilizzare i propri notevoli potenziali di domanda interna mina proprio quella globalizzazione che costituiva uno dei miti di partenza. E nuoce soprattutto ai Paesi mediterranei, per cui da noi la crisi è più grave: Renzi, ripetiamo, è solo un irrilevante epifenomeno. Del resto, sul piano interno, realizzare competitività ed esportazione in modo gerarchizzante ai danni del salario e del Welfare (ormai svantaggiando anche i ceti più vicini ai settori produttivi pregiati) produce gli effetti distruttivi cui assistiamo. Aumenta la diseguaglianza, il che come mostrano i dati comparativi basati sull’indice di Gini, blocca la mobilità sociale. Così, la questione sociale si connette strettamente alla protesta antielitista: senza il dispositivo eguaglianza/mobilità sociale a) si percepisce il declino del proprio ceto; b) sono delegittimate le élite. Ergo, la dinamica di protesta alto-basso non è affatto un sintomo postmoderno ma una variabile della questione sociale e socialista europea. Infatti, nel Sud Europa, dove il problema della disuguaglianza è più grande, i temi di mobilità sociale comuni in tutta Europa prevalgono di molto, e la protesta è soprattutto contro le élite. Nel Centro e Nord Europa, dove la diseguaglianza aumenta assieme ad una buona crescita economica, e dunque si teme che il flusso dell’immigrazione ne sia attratto in modo incontrollabile, prevale il nazionalpopulismo. In sostanza, il declino del socialismo europeo corrisponde (per responsabilità in parte proprie) all’avanzare di un’ideologia ordoliberale europea che gerarchizza i propri fattori di crescita, i propri meccanismi di innovazione e in ultima istanza i propri cittadini in modo tale che una democrazia può solo declinare pericolosamente. Se il grado di gerarchizzazione fra questi fattori fondamentali eccede un certo limite, la capacità autocorrettiva di una società aperta diminuisce e le soluzioni non arrivano poiché ostaggio di una classe dirigente trasformata in immobile ceto dominante. Può darsi che il socialismo europeo come l’abbiamo conosciuto si decomponga, ma le sue risorse rimangono essenziali. Più una che servirà a rinnovarlo: una società democratica avanzata ed aperta non può ritenere, come si fece intorno al 2000, che il capitalismo sia mai civilizzato una volta per tutte.

 

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