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Il divorzio tra il Sud e il centrosinistra
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Come ben noto, l’esito elettorale del 4 marzo è stato deciso dal voto del Mezzogiorno, che ha impedito alla coalizione di centrodestra di conquistare la maggioranza dei seggi: un trionfo del M5S al di là di ogni aspettativa, con un crollo del Pd, per cui ha votato meno di un meridionale su sei. Il centrosinistra e il Sud hanno divorziato. È indispensabile interrogarsi sulle radici profonde di questo voto; di quella che appare come una “vendetta” elettorale dei “luoghi che non contano”; molto al di là della comode interpretazioni  – con  atteggiamenti di disprezzo per l’elettorato - che hanno attribuito un’ importanza decisiva al reddito di cittadinanza (dando anche le ali alla falsa notizia degli assalti dei meridionali agli sportelli per ottenerlo).

Un elemento ha certamente pesato: l’interesse e la capacità di intervento nel Mezzogiorno del governo Renzi, e in larga misura anche del governo Gentiloni, è stata inesistente; anzi, spesso la loro azione l’ha penalizzato. Per illustrare questa affermazione, un elenco di questioni, necessariamente solo accennate.

1) Le grandi politiche redistributive. Per come è stata costruita la misura, degli 80 euro hanno beneficiato il 25% delle famiglie del Nord (con punte in Veneto e Emilia-Romagna) e solo il 19% nel Centro Sud, pur essendo queste ultime a reddito assai inferiore (così come il 17% delle risorse è andato al quinto degli italiani a maggior reddito e solo il 10% al più povero). Assai più tardiva, e assai più modesta nei suoi importi (2 miliardi contro 9 degli 80 euro nel 2016) è stata l’attivazione del “reddito di inserimento”, che ha molti beneficiari poveri e al Sud.

2) L’organizzazione dei servizi pubblici. Con gli ultimi due governi è proseguito quel processo di revisione della spesa pubblica che sta riducendo più che proporzionalmente le grandi politiche pubbliche al Sud (si veda anche l’articolo di Marco Esposito sul numero 1/2018 del “Mulino). Si pensi ad esempio agli effetti cumulativi che stanno producendo sulla sanità nel Mezzogiorno e sulle migrazioni sanitarie i piani di rientro; o alla pervicace azione di smantellamento del sistema universitario del Sud, teorizzata da Matteo Renzi e attuata con convinzione. Coerentemente, nel referendum lombardo-veneto il Pd ha mostrato una evidente simpatia per le tesi di “riappropriazione fiscale” che erano sostenute.

3) L’azione diretta per lo sviluppo del Sud. Il governo Renzi appena insediato se ne è programmaticamente disinteressato: non attribuendo nemmeno le deleghe al ministro per la Coesione territoriale (esistente nei governi Monti e Letta). Ha stancamente avviato un nuovo ciclo di fondi strutturali ma ha utilizzato i fondi nazionali per la coesione per altre priorità, tanto che la loro spesa, come certificato dai dati ufficiali dei Conti pubblici territoriali ha raggiunto i minimi storici nel 2014-2016; e con essa il complessivo valore degli investimenti pubblici. L’azione del governo Gentiloni si è caratterizzata più per una grande attenzione comunicativa che per effettive realizzazioni.

4) Renzi ha avuto un’occasione straordinaria: nel 2014 poteva avviare il nuovo ciclo delle politiche di coesione con tutti i presidenti di regione del Mezzogiorno del Pd. Non si è mai incontrato con loro; non ha mai coordinato politiche, azioni, priorità. Non ha mai dato ai cittadini una visione, una speranza. Quando doveva annunciare, nella tradizionale cornice barese, le linee di governo per il Sud è ostentatamente andato a New York a vedere una partita di tennis. Ha lasciato che al Sud molti perseverassero in un’attività politica assai censurabile, fatta di improvvisazione e ricerca di consenso a tutti i costi e con ogni mezzo (come nel paradigmatico caso pugliese), confidando che  intercettassero il tradizionale voto dei “beneficiati”.

5) Il divorzio sentimentale fra il Pd e il Mezzogiorno è testimoniato anche da fatti minori, ma simbolici: come la scelta (di un consigliere del Ministro uscente e di un assessore regionale) di dare alle stampe alla vigilia del voto “Il risveglio del Mezzogiorno”, in cui si parla dell’ottimismo che permea il Sud dati gli straordinari successi dell’azione di governo; o il grave infortunio di un ascoltato consigliere della presidenza e neo-deputato sugli obiettivi delle politiche per gli investimenti pubblici al Sud.

Insomma. Spinta dal voto dei meridionali, dal 4 marzo l’Italia naviga a vista in mari sconosciuti. Questo può piacere o meno; può preoccupare o meno. Ma, quali che siano le opinioni di ognuno, il voto del Sud non è stato certamente irrazionale: dopo un quadriennio in cui il nuovo centrosinistra modernista li aveva ignorati; non poche volte, penalizzati, gli elettori lo hanno abbandonato.

Se si vuol pensare al futuro del centrosinistra italiano non si può non partire anche dalla parabola delle sue relazioni con il Mezzogiorno negli ultimi venti anni, partita dal serio impegno di Romano Prodi e Carlo Azeglio Ciampi e terminata con queste vicende e col voto di marzo.

 

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