Rivista il mulino

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Mosca, 27/3/2018
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  • lettere internazionali

Le recenti elezioni russe hanno visto la scontata conferma di Putin a capo di Stato per la quarta volta. Il risultato non è mai stato in discussione. Non tanto per il carattere alquanto dubbio delle elezioni, in un Paese in cui il governo ha un controllo pressoché assoluto sui mezzi di informazione e i candidati di opposizione sono intralciati da polizia e burocrazia; quanto piuttosto perché il consenso di cui Putin gode nel Paese è vero e maggioritario.

Un regime illiberale, autoritario, ma legittimo. E praticamente senza opposizione: a dispetto dell’ostinazione con cui i giornali occidentali presentano il blogger-attivista Navalny (per altro: nazionalista e razzista) come leader dell’opposizione a Putin, il suo seguito, concentrato solamente a Mosca e San Pietroburgo, rimane più che altro virtuale, e comunque assai minore di quello dei comunisti o degli ultra-nazionalisti di Zhirinovski.

Il successo di Putin è un fenomeno che vale la pena di analizzare perché foriero di sviluppi politici a cui l’Occidente dovrebbe guardare con attenzione. E che va spiegato con un occhio al fallimento delle riforme pro-mercato che seguirono la fine dell’Unione Sovietica. Putin, in fondo, altro non è che il risultato degli eccessi degli anni Novanta: seguendo la logica del “doppio movimento” di Karl Polanyi, è proprio il liberalismo senza freni a scomporre il tessuto sociale tradizionale e a creare una reazione di rigetto contro la democrazia liberale.

Le privatizzazioni di massa, la perdita di ogni tipo di protezione sociale, la crisi economica, la povertà – tutti episodi allora celebrati come grandi successi o giustificati come “inconvenienti necessari” verso la modernità – furono lo sfondo della cosiddetta transizione democratica. Il risultato, in realtà, fu il collasso dello Stato, la dittatura del mercato, l’ascesa dell’oligarchia. In un tale scenario non fu difficile per Putin presentarsi come l’uomo che garantiva ordine, disciplina, sicurezza.

Con un bel po’ di retorica nazionalista – “make Russia great again” – qualche azione, più di sostanza che altro, contro gli oligarchi nemici del popolo – in realtà solo contro quelli a lui contrari – e con un po’ di congiuntura internazionale favorevole – il rialzo del prezzo del petrolio nei primi anni Duemila – il leader russo guadagnò il favore della popolazione. L’ideologia promossa da Putin è quella della destra classica: presentazione del popolo come di un insieme unico, senza alcuna contraddizione interna; leader unico e forte come protettore degli interessi del popolo stesso; Stato asservito agli interessi del leader e gerarchizzato – la “verticale di potere” – con conseguente eliminazione (soft) della divisione dei poteri; gli elementi di opposizione come nemici interni; e nemici esterni per compattare l’opinione pubblica. Una ideologia particolarmente apprezzata da popolazioni stremate dalla crisi, disorientate dalla perdita di riferimenti culturali e valoriali tradizionali, alienate da mercati intangibili, ma pervasivi.

Nella sua implementazione politico-istituzionale troviamo tutti gli elementi di tale dottrina: la rule of law è pressoché inesistente e la magistratura è controllata politicamente; molte cariche pubbliche – sia di rappresentanza che esecutive – sono fatte per nomina e non per elezione; partito di governo e strutture statali tendono a sovrapporsi; e il dissenso, naturalmente, è represso. La concentrazione del potere al Cremlino era in realtà precedente a Putin, voluta dalla Costituzione del 1993 e fortemente caldeggiata dai liberali di allora – a cui in effetti non è mai dispiaciuto un potere politico forte per condurre le “dure ma giuste” riforme economiche.

La “managed democracy” o democrazia illiberale, per dirla con Faared Zakaria, è diventata un brand di successo. La situazione in Ungheria e Polonia, per quanto non ancora estremizzata come in Russia, è simile: a giudicare dalla situazione politica attuale, la transizione è stata un fiasco colossale che ha lasciato macerie sociali e politiche dietro successi macro-economici forse effimeri (Polonia e Ungheria son sempre state i case-study di successo della trasformazione economica): il liberismo e la sua cecità verso i bisogni della gente comune sono stati il miglior amico del populismo reazionario ed il peggior nemico della democrazia.

Tutto questo dovrebbe suonare vagamente familiare. La crisi dell’Occidente, per quanto acuta, non è ancora ai livelli russi. Eppure l’ondata di destra che sta spazzando l’Europa è figlia di problemi simili. I leader occidentali, in molti casi giustamente critici nei confronti di Putin, farebbero bene a non dimenticarsene.

 

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