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Un commento ai dati Eurostat sull'accesso ai servizi di cura per i bambini 0-12
Servizi di cura: perché è così lontana l’Europa?
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Il 20 febbraio scorso l’Eurostat ha pubblicato un rapporto relativo all’utilizzo dei servizi di cura formali per i bambini sotto i 12 anni, includendo sia quelli pubblici, o finanziati con risorse pubbliche, sia quelli privati.La lettura del rapporto è interessante perché consente di collocare il nostro Paese nel contesto europeo e di misurare limiti e risorse (anche invisibili) del sistema Italia, oltre che di prendere spunto per considerazioni relativamente a sviluppi futuri su questo fronte.

Il rapporto in sintesi dice che su dieci bambini sotto i 12 anni, quattro ricevono un qualche servizio formale e che almeno un bambino ogni quattro ne beneficia senza che le famiglie debbano pagare il servizio, mentre per i restanti tre le famiglie pagano in tutto o in parte il costo del servizio. Si tratta di servizi evidentemente (non è specificato) piuttosto eterogenei, in termini di finalità, costo, oltre che di orari di frequenza degli stessi. Si pensi all'enorme differenza che esiste, in termini di obiettivi e sostenibilità, tra i servizi per bambini in età pre-scolare, che tendono a configurarsi come servizi ad alta intensità, rispetto ai servizi per bambini e ragazzi in età scolare, che tendono a configurarsi come servizi integrativi agli orari della scuola.

Due dati emergono con forza: il primo dato significativo, oltre che originale, è quello che mostra come tali servizi siano diffusi in modo abbastanza capillare all’interno dei vari Paesi. Infatti, sorprendentemente, la probabilità di utilizzare tali servizi non è diversa se si vive in contesti urbani oppure in contesti rurali, con qualche piccola eccezione. Il secondo aspetto significativo che emerge dal rapporto riguarda invece le differenze tra i Paesi: ancora più nettamente di quanto emerga dall’analisi dei servizi per la prima infanzia, il rapporto mostra che se si allarga il nostro campo di osservazione le differenze tra Nord e Sud, ma anche tra Est e Ovest nell’Unione, sono enormi.

Osservando il grafico è possibile constatare come la quota più alta di bambini 0-12 che usufruiscono di servizi formali sia registrata in Danimarca (quasi l'86%, di cui il 79% senza costi per le famiglie), seguita da Svezia (70%, il totale senza costi per le famiglie), Regno Unito (65%), Germania (64%) e Finlandia (59%). All'estremo opposto della scala, in nove Paesi la quota è inferiore al 10%: Lettonia, Croazia e Slovacchia (fino al 3%), Estonia e Spagna (entrambi 4%), Repubblica Ceca e Lituania (5 e 6 %), Italia (8%) e Bulgaria (9%). A parte il Regno Unito, in cui è elevata l’incidenza di servizi a carico almeno in parte delle famiglie, i Paesi con quote di utilizzo più alte, sopra la media Ue (29%) per assistenza all'infanzia gratuita, sono: Danimarca, Svezia, seguite da Paesi Bassi (56%), Germania e Finlandia (entrambi il 52%). Le quote più basse si osservano in Estonia, Lettonia e Romania (tutte l'1%).

Dal rapporto emerge che il numero di bambini/ragazzi che frequenta un servizio formale in Italia è dunque molto basso (8,3%), più basso che in Bulgaria, con tassi di accesso ancora minori nelle aree rurali e incidenza di servizi gratuiti più bassa della media Ue, a riprova non solo del basso livello di defamilizzazione, ma anche del ruolo fondamentale e insostituibile che svolgono i nonni (le nonne) non solo o tanto nella primissima infanzia, ma anche durante tutti gli anni della scuola primaria e all'inizio della secondaria. Quali sono le implicazioni di un limitato ricorso ai servizi soprattutto nel caso dei genitori che lavorano? Che cosa ci dicono questi dati in termini di organizzazione del sistema famiglia-lavoro? E quali gli effetti sulle diseguaglianze sociali?

Alla luce di questi dati l’Italia resta lontana dall’Europa da diversi punti di vista. In particolare, è noto come il caso italiano si caratterizzi per uno storico scarso livello di copertura di servizi per la primissima infanzia (0-2): l’Italia è ancora lontana sia dal (modesto) obiettivo del 33% che l’Unione Europea si è data all’interno della “Strategia Europa 2020”, sia dal poter realizzare alcuni dei principi e diritti definiti nel Pilastro Europeo dei Diritti Sociali del novembre 2017. Nel nostro, come in altri Paesi, sono pochi i bambini e le bambine che hanno "diritto" all’accesso ai servizi fondamentali definiti di Ecec (Early Childhood Education and Care - Principio 11), ma più in generale i genitori che lavorano, soprattutto le madri, difficilmente riescono a vedere realizzato il principio del bilanciamento tra vita e lavoro (Principio 9). Quando vi riescono non è certo grazie alla presenza di politiche e servizi, ma alla disponibilità dei nonni (quando ci sono e sono ancora in grado di aiutare) e alle possibilità finanziarie di esternalizzare la cura via mercato.

Un elevato ricorso ai nonni come principale soluzione per conciliare famiglia e lavoro, oltre che provvedere alla cura dei bambini e all'accompagnamento dei ragazzi, presenta diverse criticità; non ultima, la limitata sostenibilità di questa soluzione nel lungo periodo, viste le trasformazioni demografiche, lavorative femminili e l’innalzamento dell’età pensionistica, nonché opportunità di conciliazione assai diseguali tra chi ha una rete parentale relativamente giovane, disponibile e vicina e chi non ce l’ha, così come tra chi ha le risorse economiche per accedere al mercato privato dei servizi e chi no.

I dati Istat (2014) ci dicono anche che una madre ogni quattro lascia il lavoro dopo la maternità, di cui il 67% per l’impossibilità di conciliare famiglia e lavoro. In un contesto di bassa natalità, comparativamente bassa occupazione femminile e aumento dell’instabilità occupazionale, quindi, una parte consistente di madri si trova costretta a lasciare il lavoro con implicazioni in termini di reddito e diritti sociali futuri. Inoltre, la scarsa copertura dei servizi, in particolare prescolastici, ha esiti anche in termini di (non riduzione delle) disuguaglianze di opportunità educative tra bambini (sull’effetto di frequentare il nido si veda Dal Boca, Martino e Piazzalunga, 2017), oltre a quelli derivanti dal crescere in famiglie a doppia partecipazione o a un reddito solo.

Aumentano infatti le differenze sociali nell’utilizzo dei nidi, con un maggior ricorso al nido delle classi impiegatizie e della borghesia rispetto alla classe operaie (Gambardella, Pavolini e Arlotti, 2015). Durante la crisi economica il nido viene utilizzato da fasce Isee più basse e ciò non contribuisce alla sostenibilità del costo dei servizi pubblici, in una fase di spending review. Perdita del lavoro di un genitore e importo della retta, per quanto modesta, oltre che criteri e meccanismi di selezione delle domande di ammissione, possono scoraggiare le famiglie ad offrire ai figli questa esperienza, soprattutto quelle in cui uno dei due genitori non lavora. A questa dimensione si aggiunge, specie per le famiglie migranti, anche quella dell’informalità occupazionale che può inibire, malgrado i genitori stranieri apprezzino il valore educativo e di inclusione del nido, dall’utilizzare tale servizio (Santero e Naldini, 2017).

Eppur qualcosa si muove? Tra i vari "discorsi" dell’Europa su protezione sociale, politiche, servizi e infanzia anche l’Italia (in parte in un tentativo di ri-orientamento delle politiche sociali sotto la spinta del Social Investment Packages, con il Decreto Legislativo 65 del 2017 sui servizi 0-6 anni) sembra finalmente orientata a implementare l’offerta per la prima infanzia. L’ottica è quella di coniugare l’obiettivo delle pari opportunità tra i bambini (inteso dal punto di vista sia dell’uguaglianza, sia dell’investimento in capitale umano) con quello del sostegno alla conciliazione tra fare un figlio e permanere nel mercato del lavoro. Infatti il decreto ha previsto la fine dei due sistemi di servizi separati per le fasce di età 0-2 e 2-5 anni e l’introduzione di un sistema unico integrato al fine di “garantire ai bambini e alle bambine pari opportunità di educazione, istruzione, cura, relazione e gioco, superando disuguaglianze e barriere territoriali, economiche, etniche e culturali, nonché ai fini della conciliazione tra tempi di vita, di cura e di lavoro”.  Anche se i finanziamenti previsti non sembrano sufficienti per colmare le differenze di offerta tra Nord e Sud e stabilire il contributo delle famiglie (Pavolini e Saraceno, 2017) e la forte gradualità prevista per l’attuazione di queste misure non permette di valutare in che tempi saranno visibili gli effetti, date anche le elezioni imminenti, si tratta di un passo in avanti per reindirizzare questi servizi in senso più universalistico e nell’orizzonte di un valore culturale, e non solo residuale, dei servizi per la prima infanzia.

 

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