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Postpolitica dell’Unione europea
Europa a due velocità
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Ci sono tanti modi di essere euroscettici: c’è il modo rozzo e viscerale di Matteo Salvini, ma ci sono anche modi più sofisticati e sottili. Ci sono modi di destra, ma anche modi di sinistra. Il libro di cui ci occupiamo appartiene alla categoria “euroscettici sofisticati di sinistra”.

Alessandro Somma è un giurista, si occupa di diritto comparato, insegnandolo all’Università di Ferrara, ma non è certo di quei giuristi che si chiudono nella torre del loro sapere tecnico; il diritto è solo una delle possibili strade di accesso per capire l’intreccio tra politica ed economia.

La sua tesi, ridotta all’osso, è la seguente: viviamo nella fase storica del trionfo del neoliberalismo che ha scardinato l’impianto del compromesso keynesiano, esito dei conflitti sociali della fase storica precedente. L’Unione europea è da vedere come un assetto istituzionale prodotto dal progetto neoliberale e la proposta di un’Europa a due velocità rientra nella logica di una realizzazione graduale di tale progetto.

La gradualità si manifesta nell’identificazione di un nucleo centrale di Paesi creditori costruito intorno all’asse franco-tedesco (più tedesco che franco), in un gruppo di Paesi debitori del Sud Europa, costretti ad adeguarsi al dogma neoliberale e, infine, in un gruppo di Paesi periferici che non sono ancora pronti per l’aggancio e che forse lo saranno in un imprecisato futuro. La realizzazione di questo “progetto” comporta uno svuotamento della sovranità nazionale. L’autore conduce un’analisi attenta e accurata delle condizioni (fiscal compact, six pact, two pact ecc.) alle quali devono sottostare, ad esempio, i Paesi debitori che vogliono restare agganciati alla moneta unica e all’area dell’euro. I casi della Grecia, del Portogallo e della Spagna, ma anche dell’Italia, sia pure nella loro diversità, ci hanno fatto vedere cosa vuol dire perdere sovranità. Le politiche di austerità sono dei vincoli che riducono lo spazio delle scelte politiche.

La sovranità però, nei regimi democratici, appartiene al popolo che la esercita nel quadro costituzionale dello Stato nazionale. La perdita di sovranità è perdita di democrazia e comporta la rinuncia della politica a governare i processi dell’economia e della società, anzi – come si esprime l’autore – “a subordinare l’ordine politico all’ordine economico”. In questo senso Somma parla di crisi della democrazia e di postpolitica, dove appunto la sfera della politica finisce per annullarsi e lasciare il campo alle “leggi” apparentemente neutre del mercato. In particolare, a subirne le conseguenze, sono soprattutto i lavoratori i cui interessi si esprimono attraverso la loro rappresentanza politica “assicurata, alle condizioni attuali, dal solo livello nazionale” (p.38) .

Da qui parte la proposta di recuperare la dimensione nazionale nelle lotte del mondo del lavoro: “Occorre liberarsi dalla convinzione ricorrente nella sinistra radicale europea che la dimensione sovranazionale è in quanto tale da preferire alla dimensione nazionale”; bisogna, ancora “riflettere su un recupero non nazionalista della dimensione nazionale, da ritenersi non tanto un fine, bensì un mezzo per ottenere una riscrittura dei fondamenti della costruzione europea” (pp.39-40) . Spero, nel riassumerle, di non aver fatto troppa violenza alle tesi dell’autore.

Su alcuni punti sono d’accordo con Somma, ma su altri dissento profondamente. Sono d’accordo sul fatto che il processo di integrazione europea, così come si è venuto configurando, è una delle cause della crisi della democrazia alla quale stiamo assistendo da diverso tempo. Sono anche d’accordo che in questo processo hanno guadagnato potere le élite tecnocratiche-burocratiche a scapito delle élite politiche democraticamente elette, cioè dei Parlamenti. Di più, l’Ue non ha fatto nulla (o non ha potuto fare nulla) per arginare lo strapotere del capitale finanziario che opera su scala planetaria. Sono idee oggi largamente accettate e, giustamente, Somma cita gli illuminanti lavori di Colin Crouch e altri. Sono infine d’accordo che un’Unione europea sempre più gestita col metodo intergovernativo dia ampio spazio ad un’egemonia tedesca (tema al quale Somma ha dedicato un altro suo lavoro) e che questo non è desiderabile.

Non concordo, invece, su un’altra serie di punti. Primo, la contrapposizione tra neoliberalismo, identificato con il “male”, e il keynesismo mi sembra riduttiva e manichea. La storia ci dice che tra il dominio assoluto del mercato e il dominio assoluto dello Stato ci sono tante mediazioni intermedie tutt’altro che trascurabili. Se avessi avuto un’edizione elettronica del testo mi sarei divertito a contare quante volte compare l’aggettivo neoliberale associato a diversi sostantivi (disegno, ordine, dogma, ortodossia, paradigma, ma soprattutto “progetto”, termine che lascia intendere la presenza di un attore nascosto, una “mano invisibile”, ma perversa). Non sono d’accordo neppure nel vedere l’Unione europea in modo esclusivo, o almeno prevalente, come una costruzione nel quadro di un progetto neoliberale; mi sembra anche questo altrettanto riduttivo. L’Ue è nata dall’intento di superare i guasti dell’autarchia e del nazionalismo della prima metà del XX secolo nel quadro di un mondo diviso in due blocchi contrapposti. Il processo è andato avanti non tanto per assecondare il disegno neoliberale, ma per garantire la sopravvivenza della sovranità nazionale (ancorché fortemente ridotta) in un quadro di potenze continentali. Siccome gli attori del processo sono stati gli Stati nazionali (e non la “mano invisibile”), il processo si è arrestato tutte le volte in cui si dovevano intaccare i nuclei forti della sovranità (la cornice simbolica di una Costituzione federale, l’esercito e il fisco). 

Infine, l’autore propone un ritorno alla lotta all’interno della dimensione nazionale per poter preparare la strada verso un’altra Europa. È anche la tesi di Wolfgang Streeck (un autore che stranamente Somma non ha incrociato). È la strada che aveva voluto imboccare Tsypras, ma che poi, penso per il bene della Grecia, ha deciso di abbandonare. Banalmente, la proposta è di fare un passo indietro per farne poi (chi sa quando) due in avanti. Preferisco il neoliberale Macron che propone di fare, subito, un passo in avanti.

 

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