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Lavagne di ardesia
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È una descrizione amabilissima quella che ha fatto di recente Claudio Magris sul "Corriere della Sera". Parla dell’ossessivo lavoro digitale che affligge l’uomo moderno, sottraendogli tempo vitale e costringendolo a rincorrere incessantemente messaggini, email e altre connessioni virtuali a scapito di quelle reali. In contrapposizione i privilegi, a cui l’autore ammicca, di chi si è salvato da quel morbo, i suoi tempi spaziosi, le sue comunicazioni fatte di carta e di una penna che fa piacere immaginare stilografica ammantano di nostalgia il lettore.

Per tutte queste ragioni, quando quella descrizione si dirada e cede il passo ad una tesi, con tanto di analisi e previsione, il pezzo comincia a perdere tono: “I nuovi servi della gleba non zapperanno più la terra, bensì risponderanno a trilli, squilli, tintinnii, vibrazioni, pulsazioni, fremiti, tremolii” e ancora “non è l’amministratore delegato e nemmeno il capoufficio che scrive e legge le innumerevoli email, così come non è il direttore generale, uomo o donna, che getta la sua biancheria usata fra le altre da lavare”.

No, le cose sono un tantino più complesse di così. Funzionavano a quel modo cinquant’anni fa, quando il direttore dettava le sue lettere alla dattilografa. Ora invece si sta tutti mediamente tre ore online e se si raggiungono le sei si parla già di condizione di affanno. Per i giovani la media è di quasi cinque ore che possono anche raddoppiare. La principale caratteristica di questa pulsione verso l’interazione digitale è la sua trasversalità rispetto a qualsiasi categoria. La si trova appunto tra amministratori delegati e direttori, presidenti di nazioni, popstar e calciatori, studenti universitari e loro professori, qualche nonna arzilla e i suoi nipotini. Tutti quanti, nudi e uguali, di fronte a questa nuova divinità tecnologica il cui verbo si è infilato nel bisogno di socializzare, di amare e di comunicare. Tutti scrivono email, twittano, postano, mettono like. È vero che i presidenti hanno stuoli di collaboratori che li assistono in questo lavoro per far fronte ai grandi numeri, ma il tempo individuale speso in quel modo non dipende dal potere o dalla ricchezza.

Nonostante gli studi siano ancora in fase preliminare sembra infatti che i meccanismi principali che alimentano questa nuova forma di nevrosi siano due: uno è la paura di perdersi qualcosa e l’altro è la gratificazione che otteniamo dal pur virtuale contatto. La linea di demarcazione tra i nuovi schiavi dell’ancoraggio digitale e gli uomini liberi non è, e non sarà, quindi dettata dalla classe socio-economica, né regolata dal potere, come avveniva appunto per il servo che eseguiva lavori pesanti o noiosi. Immaginare quindi lo sviluppo di una servitù della gleba pagata per fare il lavoro digitale è una pura fantasia di chi non conosce quel mondo proprio perché si è salvato da esso. È invece la predisposizione alla dipendenza a fare la differenza.

Esistono infatti, trasversali tanto quanto i drogati di tecnologia, delle anime pure, invidiate, ammirate e talvolta derise per la loro santa diversità. Costoro si trovano sì tra le fila di quelli che, come Magris, non si sono mai digitalizzati veramente, ma anche altrove e ovunque, persino tra i nativi digitali. Tra i miei studenti e allievi, per esempio, ce ne sono molti a cui io sono costretto, sbalordito, a raccontare quel che imparo da Facebook in campo strettamente scientifico. Sì, ho detto scientifico e avrei potuto dire letterario, artistico ecc. Lo preciso perché il pezzo di Magris continua: “Sedici ore al telefonino o al computer per le email significano sedici ore sottratte a tutto il resto, pure all’acquisizione di nuove conoscenze”. Magari fosse così, magari! L’email e i social network stanno certamente cannibalizzando il nostro tempo inseguendoci, appiccicati alle mani, nei luoghi e nei momenti più intimi, ma ci permettono di attingere a una grande vastità di informazioni da cui è possibile, maneggiando il materiale con attenzione e perizia, estrarre vera conoscenza. Si capisce subito che questo complica infinitamente i tentativi di disintossicazione.

Le sorgenti di conoscenza cartacee sono sempre meno frequenti (salviamole!) mentre quelle digitali sempre lì ad aspettarti e pronte a servirti. Anche se uno tenta di promettersi per l’ennesima volta la settimana senza telefonino basta un nulla per ricarderci fino al collo: la necessità di leggere l’ultimo articolo, il paragrafo del libro della immensa biblioteca che ci si porta dietro o che si è messo nel cloud forniscono ragioni e pretesti a iosa. Per non parlare del bisogno del file dove si sono salvate le password, del navigatore satellitare nel telefonino, dell’agenda elettronica e di tutte quelle comodità di cui ora non si può fare a meno. A quel punto, dopo alcune boccate di nicotina, non si fuma solo una sigaretta o due, in poco tempo si torna a tutto il pacchetto.

Il pezzo di Magris comunque scolpisce l’elogio e l’esortazione alla lentezza perduta, alla capacità di concentrarsi senza distrazioni, allo studio su carta sia in lettura che in scrittura. Chissà perché il pensiero va all’istruzione, scuola e università, alle opportunità da prendere e ai pericoli da scongiurare. A tal proposito oltre all’appello per salvare la carta colgo l’occasione per lanciarne un altro altrettanto importante soprattutto per i cultori di scienze dure: il ritorno alle lavagne di ardesia coi gessetti! Che si ricominci a produrle, che ce ne sia una in ogni aula, che i corridoi di scuole e università ne vengano tappezzati! Per fare scuola e per fare scienza serveno, e talvolta bastano, una lavagna e due persone che si alternano a scriverci sopra discutendo con passione.

 

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