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La crisi della socialdemocrazia tedesca
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Uscito da poche settimane nelle librerie tedesche, il pamphlet di Andrea Ypsilanti (Und morgen regieren wir uns selbst) costituisce un vero punto di riferimento per quanti vogliono comprendere la crisi della socialdemocrazia tedesca ed europea e, soprattutto, tentare di venirne a capo.

Andrea Ypsilanti è una politica socialdemocratica capace e determinata. Nel 2008 poteva essere alla guida del suo Land, l’Hessen, con capitale Francoforte sul Meno, decisivo per la politica di tutta la Repubblica federale e da sempre un importante laboratorio politico: è qui che inizia, ad esempio, la collaborazione di Spd e Verdi all’inizio degli anni Ottanta. Era pronta a dar vita ad una coalizione con Verdi e Linke, però la dirigenza del suo Partito, da Berlino, vide con preoccupazione quell’accordo: troppo di sinistra il programma della coalizione, inaccettabile qualsiasi accordo con Linke. Le pressioni dei vertici mandarono in fumo il progetto: Ypsilanti dovette rinunciare a governare il Land, l’assemblea fu sciolta e furono convocate nuove elezioni, stravinte, ovviamente, dalla Cdu.

È rimasta, però, un simbolo per molti militanti: ha dato vita a una fondazione, Solidarische Moderne, continuando a tessere la trama di una politica comune tra tutte le forze progressiste della politica tedesca.

L’analisi condotta nel libro è chiarissima: lo sviluppo del neoliberalismo a partire dalla fine degli anni Settanta, le sue conseguenze (meritevole l’attenzione di Ypsilanti per gli effetti ideologici soprattutto sui lavoratori: “Il neoliberalismo sembra essere riuscito ad introiettare nella psiche individuale i suoi parametri ideologici”), l’impreparazione della socialdemocrazia nel gestire la crisi del fordismo e il passaggio al nuovo capitalismo (“La vittoria del neoliberalismo è impensabile senza la deregolamentazione dei mercati finanziari e la flessibilizzazione del mercato del lavoro”); infine, la disarticolazione avvenuta negli anni Novanta e plasticamente segnata dall’accordo Blair-Schröder, che apre alle riforme tedesche dei primi anni Duemila, responsabili del profondo solco tra il Partito e i suoi elettori, i suoi militanti (molti dei quali lo abbandonano perché non c’è modo di influenzarne le scelte) e, più in generale, i suoi ceti sociali di riferimento. È la definitiva consacrazione della Marktsozialdemokratie, la socialdemocrazia di mercato.

Fin qui, si dirà, nulla di nuovo, perlomeno nelle formulazioni più radicali che negli ultimi anni si sono levate contro la Spd: tuttavia Ypsilanti sintetizza e chiarisce anni di critiche alla dirigenza del Partito, traccia una possibile direzione alternativa e continua, inoltre, a ricercare la massima unità di tutte le forze del mondo del lavoro.

Se, infatti, già subito dopo la riunificazione, la Spd non ebbe – con l’importante esclusione di Oskar Lafontaine – la lucidità di accogliere i nuovi “compagni” dell’Est, questi furono obbligati, per sopravvivere politicamente, a creare un proprio partito, la Pds, che, tre lustri dopo, darà vita a Linke proprio insieme ai fuoriusciti dalla Spd riuniti nella Wasg (Alternativa elettorale per il lavoro e la giustizia sociale) che contestavano Schröder.

Come i risultati elettorali dimostrano: all’indebolimento della Spd non corrisponde un rafforzamento di pari segno del campo progressista; Linke, cioè, intercetta solo in minima parte i voti dei “delusi” della socialdemocrazia: “Due partiti dei lavoratori in Germania, storicamente, non hanno mai condotto a grandi risultati e ad una egemonia culturale”. Si ripete, dunque, la pagina già vista della divisione a sinistra (Yspilanti cita direttamente il caso della Rivoluzione del '18-'19) e della loro incapacità di offrire un’alternativa concreta all’avanzata conservatrice.

Ma la crisi impone di rivedere interamente il quadro concettuale “classico” della socialdemocrazia: non serve, però, una nuova Bad Godesberg (invocata nel nostro Paese ad ogni occasione, il più delle volte a sproposito), quanto piuttosto ritrovare il senso di essere partito e di parte: “Una socialdemocrazia che vuole riottenere egemonia sociale e politica deve avere il coraggio di anticipare i conflitti e affrontarli senza se e senza ma. […] Più decisiva della questione della responsabilità di governo è il grado di efficacia sociale delle alternative alla politica e all’economia dominanti”, come pure riscoprire il senso e la dimensione dell’essere partito: “Questa cultura del conflitto e questa vitalità sono condizioni fondamentali per la democrazia interna e la sua efficacia in un partito”.

Il rinnovamento (Erneuerung) deve partire, dunque, dalla democratizzazione del Partito e delle forze sociali.

Da questa lettura della crisi Ypsilanti passa a formulare le prospettive per la socialdemocrazia: l’idea è di una politica riformista radicale, che punti cioè al governo e, contemporaneamente, a mettere in discussione i presupposti politici degli ultimi trent’anni, dunque ostile alla lettura che, ad esempio, con Oskar Lafontaine e Sahra Wagenknecht, individua in un populismo di sinistra una possibile risposta. Se la rivoluzione neoliberista si è affermata tramite precarizzazione del lavoro e un pervasivo sfruttamento dei lavoratori.

Le proposte di Ypsilanti si definiscono attorno a tre grandi assi da realizzarsi attraverso una nuova e decisa lotta di classe: riduzione del tempo di lavoro, al fine di assicurare una liberazione autentica dei lavoratori perché abbiano finalmente tempo (il vero lusso del nostro tempo) di autodeterminarsi. Segue un reddito di base senza condizioni, con il quale poter essere davvero liberi di gestire il tempo libero che il progresso ci mette a disposizione e, perché sia chiara proprio la natura del reddito, investimenti in infrastrutture del sociale (leggi: scuole, università, ma anche acqua e energia elettrica).

Una critica a Ypsilanti può essere mossa quando suggerisce, in modo troppo sfocato, la soluzione di uno spirito mediterraneo, riprendendo una immagine di Camus, da contrapporre all’austerità tedesca: si rischia, così, di ipotecare seriamente tutto il ragionamento sull’Europa, in quanto rinnova il pericolo concreto di una contrapposizione all’interno dell’Europa tra i “falchi” di Berlino, alfieri dell’austerità, e il resto del continente; visione che ha già fatto troppi danni all’idea di Europa (quanti e forse anche più delle stesse politiche di austerità).

Tuttavia il testo resta un pamphlet, un tentativo di invertire completamente la marcia della Socialdemocrazia tedesca ed è ovvio che servano anche immagini retoriche. Lo scontro che si sta aprendo nella socialdemocrazia tedesca, già nelle scorse settimane, per la nuova Grande coalizione, avrà conseguenze sul resto del continente: il testo di Ypsilanti chiarisce che una strada diversa da quella proposta negli ultimi anni (alla Grande coalizione non c’è alternativa!) esiste. Anche per questo il suo libro meriterebbe quanto prima una traduzione italiana.

 

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