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Alla ricerca di una politica responsabile
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Nel suo editoriale di ieri, Ferruccio de Bortoli richiama le forze politiche al vincolo della responsabilità. Per de Bortoli è pericoloso «evadere dalla realtà, rimuovendo la forza delle cose e l’amarezza stringente di un elevato indebitamento. Basta ingannare gli elettori illudendoli che vi sia una torta da dividere. Non c’è più da tempo. E non è detto che proposte serie, circostanziate e credibili, non raccolgano più consenso dei giochi di prestigio programmatici». L’occasione di questo accorato appello è l’approvazione al Senato della legge di bilancio, con la gran quantità di piccoli provvedimenti di spesa che essa contiene. In assenza di una credibile strategia di lungo periodo per far fronte alla vera emergenza costituita dal debito pubblico, questa disponibilità a venire incontro alle richieste di intervento pubblico che provengono da ogni parte del Paese – per cause di ogni genere, più o meno degne di attenzione e appoggio – appare irresponsabile. Semplicemente una tattica per guadagnar tempo, e per non perdere consenso.

Un appello che ci sentiamo di condividere. A maggior ragione in un momento in cui, stando alle previsioni, il Paese si avvia a una nuova fase di incertezza politica. Con elezioni che probabilmente non ci consegneranno una maggioranza parlamentare chiara, e che verosimilmente vedranno premiate forze politiche il cui profilo programmatico è ancora in larga misura un’incognita. Riuscirà il M5S a mettere insieme una piattaforma economica credibile? Ci riuscirà un centrodestra che allo stato attuale sembra accogliere al proprio interno un po’ tutti, ortodossi ed eterodossi, liberali e protezionisti, globalisti e sovranisti? Quale sarà il destino della sinistra? Renzi sarà in grado di riunirla, seppure all’ultimo momento? O rimarrà piuttosto vittima di quella che appare negli ultimi mesi come un’irresistibile coazione a ripetere i medesimi errori? Guardando solo allo scenario politico interno ci si accorge facilmente che le cose che possono andar male sono così tante, che davvero nessuno si augura una nuova crisi di confidenza nella tenuta dei nostri conti pubblici.

Ciò detto, il discorso non può fermarsi qui. Almeno per due ragioni. La prima è che la torta non è caduta dal cielo. Gli ingredienti, il forno e la teglia, il lavoro di chi l’ha preparata vanno tenuti in debita considerazione. Bisogna chiedersi se erano quelli giusti, se ce ne fossero altri a disposizione; o, se non c’erano, perché. Capire se le mele erano poche o di scarsa qualità per colpa del freddo o di un agricoltore poco attento. Insomma, oggi la torta è un dato, di cui tener conto in vista degli impegni assunti dal Parlamento, ma vista in prospettiva più ampia essa è anche il risultato di un processo. Domandarsi se il modo in cui la torta viene prodotta e distribuita sia equo non è incompatibile con il rispetto del vincolo di responsabilità.

La seconda ragione per cui non possiamo limitarci a sostenere un simile appello è che il problema con cui abbiamo a che fare non è eccezionale. Al contrario. La tendenza dei regimi democratici a vivere al di sopra dei propri mezzi, a trascurare la prospettiva di lungo periodo per privilegiare la soddisfazione di bisogni o desideri immediati, è nota da tempo. Essa è figlia della grande rivoluzione sociale dell’eguaglianza cui Tocqueville guardava, con «religioso terrore» a metà del XIX secolo. Denunciando che i rappresentanti del popolo sovente si sottomettono «servilmente ai suoi più piccoli desideri, adorandola come la personificazione della forza; ma quando, in seguito, i suoi stessi eccessi la indebolirono, i legislatori concepirono l’imprudente progetto di distruggerla, invece di educarla e di correggerla: non volendo insegnarle a governare, non pensarono che a respingerla dal governo». Sappiamo bene che queste non sono tentazioni di cui si può sospettare Ferruccio de Bortoli. Ciò non vuol dire che le preoccupazioni di Tocqueville siano infondate. Al contrario, in un momento in cui così spesso la volontà popolare ci consegna risultati che appaiono a gran parte degli esperti basati su un’inadeguata comprensione della realtà, espressione di tendenze irrazionali piuttosto che di una deliberazione ragionevole, il problema va posto con particolare fermezza. Rinunciare a educare la democrazia alimenta tendenze autoritarie. Un rischio che, nell’attuale panorama internazionale, sarebbe imprudente sottovalutare, persino in Europa.

Come il compito vada realizzato non è chiaro. Due istituzioni che ai tempi di Tocqueville stavano assumendo il ruolo di educare la democrazia erano la libera stampa e l’università pubblica. Entrambe oggi appaiono in crisi. Travolte in parte dell’onda lunga della stessa rivoluzione sociale che scuote tutte le forme di mediazione, anche quelle che riguardano la conoscenza. Per decenni ci siamo giustamente compiaciuti del carattere democratico della scienza. Affermare il contrario, come fanno alcuni, sia pure in comprensibile reazione a ondate di allarmismo alimentato da affermazioni destituite di fondamento, non può essere la soluzione. Non dobbiamo essere reazionari, ma accogliere la sfida che abbiamo di fronte con gli strumenti di Tocqueville: la ragionevolezza, l’argomentazione, la fiducia nella capacità degli esseri umani di migliorare.

 

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