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Un salto nel buio
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Ieri lombardi e veneti hanno votato formalmente sul trasferimento di competenze dallo Stato alle loro Regioni, ma sostanzialmente sui soldi; è stato loro chiesto: volete voi sostenere l’iniziativa politica per mantenere nelle nostre regioni un po’ più di gettito fiscale, togliendolo agli altri italiani?

La risposta è stata differente nelle due regioni. In Lombardia si è registrata una partecipazione al voto relativamente modesta (e ancor più modesta nelle città, e in particolare a Milano), considerando l’attrattività del quesito e l’assenza di uno schieramento contrario. In Veneto, invece, il “sì” ha raccolto il sostegno esplicito della maggioranza degli aventi diritto al voto.

Formalmente e giuridicamente nulla cambia. In teoria, si dovrebbe avviare un dialogo (peraltro già possibile prima, e avviato senza referendum dall’Emilia-Romagna) fra Stato e Regioni per un ridisegno delle rispettive competenze. Ridisegno interessante, nient’affatto ovvio; come ricordava da ultimo ieri Romano Prodi, il quadro potrebbe essere rivisto con un più attento bilanciamento tema per tema, anche rafforzando competenze e raccordi centrali laddove necessario.

Ma non è di questo che si parla e si parlerà. Smentendo i tantissimi che hanno preso sottogamba la scadenza referendaria, il tema del riparto delle risorse fiscali fra Regioni e cittadini potrebbe segnare a lungo e profondamente il dibattito politico nel Paese. Il grande vincitore di domenica, il presidente del Veneto Luca Zaia, ha ricordato, nei primi commenti post-elettorali, i suoi obiettivi: trattenere in regione i 9/10 del gettito delle tasse. Con notevole coerenza. Il Consiglio Regionale del Veneto aveva infatti promosso anche un quesito referendario su questo specifico tema, così come uno, tout court, sull’indipendenza della Regione: entrambi caduti per l’intervento della Corte costituzionale.

La posizione di Zaia è eversiva dei nostri assetti costituzionali, per i quali il complessivo gettito fiscale, prelevato progressivamente con maggior concorso dei cittadini più abbienti, è destinato a finanziare servizi e interventi pubblici a vantaggio di tutti i cittadini italiani; e nessuna regione può semplicemente votare per trattenerlo, operando una secessione fiscale di fatto senza dover ricorrere a una secessione di diritto.

Con il voto di ieri il confronto su questi temi diverrà assai più aspro. Aumenteranno i conflitti fra gruppi di cittadini, su base regionale, per l’allocazione delle risorse pubbliche e potrebbe crescere molto di livello un conflitto che è latente nel nostro Paese da almeno un ventennio. E che non riguarda tanto, su base politico-ideologica, l’ampiezza della redistribuzione operata dall’intervento pubblico, quanto i suoi confini: con la creazione di nuovi steccati su base identitaria, di piccole patrie, con la definizione di italiani di serie A, meritevoli, perché a maggior reddito, di minori tasse e/o di maggiori servizi, e di italiani di serie B. Per cui è piena la redistribuzione fra ricchi e poveri solo se corregionari; mentre è limitata quella dai ricchi di una regione ai poveri di un’altra.

A questo si è giunti anche grazie alla afasia del centrosinistra, che dovrebbe in teoria essere più sensibile al ruolo redistributivo dello Stato nazionale e alla difesa dei diritti di cittadinanza. I referendum sono stati promossi e difesi dalla Lega, che si conferma – come si legge nel suo Statuto – partito di alcuni italiani contro gli altri. Con la collaborazione del Movimento 5 Stelle: da cui, come in questo caso, è lecito attendersi, oltre alla continua protesta, iniziative politiche di ogni segno e direzione. Con il sostegno berlusconiano, attento a strizzare l’occhio al suo elettorato e capace di tirare fuori dal cappello, come ai bei tempi, proposte prive di qualsiasi senso, come l’idea di fare gli stessi referendum in tutte le regioni.

Di fronte a questo schieramento il Partito democratico non ha trovato modo e tempo per prendere posizione a livello nazionale ed esprimere un convincimento (forse distratto dalla nomina diretta dei prossimi deputati da parte del suo segretario e dalla brutta vicenda della mozione contro il governatore della Banca d’Italia). Il Pd del Veneto si è invece schierato apertamente per il “sì”, senza che nessuno abbia provato almeno a discuterne: come se fosse questione di sola importanza regionale. Alcuni esponenti politici locali, a cominciare dai primi cittadini di Milano e di Bergamo, con l’occhio alle prossime elezioni, hanno fiancheggiato la Lega. Il solo Maurizio Martina ha preso una posizione a favore dell’astensione consapevole, unendosi a Giuseppe Civati e a pochi altri politici della sinistra che l’avevano sostenuta più tempestivamente. Peccato l’abbia fatto l’ultimo giorno.

Vedremo ciò che accadrà. Il timore è che ieri si sia fatto un grande passo verso un Paese sempre più egoista, frammentato, litigioso.

 

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