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Washington, 23/3/2010
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L’America nera e la riforma sanitaria. “Gli afro-americani dovrebbero marciare su Washington per la riforma sanitaria”: TheRoot.com, noto magazine afro-americano, titolava così un articolo pubblicato lo scorso settembre. “Nell’epoca compresa tra il movimento per i diritti civili e i giorni nostri” - scrive TheRoot - la qualità della vita degli afro-americani è migliorata in molti ambiti: istruzione, reddito, occupazione; tutti tranne il più importante: “vivere abbastanza per vedere la vecchiaia”. Dal 1960, infatti, il gap tra la mortalità dei neri e quella dei bianchi è cresciuto di un terzo, e ciò è legato all’incidenza, superiore alla media per i primi, di alcune malattie: il cancro (soprattutto al seno e al cervello), il diabete, le malattie cardiache e le patologie a trasmissione sessuale, a partire dall’HIV/AIDS (tra gli afro-americani si registra ogni anno il 45% delle nuove infezioni e circa la metà dei decessi). Nel 2004, la popolazione afro-americana aveva un’aspettativa di vita di oltre cinque anni più breve di quella dei bianchi. Dopo il significativo miglioramento del periodo 1965-1980, gli anni dell’impegno maggiore del governo federale nelle politiche socio-sanitarie, il calo più consistente è intervenuto nel decennio 1984-1994, quando i tagli imposti dalla reaganomics e dalla Nuova Destra alle politiche sociali si abbatterono con particolare durezza sulla comunità nera. Se la speranza di vita per la popolazione generale fosse quella della comunità afro-americana, oggi gli Stati Uniti occuperebbero la 105a posizione nella graduatoria mondiale, dopo Algeria, Repubblica Dominicana e Sri Lanka. E se la mortalità infantile che si registra nella comunità nera rappresentasse il dato medio, il paese sarebbe all’88° posto a livello planetario: nel 2004, i bambini morti ogni mille nati vivi erano 5,66 per la popolazione bianca e 13,79 per la popolazione nera. Una situazione simile può essere evidenziata per la mortalità materna: nel 2004, ogni 100.000 bambini bianchi nati vivi, morivano 9,3 madri, contro i 27 decessi materni registrati tra le donne di colore. Le disuguaglianze razziali nella salute, secondo l’opinione della gran parte degli analisti, sono prodotte da un mix di condizioni socio-economiche strutturali che limitano l’accesso alle cure (in particolare a quelle preventive e di lunga durata), diffidenza nei confronti dell’establishment medico bianco e comportamenti influenzati da pregiudizi razzisti, classisti e sessisti.

La questione della copertura assicurativa appare centrale. Nel corso del biennio 2007-2008, il 40% degli afro-americani è stato underinsured, cioè privo di assicurazione sanitaria almeno per un periodo di tempo, contro il 25% dei bianchi; anche a parità di reddito, la situazione non cambia: ad esempio, tra gli afro-americani con un reddito superiore a $ 84.000, gli underinsured erano circa un quarto, contro il 16% dei bianchi nella stessa fascia di reddito. Per queste ragioni, fin dai primi mesi del 2009, le associazioni per i diritti civili hanno lanciato una mobilitazione straordinaria per sostenere la riforma, giudicata da gran parte degli intellettuali afro-americani come la nuova frontiera del movimento per i diritti civili. Anche il Congressional Black Caucus (l’assemblea dei parlamentari afro-americani) e la National Medical Association, organizzazione che rappresenta la quasi totalità dei medici afro-americani, hanno sostenuto convintamente la riforma. A dispetto di un forte attivismo da parte della leadership afro-americana, la riforma Obama non ha potuto contare sul sostegno attivo della maggioranza della comunità nera, che pure è particolarmente rappresentata tra i 30 milioni di americani che ne beneficeranno di più, ma che è impegnata a sopravvivere nelle pieghe di una crisi che l’ha colpita duramente (a gennaio 2010, il tasso di disoccupazione tra i neri ha raggiunto il 16,5%, mentre la disoccupazione generale scendeva al 9,7%). Anche la leadership afro-americana, frustrata per i troppi compromessi accettati durante l’iter parlamentare – che hanno finito per rendere impraticabile la clausola della Public Option -, ha progressivamente ridotto gli sforzi a sostegno della riforma. Lunedì Nancy Pelosi nel momento dell'approvazione da parte del Congresso ha fermato questo attimo di storia - giunto al termine di una delicatissima maratona negoziale - battendo sul podio dello speaker lo stesso martello di legno con il quale, nel 1965, il collega Charles Dingell aveva siglato l'approvazione di Medicare, la mutua a favore degli anziani. L'impressione è che l'accelerazione imposta sul finale da Obama alla riforma sia determinata dall'esigenza che i suoi effetti positivi siano percepiti - anche dalla comunità afro-americana che ha accolto l'approvazione con un certo disinteresse - al più presto. Possibilmente prima della prossima scadenza elettorale.

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