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Gerusalemme, 26/3/2010
rubrica
  • lettere internazionali

Netanyahu sfida l'ira di Washington. Joe Biden, l’uomo che è divenuto vicepresidente poiché considerato un garande degli equilibri e una figura oltremodo stimata a Gerusalemme, come si doveva comportare? Avrebbe dovuto prendere il cappello, salutare seccamente e sbattersi la porta dietro le spalle. Pare che sia stata di questo tenore la considerazione fatta da Thomas Friedman, premio Pulitzer, decano dei giornalisti che si occupano di Medio Oriente nonché consigliere ufficioso della Casa Bianca per quel che riguarda una regione dove gli spiriti sono perennemente infiammati. A rincarare la dose si è messa la corazzata Fox, la battagliera televisione di Rupert Murdoch, da sempre nemica di Barack Obama, che ha causticamente commentato: «Biden vede nella sua visita un’occasione di pace, Netanyahu l’occasione di annunciare nuovi insediamenti». Ne è seguita una concitata telefonata di Hillary Clinton al primo ministro israeliano, dai toni piuttosto incandescenti. «Un insulto», ha chiosato l’energica “Second Lady”, riferendosi al fattaccio oggetto delle poco affettuose comunicazioni. Da ultimo, David Axelrod, consigliere del presidente, parlando alla Abc ha duramente affermato che quanto era successo costituisce una «mossa molto distruttiva», messa in atto con la deliberata intenzione di mandare all’aria il processo di pace prima ancora che abbia inizio.

Ma cosa è all’origine della querelle tra Washington e Gerusalemme, che forse faticherà a stemperarsi? A dare credito al premier israeliano «c’è stato uno spiacevole incidente che è stato fatto in tutta innocenza ma che ha ferito: non sarebbe dovuto succedere». Il riferimento è alla costruzione di 1.600 nuovi appartamenti a Ramat Shlomo, un quartiere ultraortodosso sorto nella zona settentrionale di quell’area di Gerusalemme annessa a Israele nel 1980, con una legge contestata da buona parte della comunità internazionale. Alla decisione, in sé controversa poiché destinata ad alimentare le tensioni in un’area che è da sempre oggetto di opposte pretese, si è aggiunto il criterio con cui si è consumato l’annuncio. Ad innescare la miccia è stato il ministro degli Interni Eli Yishai, esponente dello Shas, un partito religioso che fa parte della coalizione di maggioranza che, con sospetto tempismo, mentre Biden arrivava in Israele, ha annunciato la volontà di incrementare il patrimonio edilizio in una zona dove il suo partito è storicamente radicato. L’incremento della presenza ebraica nella Cisgiordania (un trend che dal 1967 non ha conosciuto soste, passando dalle iniziali poche centinaia di «coloni» agli attuali 187 mila residenti, ai quali vanno aggiunti i 177 mila abitanti di Gerusalemme est) è una delle questioni di maggiore attrito nella trattativa con Abu Mazen. Malgrado le pressioni americane, il governo israeliano nel corso degli ultimi trent’anni ha sempre incentivato o, comunque, tollerato, gli insediamenti. La madre di tutti i precedenti l’aveva già offerta Menachem Begin nel 1977 quando, nominato da poco capo di governo nel primo esecutivo a maggioranza Likud, il partito della destra nazionalista, dopo avere assicurato gli americani dell’allora amministrazione Carter sulle sue intenzioni negoziali aveva poi dato subito mandato di intensificare la presenza di presidi nei territori arabi. La «politica dei fatti compiuti», così come è stata chiamata, a detta dei palestinesi ha un chiaro obiettivo, ossia l’annessione strisciante delle loro terre ad Israele.

Ma in gioco c’è dell’altro. L’incidente diplomatico rivela la fragilità dell’attuale governo Netanyahu, dove il premier deve confrontarsi con anime politiche tra di loro in conflitto. Yishai, che si è sempre mosso in piena autonomia, è uno degli esponenti politici più importanti degli haredim, quegli ultraortodossi che da sempre hanno un conto aperto con i partiti laici, tra i quali lo stesso Likud. Per un pugno di mattoni, quindi, ci si gioca le fondamenta dello Stato, che alcuni vorrebbero meno secolarizzato di quanto sia oggi. Qualcosa di più di un incidente diplomatico, a ben vedere. E qualcosa che parla agli israeliani, soprattutto.

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