Rivista il mulino

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Borbonismo e sudismo
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  • Memoria /memorie

Il Consiglio regionale della Puglia ha recentemente approvato, quasi all’unanimità, una mozione del Movimento 5 Stelle che impegna il presidente e la giunta di centrosinistra «a indicare il 13 febbraio come giornata ufficiale in cui si possano commemorare i meridionali che perirono in occasione dell'unità, nonché i relativi paesi rasi al suolo». La scelta ricade sulla data iconica della memoria legittimista borbonica: la resa di Gaeta del 13 febbraio 1861, su cui cominciò a plasmarsi il mito della nazione duosiciliana in contrapposizione mimetica a quello della nascente nazione italiana. Inoltre, il testo votato evoca stragi e numeri di morti (significativamente designati come «vittime») senza tenere in conto i risultati della recente ricerca storica – non solo accademica – metodologicamente più avvertita. E ha come corollario la denuncia che «nella maggior parte dei testi scolastici e universitari le pagine più oscure della storia d’Italia sono appena annoverate».

Il carattere ideologico e strumentale, oltre che il paradigma acontestuale e vittimario che sottende quest’operazione, è stato evidenziato dalla comunità degli storici e dal mondo dei saperi. La Società italiana per lo studio della storia contemporanea, affiancata dalle altre società storiche, ha rilevato forti criticità scientifiche e culturali e ha chiesto un’audizione ai rappresentanti regionali. Ne è scaturito un dibattito inedito per intensità, ampiezza e autorevolezza dei partecipanti, tuttora in corso.

Una novità, perché questi temi vivono nella società meridionale dalla fine del Regno delle Due Sicilie. Si tratta, infatti, della rielaborazione degli argomenti prodotti dalla propaganda borbonica prima nella guerra di resistenza allo Stato unitario (1861-1866), poi nella rielaborazione della generazione dei vinti (1867-1914). La causa perduta legittimista si basava sulla rivendicazione di una ingiusta sconfitta, dovuta al tradimento della “quinta colonna” unitaria meridionale e all’invasione piemontese. Si aggiunsero poi argomenti polemici sistematicamente storicizzati: l’oro inglese, le trame massoniche, i primati economici, le presunte stragi (come Casalduni e Pontelandolfo), l’esemplarità della famiglia reale. Questi leitmotiv riemersero ciclicamente, sviluppando una subcultura sovraregionale minoritaria, che sopravvisse collegata all’opposizione cattolica allo Stato italiano. Allo stesso tempo, la combattiva pattuglia borbonica napoletana fu incapace di partecipare al processo politico e intellettuale italiano che diede vita al confronto sulla questione meridionale, facendone un momento cruciale della storia nazionale.

Quando i cattolici di Luigi Sturzo decisero di disfarsi dei “fossili borbonici”, il discorso duosiciliano si ridimensionò fino a inabissarsi con la generazione dei vinti e con l’integrazione napoletana nel mondo ideologico e sociale della monarchia sabauda. Il borbonismo scomparve fra la Grande Guerra e il fascismo e riemerse dopo la fine del secondo conflitto mondiale. Si presentò come espressione di nostalgie o di rivendicazioni vittimistiche, ma non si trasformò mai in un attore politico e culturale, proprio negli anni di maggiore successo della nuova versione della “questione”, il meridionalismo, che tanta presa ebbe nei partiti di massa e nei ceti intellettuali.

Fra anni Quaranta e Sessanta scrittori molto diversi per formazione culturale e politica come l’imprenditore milanese Mario Monti e il cattolico ultraconservatore lucano Carlo Alianello recuperarono nei loro romanzi e nei loro saggi storico-narrativi, pubblicati per case editrici quali Longanesi, Feltrinelli e Rusconi, alcuni temi antirisorgimentali come il brigantaggio, riletto in chiave western da Monti in sintonia con la cinematografica alla Pietro Germi, e l’universo dei vinti borbonici, ai quali Alianello dedicò una trilogia che conobbe nel 1956 (L’Alfiere) e nel 1980 (L’eredità della priora) parziali trasposizioni televisive a puntate, oggi disponibili su YouTube.

Il brigantaggio politico e sociale riscosse in quei decenni un certo interesse, in particolare in alcuni settori della storiografia marxista. Questa esperienza, negli anni Settanta, offrì materiali a gruppi musicali, come la Nuova compagnia di canto popolare, o ad associazioni come quella che promosse la rivista “L’Alfiere”. La sintesi fra eredità nostalgica, borbonismo e interpretazione sociale del brigantaggio iniziò così, proprio al tramonto dei partiti di massa, a inventare una sua spiegazione della fine del Regno delle Due Sicilie che si combinò con il tradizionale refrain del divario meridionale e delle sue cause (e responsabilità) esogene.

Ciononostante, restò un filone poco influente. All’inizio degli anni Novanta, in simmetria con il successo della Lega Nord, la grande slavina della Repubblica dei partiti e la fine delle ultime misure (nazionali, prima dei fondi europei) a favore del Sud, emerse un movimento culturale che si richiamava al borbonismo e alle ragioni duosiciliane. Non si trasformò in soggetto politico, ma promosse un arcipelago di associazioni, gruppi storici, case editrici, siti internet e blog, dove i materiali della causa perduta vennero sistematicamente rielaborati, utilizzando strumentalmente anche alcuni risultati oramai superati dell’interpretazione marxista del brigantaggio.

Il movimento dilagò nel discorso pubblico meridionale a partire dalla fine del Novecento, attraverso volumi di successo e film (Li chiamarono… briganti!, di Pasquale Squitieri ha ampiamente recuperato tramite YouTube e i circuiti “neoborb” l’insuccesso al botteghino del 1999). Poi, intorno al 150o anniversario dell’Unità, ottenne i successi più rilevanti: il libro di Pino Aprile, Terroni. Tutto quello che è stato fatto perché gli italiani del sud diventassero meridionali, pubblicato nel 2010 da Piemme, si trasformò nel vangelo della rivendicazione sudista e neoborbonista; mentre Giuliano Amato, presidente del Comitato dei garanti per le celebrazioni del 150o, si recò a Pontelandolfo nell’agosto 2011 per aderire a un’ambigua richiesta di scuse rivolta allo Stato italiano. Da lì l’idea di un salto di qualità e la ricerca di un interlocutore politico. Fra 2016 e 2017 il M5S ha abbracciato la causa, facendone praticamente l’unica sua battaglia culturale. L’accordo fra Aprile, la galassia sudista e il M5S è stato sancito a Gaeta nel febbraio scorso allo scopo di far approvare in tutte le regioni meridionali una giornata per le vittime del Risorgimento, cercando il consenso trasversale del centrodestra e del centrosinistra. La mozione è stata votata a marzo in Basilicata, poi da alcuni municipi calabresi, mentre non ha avuto seguito al comune di Napoli grazie all’azione combinata di storiche e amministratrici.

La deliberazione pugliese, invece, ha creato un caso politico e culturale nazionale, palesando l’istituzionalizzazione di mitografie sudiste debitrici a una costellazione discorsiva che riattualizza sapientemente il canone nazionalista ottocentesco con la sua ossessione per le comunità violate, il sangue dei martiri, l’onore degli eroi e delle eroine, l’empietà dei traditori, la crudeltà dei nemici. Il risultato è un ribaltamento simmetrico (in chiave neoborbonica) della desueta retorica risorgimentale: il neonazionalismo panmeridionale è contrapposto al vecchio nazionalismo panitaliano, il brigante Crocco o – nel caso pugliese – il sergente Romano contrapposti a Garibaldi e Vittorio Emanuele II.

Ma l’operazione mitografica non finisce qui, perché tutti questi materiali risalenti sono confluiti in un grande patchwork post novecentesco a sfondo genocidiario fatto di torture, stragi, campi di concentramento, gulag, desaparecidos, dove il Mezzogiorno dell’Ottocento assume i contorni dell’Europa totalitaria e delle dittature latinoamericane. Il successo del neoborbonismo e di simili operazioni mitografiche non è legato soltanto all’evocazione di risentimenti antichi. Interpreta anche una peculiare relazione tra memoria, storia e tempo presente nelle odierne società democratiche e digitali. Non esiste Paese nel mondo occidentale dove la relazione con il passato non sia oggi intensamente presente nel confronto politico, o nel rinnovamento delle identità territoriali e sociali. Il discorso sudista accusa di parzialità, reticenza ed elitarismo la storia praticata secondo protocolli metodologici verificabili, e si propone come sua alternativa, anche a livello istituzionale. Si tratta di una sfida da non sottovalutare e di una battaglia scientifica, culturale e politica rilevante che investe il discorso pubblico meridionale e italiano, come il rinnovamento dell’identità nazionale nell’orizzonte europeo.