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Madrid, 24/5/2017
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Nuovi scenari dopo le primarie dei socialisti spagnoli. Le primarie dei socialisti spagnoli di domenica 21 maggio hanno dato un esito che molti non si aspettavano. Ha votato quasi l’80% dei 186.407 iscritti al partito e ha vinto l’ex segretario Pedro Sánchez con il 50,2% dei voti.

Susana Díaz che contava sul forte insediamento territoriale socialista in Andalusia, il cui governo autonomo presiede, e sul sostegno dell’apparato del partito, ha ottenuto il 39,9% dei consensi. Patxi López, ex presidente del governo autonomo basco, non è andato oltre il 9,9%. Fatta eccezione per l’Andalusia, dove ha vinto la Díaz, e i Paesi baschi, dove ha vinto López, in tutto il resto della Spagna è stato Sánchez a ottenere più consensi. Quando non a stravincere, come in Catalogna, con l’82% dei voti.

Per giudizio unanime dei commentatori, si è trattato di una vittoria della base militante del partito sull’apparato e sul gruppo dirigente. E, allo stesso tempo, di una rivincita di Pedro Sánchez, dimessosi (poi anche da deputato) dopo essere stato messo in minoranza nel Comitato federale del 1° ottobre 2016 che decise di consentire, con l’astensione dei deputati socialisti, il varo dell’attuale governo popolare di Mariano Rajoy.

L’esito delle primarie socialiste apre nuovi scenari e suggerisce alcune considerazioni.

In primo luogo indebolisce il governo di Rajoy, che non ha la maggioranza e che si troverà d’ora in avanti a dover fare i conti con un avversario non solo meno accondiscendente, ma convinto di rappresentare, nell’attuale legislatura, un’alternativa al governo del Pp. Obbiettivo al quale Sánchez aveva puntato quando, avuto dal re l’incarico di formare il governo, non era riuscito a ottenere l’astensione di Podemos.

In secondo luogo potrebbe rendere meno impraticabile la via del dialogo con Podemos, energicamente avversato da Susana Díaz e dal vecchio gruppo dirigente del partito. Anche se, occorre aggiungere, lo spostamento a sinistra dell’asse del Psoe ne fa aumentare la concorrenza con il partito di Pablo Iglesias, che contende a Sánchez la guida dell’opposizione, non solo nel paese, ma anche nelle Cortes.

In terzo luogo prefigura una situazione nuova di fronte all’incalzante richiesta di referendum sovranista proveniente dal nazionalismo catalano. Non che Sánchez si sia detto favorevole al procès catalano e alla celebrazione del referendum che ne dovrebbe costituire il primo, e decisivo, passo. Ma anche il solo riferimento di Sánchez alla Spagna come «nazione di nazioni» (nazioni culturali, ha poi precisato) costituisce un dato di novità rispetto all’immobilismo e al muro di gomma che da anni contraddistingue la posizione dei popolari, che con il loro atteggiamento non poca acqua hanno portato al mulino dell’indipendentismo. La speranza è quella che il dialogo, la mediazione, in una parola la politica, entri finalmente in campo smuovendo una situazione che presenta tratti di assurdità da entrambi i lati. Detto della rigidità del governo Madrid, non meno singolare si presenta la richiesta degli indipendentisti catalani di procedere alla desconexión (cioè separazione dallo Stato spagnolo) e alla creazione di una Repubblica catalana indipendente con una maggioranza semplice. È quanto prevede la Ley de Transitoriedad Jurídica, detta «Legge della rottura», la cui bozza è trapelata proprio in questi giorni sulla stampa. Si tratta di una legge la cui entrata in vigore automatica è prevista qualora il governo di Madrid non dovesse consentire il referendum. Referendum per il quale la bozza di legge non prevede un quorum e ritiene sufficiente la maggioranza dei voti validi per ratificare l’indipendenza. Ciò, quando tutte le costituzioni democratiche del mondo richiedono maggioranze forti per procedere a riforme costituzionali e quando per modificare lo stesso Statuto autonomo catalano è richiesta la maggioranza dei due terzi alle Cortes di Barcellona, cioè di 90 voti. La stessa maggioranza richiesta,  come ha fatto notare Josep Antoni Duran i Lleida, ex portavoce di Convergència i Unió al Congresso dei deputati su El País del 22 maggio scorso, per approvare una legge elettorale, mentre i deputati indipendentisti sono disposti a dichiarare unilateralmente l’indipendenza disponendo di soli 72 voti.

Tornando ai socialisti, dal 16 al 18 giugno si svolgerà il 39° Congresso federale del partito, in vista del quale nei prossimi giorni saranno eletti i delegati. Non sarà facile per Pedro Sánchez confermare nell’assise il sostegno che ha ottenuto nelle primarie. Così come tutt’altro che agevole sarà il compito, per il quale si è espressamente impegnato, di ricucire le varie anime del partito, mai così distanti tra loro dagli anni Trenta del secolo scorso. Le possibilità di riuscire dipendono molto dalla sua capacità di elaborare un programma che tenga conto della nuova stagione in cui è entrata la politica spagnola dopo la fine del bipartitismo e soprattutto di dare prospettive a un progetto come quello socialista, entrato in crisi in varie parti d’Europa.   

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