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Dal numero 1/2017
Un populismo molto americano
rubrica
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Nel 2016 le elezioni presidenziali americane hanno visto manifestarsi una forma di populismo di cui ha fatto le spese, con Hillary Clinton, il Partito repubblicano, contro il quale un candidato non repubblicano, Donald Trump, ha aperto una vincente Opa ostile in nome del popolo. Oltreatlantico il termine «populist» è legato a quel breve ma importante fenomeno che fu il People’s Party, nato nel 1892 dalla rivolta dei piccoli agricoltori proprietari dell’Ovest e anche del Sud contro banche, ferrovie, grossisti del grano e modernità urbana. Il Partito del Popolo raggiunse il suo apice alle presidenziali del 1896, quando però, alleato con il Partito democratico, venne sconfitto dai repubblicani, dopo di che ebbe inizio il suo rapido declino. Oggi gli storici parlano del populismo americano come di un fenomeno che attraversa l’intera storia del Paese e che è già presente nella prima metà dell’Ottocento con partiti nazionalisti e xenofobi come lo American Party, nemico della massiccia immigrazione irlandese cattolica e con essa delle élite al potere che non difendevano il vero popolo americano. Per di più un brodo di coltura del populismo corre lungo tutta la storia degli Stati Uniti nei tanti moti di ribellione dal basso che vi si susseguono, dai Regulators settecenteschi delle Caroline fino ai movimenti New Left degli anni Sessanta. Il populismo è parte di questa vasta corrente alternativa della storia politico-sociale statunitense e non ha necessariamente cattiva stampa.

Tutto ciò dipende dal fatto che gli Stati Uniti non sono una Minerva uscita perfetta dalla testa di Giove, bensì un’eruzione continua e un continuo tentativo di mettere ordine nel susseguirsi traumatico o creativo di mutamenti, di scontri etnici, regionali, economici. L’America è la modernità perché è un inarrestabile dramma del cambiamento che muove dall’entusiasmo alla tragedia e ritorno, è un Paese che ribolle continuamente dal basso. Mi scuso se lancio pillole colte che per essere isolate annoiano; ma non posso non ricordare il repubblicanesimo inglese del Settecento per il quale il potere è un cancro che infetta chi lo possiede, anche se eletto dal popolo, per cui occorre un popolo virtuoso, come quello dell’antica Roma repubblicana o il moderno popolo protestante, per tenere sotto controllo i governanti.

 

[L'articolo completo, pubblicato sul "Mulino" n. 1/17, pp. 91-99, è acquistabile qui]

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