Rivista il mulino

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Gerusalemme, 11/2/2010
rubrica
  • lettere internazionali

Due buoni amici. E Teheran sullo sfondo. Non poteva svolgersi sotto una luce diversa il viaggio di Silvio Berlusconi in Israele. Da subito inteso come un evento volto a rafforzare il bilateralismo tra l’Italia e lo Stato ebraico. E di «special relationship», peraltro già consolidatasi nei precedenti anni di governo del centrodestra, si può senz’altro parlare laddove il volume degli interscambi economici e commerciali ne è risultato ulteriormente rafforzato. Ma ancora di più hanno contato le nette prese di posizione da parte italiana durante i tre intensi giorni nel corso dei quali si è articolata una visita che ha ben presto superato i vincoli protocollari per assumere, a tratti, la natura di un incontro tra amici di vecchia data.
Così, quanto meno, tra Netanyahu e Berlusconi, che condividono molti tratti in comune, a partire da una similare collocazione nello spettro politico, entrambi esponenti della destra liberista e a tratti neoconservatrice, oggi espressione della crisi delle vecchie culture e famiglie politiche. La strategia politica israeliana è intesa a ridimensionare l’impatto delle deliberazioni dell’Unione europea, cercando delle partnership privilegiate con quei Paesi che, pur facendone parte, avvertono con disagio i vincoli che essa impone alle loro scelte, sia nel campo della politica estera che in quella economica. L’Italia è alla ricerca di uno spazio d’azione autonomo, nel quale consolidare non solo tangibili legami economici ma anche nuove prospettive politiche. Israele, da questo punto di vista, fa al caso suo per i molti legami preesistenti non meno che per le analogie culturali e politiche che pare offrire. Il viaggio ha quindi sancito questa reciprocità. Nel fare ciò ha prevalso la logica bilaterale che a Roma, così come a Gerusalemme, risulta oggi interessare molto di più degli accordi quadro tra una pluralità di soggetti. Che ciò possa anche implicare, tra le altre cose, il deperimento di quei tentativi di addivenire ad un sistema di rapporti mediterranei basato non solo sulla forza dei singoli Stati (e, quindi, sulla disparità tra di essi) ma su di un sistema di regolazioni reciproche di natura multilaterale, è cosa che pare interessare di meno i protagonisti in campo. Berlusconi ha inoltre senz’altro fatto mente alla questioni italiane alle quali ha non di meno fatto accenni durante la sua visita. L’identificazione politica con Israele omaggia il rapporto privilegiato che cerca di intrattenere con le comunità ebraiche, trasformandolo in un volano spendibile sia nell’arena nazionale che in quella internazionale. Quanto questa strategia dell’identificazione possa risultare capitalizzabile non è ancora dato capirlo. Di certo, però, comporta più effetti, tra i quali un'ulteriore politicizzazione dell’immagine dell’ebraismo sullo scacchiere mediorientale, tanto più laddove l’ostilità dei gruppi radicali islamici si esprime contro non solo l’«entità sionista» ma gli ebrei tout court. Il viaggio ha inoltre celebrato quello che era già evidente da tempo, ovvero che il cosiddetto «piano di pace» tra israeliani e palestinesi è giunto a un punto morto e che è assai improbabile che in assenza di nuovi stimoli, orientati a dargli rinnovato vigore e, soprattutto, concreti obiettivi, possa ancora avere corso. Si sconta in ciò la crisi di uno dei due protagonisti, il mondo palestinese, che misura la sua scarsa incidenza politica.
Il frettoloso e insipido incontro del premier italiano con Abu Mazen ne è un segno evidente. In questo e in altro Berlusconi ha sancito un profondo mutamento culturale, oltreché politico, rispetto ai governi della Prima Repubblica, proclivi a una particolare strategia dell’attenzione verso il mondo arabo (in funzione, soprattutto, di considerazioni di merito sulla politica energetica nazionale e della sicurezza), che nel caso dei governi Craxi si trasformò in dichiarate simpatie nei confronti dei palestinesi. Da questo momento l’Italia dovrà quindi rimisurare i suoi passi verso altri interlocutori di parte araba e musulmana. Le dichiarazioni rese da Berlusconi prima della sua partenza ad "Ha’aretz", nelle quali si esprimeva sulla discutibilità degli insediamenti ebraici nei Territori palestinesi, parrebbero comunque volere segnare una qualche differenziazione rispetto ai rischi di un appiattimento completo sulle posizioni dell’attuale leadership israeliana. In cuor suo, con tutta probabilità, il presidente del Consiglio sta pensando a un ruolo attivo nella rinegoziazione del contenzioso israelo-palestinese. Ma molto dipenderà da una variabile imprevedibile, ovvero da quel che potrà e vorrà fare l’Iran di Mahomud Ahmadinejad, Paese con il quale i rapporti economici di Roma sono intensissimi non meno di quelli politici, questi ultimi almeno fino al 2008, quando il presidente iraniano definiva l’Italia come un «Paese amico, il più amico di tutti». Il cambio di indirizzo lo si è peraltro misurato già in questi giorni, quando alcune centinaia di manifestanti hanno assediato l’ambasciata italiana a Teheran, lasciando minacciosamente intendere che il ricordo dell’occupazione, trent’anni fa, della legazione diplomatica statunitense costituisce un precedente che potrebbe insegnare anche per l’oggi.

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