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Senza un «disarmo» bilaterale che rinunci agli strumenti della propaganda più becera, la politica non può ripartire
Un’altra politica
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L’inaspettata vittoria di Trump ha ringalluzzito tutti quelli che scommettono che in politica l’unica lingua disponibile per vincere sia il populismo (e più becero è meglio è). In verità non occorreva aspettare l’8 novembre per cogliere il trend. In Italia sarebbe stato sufficiente guardarsi qualche talk show nei dibattiti sul referendum (ma anche prima), mentre in giro per l’Europa certo non mancavano le conferme di come si puntasse sempre più a parlare il linguaggio della cosiddetta «pancia» della gente.

L’uso di argomenti «da comizio», come si diceva una volta, è antico. Né il Pci né la Dc hanno mai fatto propaganda per consolidare la rispettiva presa con analisi degli scritti giovanili di Marx o con disamine del rapporto fra teologia tomista e teologia agostiniana. La differenza con oggi è che allora un po’ ci si vergognava degli argomenti da comizio e quando ci si confrontava fra membri delle classi dirigenti si cercava di tenere un tono più alto, di mostrare reciprocamente la propria capacità di fare analisi di livello. Senza mitizzare il passato, ma il trend era in parte questo.

Quando tutto ciò è diventato «mondo di ieri»? Se leggiamo il libro recente di Ernesto Galli Della Loggia, Credere, tradire, vivere. Un viaggio negli anni della Repubblica, per certi versi sembra che tutto questo sia da far risalire alla diatriba per l’egemonia culturale iniziata in senso forte già nel 1948 e poi continuata; per altri versi sembra che il punto di svolta si collochi fra il 1968 con le rivolte giovanili e l’inizio degli anni Ottanta con la creazione del «mostro» Craxi (in senso etimologico: «mostro» come fenomeno che si impone per difficoltà di comprenderlo) a cui poi è succeduto il «mostro» Berlusconi.

Senza perderci nella filologia delle date, andrebbe riconosciuto che gran parte della cultura italiana ha lavorato alacremente nell’ultimo quarantennio per distruggere ogni razionalità nell’analisi delle vicende politiche. Una tendenza a ridurre tutto a una scelta fra gli angeli e i diavoli è vecchia quasi come il mondo. Una riduzione dello spazio del dibattito e del confronto pubblico solo a uno spettacolo di scontri fra gladiatori delle opposte fazioni è un fenomeno che si è consolidato nell’ultimo ventennio, in gran parte per colpa delle televisioni che hanno avuto bisogno di fare audience per quella via tirandosi dietro i giornali, che da un lato non potevano far a meno dei campioni di wrestling politico-verbale che la tv aveva creato e che dall’altro vedevano la corsa fra i loro collaboratori a crearsi le condizioni per entrare in quelle arene.

Si è così arrivati al classico corto circuito: se con queste armi il mio avversario avanza, è impensabile che io rinunci ad usarle. La conseguenza è la altrettanto classica corsa agli armamenti. È strano che quasi nessuno ponga il problema che dovrebbe sorgere spontaneo in questi casi: prima che questo porti alla distruzione generalizzata (in questo caso della sfera politica) non sarebbe il caso di avviare processi di disarmo bilaterale (o multilaterale), negoziati ovviamente, ma capaci di riconsegnarci la possibilità di governare una transizione radicale e difficile come quella in cui siamo coinvolti? Perché non dovrebbe essere difficile vedere che senza riportare i confronti nell’ambito della razionalità sarà impossibile venire a capo delle asperità di questa fase storica.

Le soluzioni a base di slogan si potevano tollerare quando in fondo tutti coloro che le usavano sapevano che servivano per ottenere dai propri elettori sostanzialmente un mandato in bianco per poi lavorare in prospettiva realista nelle istituzioni. Per metterla in battuta: tutti sapevano che non sarebbe arrivata la vittoria della rivoluzione proletaria come tutti sapevano che i nostri comunisti non mangiavano i bambini. Oggi non è più così: c’è sempre più gente che crede davvero che la soluzione di tutto sia fare tabula rasa dei problemi e che a farlo non potranno essere gli uomini dell’establishment (termine che, ahimè, abbiamo reso popolare noi della generazione del Sessantotto). Salvo ovviamente pensar poi che un miliardario possa essere uno che si mette fuori di esso, o che possa esserlo un vecchio politico di professione, o qualche avventuriero emergente che ha fiutato il vento dei tempi di incertezza.

Dunque occorrerebbe una azione concertata per rompere l’assedio di quella pseudo-cultura e per riportare il dibattito politico nell’arena della razionalità. Peccato che quasi nessuno di quelli che contano sia disposto a fare i primi passi in quella direzione. In fondo è come col disarmo: il difficile è avere il coraggio di cominciare senza temere di rimanere disarmati di fronte al nemico.

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