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Le riforme da non mancare nell’era del neoliberismo
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Tutti i Paesi industriali avanzati che avevano goduto delle straordinarie condizioni di sviluppo dei trent’anni successivi alla Seconda guerra mondiale — i «trenta gloriosi» come li chiamano i francesi — soffrono oggi delle difficoltà prodotte dal regime economico neoliberale che si è imposto a partire dagli anni Ottanta del secolo passato e ha condotto alla piena globalizzazione di quello in corso. Chi più, chi meno.

Soffrono di più i Paesi che non si erano dati strutture economiche e istituzionali capaci di resistere alla concorrenza di Paesi con bassi salari ma con capacità produttive crescenti. E, all’interno di ogni Paese, soffrono di più le regioni, le imprese e i lavoratori maggiormente esposti alla concorrenza, sollecitata dalla libera circolazione dei capitali e dalla strategia delle imprese multinazionali. A questa concorrenza, e al regime monetario e fiscale prevalso a livello internazionale, sono dovute la grande calma salariale, la bassa inflazione, la crescita della diseguaglianza nella distribuzione personale dei redditi.

Se si aggiunge l’immigrazione, anch’essa un aspetto del mondo globalizzato, si possono capire le sofferenze e la rabbia dei perdenti, dei disoccupati, dei precari, dei meno dotati di risorse e competenze intellettuali e professionali: ciò che quasi ovunque ha dato origine a movimenti populisti e anti-establishment o all’accentuazione di tratti populisti anche in partiti tradizionali. Negli stessi Stati Uniti, il Paese leader dell’innovazione tecnologica, è difficile spiegare altrimenti la seria minaccia di Bernie Sanders alla candidatura di Hillary Clinton per la nomination del partito democratico o il successo di Donald Trump nella nomination repubblicana, entrambi su piattaforme politiche estreme.

L’Italia è una potenza industriale di tutto rispetto ma, a partire da un passato ormai lontano, ha mancato molte occasioni per mettersi al riparo dal duro regime economico e finanziario internazionale che verso la fine del secolo avrebbe sostituito quello più lasco e benigno del dopoguerra. Essa aveva accumulato, alla fine della prima Repubblica, un debito pubblico difficilmente ripagabile nelle condizioni di scarsa crescita e debole inflazione che avrebbero caratterizzato gli anni successivi. E, quanto alla crescita, aveva perso buona parte delle grandi imprese, pubbliche e private, che erano state il fulcro dell’innovazione tecnologica del passato, per incapacità manageriale, per inquinamento politico o per le due cose insieme (le piccole imprese, in proporzione abnorme nel nostro Paese, soffrono di un deficit cronico di competitività). In rovina le cattedrali nel deserto, il Mezzogiorno rimane una grande area in cui è tuttora difficile fare impresa.

E irrisolto resta il problema della scarsa efficienza della pubblica amministrazione, sia nella sua architettura complessiva (le Regioni nel loro insieme avevano dato una prova mediocre), sia in molti segmenti cruciali per la crescita e la competitività: scuola, università, giustizia civile, semplificazione burocratica. Questa, si noterà, è già una prima lista dei problemi che occorre aggredire con riforme efficaci per tornare a crescere quanto il regime internazionale ci consente: meno che nei «trenta gloriosi», ma ben più di adesso.

Negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso l’Europa — il disegno dell’Unione e della moneta unica — era sembrata una via d’uscita per i politici e tecnici più consapevoli del vicolo stretto in cui l’Italia si era infilata. Ma i pochi anni utilizzabili per un colpo di reni, dal 2000 alla crisi finanziaria americana del 2007/8, vennero sprecati e dopo di allora il vicolo è diventato quasi cieco. Le regole esplicite degli accordi che abbiamo sottoscritto, da Maastricht in poi, sono mortificanti per i vincoli che impongono alle politiche nazionali e per i poteri di interferenza che concedono a un’autorità che manca della legittimazione democratica di uno Stato sovrano. Ma esse non sono altro che una cinghia di trasmissione delle regole implicite nel regime neoliberale e globalizzato in cui viviamo. Un regime che i Paesi europei più forti, e la Germania in particolare, non hanno alcuna intenzione di combattere. E nel quale ricadremmo nel caso disgraziato che il sistema monetario europeo crollasse. Dalla padella alle braci.

Queste sono considerazioni che hanno trovato un’eco anche al seminario Ambrosetti di Cernobbio, un tempio in cui solitamente officiano gli alti prelati della globalizzazione (si veda Dario Di Vico sul «Corriere della sera», 3.9.2016). Considerazioni che un qualsiasi politico non può non condividere. E se le condivide, deve anche condividere il giudizio che l’uscita dal vicolo quasi cieco in cui siamo finiti sarà lunga e dovrà passare attraverso riforme strutturali profonde e controverse. È giusto criticare il presidente del Consiglio perché, nel clima populistico in cui viviamo e memore dell’esperienza del governo Monti, ha ecceduto in messaggi ottimistici e non ha fatto riforme dure e impopolari quanto è necessario. Ma i partiti che lo criticano sono disposti a dire la verità agli italiani? A indicare le linee di un programma economico alternativo e a confrontarlo realisticamente con quello del governo? Che la discussione politica debba rimanere incagliata per mesi sul «Sì» o sul «No» al referendum costituzionale non può che confermare un’idea che gli italiani, purtroppo, si sono fatta da tempo: che la politica riguarda soprattutto gli interessi dei partiti e non il benessere (realisticamente: ...un malessere tollerabile) dei cittadini.

[Questo articolo è stato pubblicato sul «Corriere della Sera» del 4 settembre 2016]

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