Rivista il mulino

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Dopo un terremoto non si dovrebbe parlare di ricostruzione senza interrogarsi sui mutamenti del tessuto sociale ed economico
Ricostruire?
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  • Identità italiana

«Ricostruire» è la parola d’ordine che risuona dopo ogni terremoto e ogni catastrofe naturale. Declinata come un imperativo, questa parola diventa uno slogan che risponde soprattutto a un’esigenza di rassicurazione nei confronti delle vittime e dell’opinione pubblica, le quali per superare il momento dell’emergenza più acuta devono poter sperare che la vita in futuro riprenderà come prima.

Naturalmente, molti non credono che sarà possibile e in special modo dubitano che una ricostruzione possa avvenire in tempi prevedibili e solleciti. A pensarla così sono anzitutto i sopravvissuti, che davanti alle macerie delle loro case temono che la ferita subita dalla loro esistenza non sia sanabile. Ce lo ricordano le voci degli anziani superstiti, intervistati in questi giorni nelle tendopoli in cui sono ricoverati dopo il terremoto, i quali non riescono a immaginare che l’ambiente a loro caro possa essere ricostituito così com’era. E hanno ragione.

Cent’anni fa Amatrice era un borgo popoloso, che contava oltre diecimila abitanti. Per l’esattezza, il censimento del 1911 ne fissava il numero a 10.347, a fronte dei 2.646 registrati un secolo dopo. Il calo del numero dei residenti, sensibile fin dagli anni Trenta, subì un’accelerazione nel secondo dopoguerra e nel periodo del «miracolo economico», quando tutta l’Italia rurale iniziò a spopolarsi, mentre le città attiravano in misura sempre maggiore gli italiani. Anche Amatrice, che nel 1951 aveva ancora più di 6.500 abitanti, ha subìto questo destino. Così, molte delle case non sono più stabilmente abitate: appartengono ai nipoti di coloro che se ne vennero via tanti anni fa e si sono trasformate assai spesso in abitazioni temporanee, in cui ci si recava in villeggiatura per qualche settimana (a Saletta, frazione di Amatrice con 13 residenti, i morti sono stati 22). Certo, i legami col paese d’origine non sono stati recisi del tutto, ma si sono allentati e ciò ha inciso sulla tenuta materiale dei luoghi, che ne hanno risentito.

Che cosa ci dicono questi numeri e come ci aiutano a interrogarci sulle ragioni del terremoto, le sue cause e i suoi effetti? Sono numeri che ci parlano di una realtà aspra e difficile, dove l’insediamento umano è stato possibile e si è radicato nel corso dei secoli grazie all’opera assidua e tenace di coloro che resero abitabile l’Appennino e crearono le condizioni di sopravvivenza che ancora affascinano i visitatori dei borghi italiani. Si trattò di un lavorìo intensissimo, che si protrasse per generazioni e generazioni, imprimendo sull’ambiente quel carattere che ha sempre impressionato l’occhio dei visitatori. Uno degli osservatori più ammirati del territorio italiano, frutto di una straordinaria e sistematica applicazione delle famiglie e delle comunità, fu Luigi Einaudi, che identificò sempre nel nostro paesaggio le tracce dell’intervento umano.

La bellezza dei nostri borghi appenninici è il frutto di questa storia che abbraccia un arco temporale lunghissimo. Una storia che tuttavia si è interrotta nel secolo passato. Nell’evoluzione del territorio italiano, durante il Novecento, è subentrata una manifesta discontinuità. Essa ha coinciso con una brusca accelerazione dello sviluppo economico, che ha richiamato le persone in direzione delle città. E che dunque ha sconvolto gli equilibri fra economia contadina e territorio tipici delle epoche precedenti, provocando un crescente stato di abbandono dell’Appennino.

Non ha dunque molto senso parlare di «ricostruire» borghi come Amatrice e come gli altri luoghi devastati dal terremoto. Il loro declino precede il sisma, che ne ha messo a nudo tutta la fragilità. Si potrebbero ricostruire le località che sono andate distrutte, soltanto a patto di ripensare da cima a fondo il nostro modello di sviluppo, correggendo le alterazioni che sono state apportate negli ultimi decenni. Occorrerebbe perciò reinventare un rapporto tra economia e territorio, che riporti al centro le nostre tradizioni borghigiane, magari coltivando nuove vocazioni turistiche e insediative. Ma è davvero possibile tutto ciò? E soprattutto l’Italia d’oggi ha la voglia di immaginare per sé un futuro in continuità con le sue radici storiche?

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