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Washington, 14/1/2010
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  • lettere internazionali

Samuelson e la decade “zero”. La decade “zero” si chiude con un lutto importante nel mondo dell’economia. Il 13 Dicembre è morto Paul Samuelson, illustre economista, Nobel nel 1970, maestro di tanti tra i nomi più noti della scienzaeconomica americana, da Krugman e Stiglitz a Merton. Il suo manuale “Economics” è uno dei best-seller di sempre della letteratura accademica. Samuelson fu uno dei fondatori della scuola neo-keynesiana, il primo a coniugare l’economia neo-classica – quella dell’equilibrio di mercato – con l’economia keynesiana – che affronta invece i disequilibri del mercato. Inoltre, Samuelson contribuì a rivoluzionare il ruolo dell’economista, non solo brillante teorico ma anche ascoltato consigliere politico, in particolare con Kennedy. Il rigore teorico e la coscienza politica caratterizzarono tutto il suo lavoro. Pur non rigettando l’impianto teorico dell’economia classica, Samuelson seppe prestare attenzione alle ricadute sociali delle scelte economiche. E così, se la sua parabola di impegno politico iniziò con il suggerimento a JFK di tagliare le tasse per rilanciare l’economia americana, la stessa si è conclusa qualche anno fa firmando l’appello contro il taglio delle tasse (solo per i ceti più abbienti) decisa dall’amministrazione Bush. Inevitabilmente, dunque, la morte di Samuelson assume un rilievo simbolico particolare all’alba di una decade che annuncia grandi cambiamenti. Gli anni zero sono stati quelli del “mercatismo” militante. La “grande crisi” è stata frenata e parzialmente evitata da un massiccio intervento statale. L’ortodossia neo-liberale viene ridiscussa globalmente ed un nuovo modello politico, sociale, economico è proposto dalla presidenza Obama. Di conseguenza, sembra ancora più appropriato riflettere sul contributo intellettuale di Samuelson ed in particolare sui suoi studi sulle imperfezioni dei mercati.

In primo luogo, nelle ultime settimane molta attenzione è stata data ai temi dello sviluppo ambientale e del cambiamento climatico con il fallimento del vertice di Copenaghen. Proprio la protezione dell’ambiente, un classico esempio di bene pubblico, ci aiuta a discutere uno dei principali apporti di Samuelson. Il bene pubblico ha due principali caratteristiche: non è esclusivo – chi lo produce non può impedire a chi non paga di consumarlo; è non rivale nel consumo – una stessa unità di bene può essere consumata da più persone contemporaneamente. Si tratta quindi di un bene che non ha un valore intrinseco di mercato (un fallimento di mercato, infatti), come appunto la protezione dell’ambiente. L’intervento pubblico, in questi casi, è d’obbligo, anche se nelle ultime decadi ce ne siamo spesso dimenticati. Purtroppo, senza una convergenza internazionale vincolante su alcuni punti qualificanti, il fallimento di mercato si ripropone a livello intergovernativo – ogni nazione è incentivata ad agire da free-rider, cioè a godere dei vantaggi della riduzione dell’inquinamento generata da politiche di altri stati senza ridurre la sua quota di emissioni. Una simile situazione è riproposta nel caso delle regolamentazioni finanziarie. Senza un accordo vincolante, ci sarà sempre qualche paradiso fiscale o qualche nazione con controlli un po’ più ammiccanti disponibile a diventare un hub finanziario, con tutti i vantaggi da esso derivanti. L’economia globale è in effetti difficilmente vincolabile da interventi e regole nazionali.

Ovviamente gli stati hanno dimostrato di avere ancora un ruolo fondamentale. La nazionalizzazione di alcune tra le principali banche inglesi ha salvato il sistema finanziario britannico (e, indirettamente, quello europeo). L’emissione di capitale fresco, prima con Bush poi con Obama ha fermato il collasso di Wall Street. La lezione Keynesiana, di cui Samuelson è stato uno dei più brillanti interpreti, è rimasta valida anche ad 80 anni di distanza. Ma non può bastare. In questo senso, il 2009 è stato un anno perso. Il tanto reclamizzato G20 di Londra e poi di Pittsburgh è stato importante per ridefinire gli equilibri internazionali e per cominciare a creare quella partnership globale in grado di rispondere a problemi che non possono essere affrontati a livello nazionale. Ma i risultati pratici sono stati insoddisfacenti. I problemi di fondo che hanno portato al fallimento del sistema finanziario non sono stati davvero toccati. Si parla di nuove regole per le banche, quali, però, non si sa. Ma soprattutto, il nuovo contratto sociale che dovrebbe riscrivere non solo le regole della finanza ma quelle della convivenza civile non sembra all’orizzonte. Molto dipenderà anche dall’effettiva implementazione della riforma sanitaria di Obama. Samuelson, per primo, ha insegnato che l’economia deve avere basi rigorose, matematiche. Ma non può pensare di essere scienza esatta, tantomeno di essere fine a sé stessa. L’economia politica, l’interazione dinamica tra il pensiero economico e le relazioni sociali sono stati i motori delle “Great Transformations”. Altrimenti, i problemi dell’ultimi biennio – che hanno radici assai più antiche – sono destinati a ripresentarsi prima di quanto pensiamo.

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