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I complessi rapporti tra Russia e Turchia
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24 novembre 2015: caccia dell’aviazione militare turca abbattono un bombardiere russo SU-24 – impegnato nella campagna di supporto al presidente siriano Bashar al-Assad – velivolo che, secondo Ankara, avrebbe violato lo spazio aereo turco.

Nel momento in cui l’aereo precipita i due Paesi – che negli ultimi due decenni hanno costruito robusti rapporti di collaborazione economica, ma che registrano interessi sempre più divergenti nella regione del Mar Nero, nel Caucaso e ora in Siria – toccano il punto più basso delle proprie relazioni bilaterali dal crollo dell’Unione sovietica.

«È una pugnalata alle spalle da parte di chi supporta il terrorismo internazionale», tuona il leader russo Vladimir Putin, che accusa il presidente turco Recep Tayyp Erdoğan di fare affari con il sedicente Stato islamico in Siria. «Non ci lasceremo intimidire», replica lo stesso Erdoğan, promettendo di punire nuove presunte incursioni russe nel cielo turco. In molti paventano apertamente del rischio di un conflitto militare diretto tra Russia e Turchia, membro dell’alleanza atlantica.

Nonostante Mosca e Ankara mostrino i denti, i rapporti tra i due Paesi continuano ad avere dimensioni complesse, che rendono difficile pronosticare gli sviluppi dei loro rapporti futuri. Negli anni passati Turchia e Russia hanno costruito una fortissima collaborazione economica, con lo scambio commerciale salito nel periodo 2013-14 agli oltre 30 miliardi di dollari dai 23 del 2009. La Turchia è diventata la meta preferita dei turisti russi, che nel 2013 hanno fatto registrare oltre quattro milioni di presenze. Al tempo stesso, copre il 60% del proprio fabbisogno energetico grazie al gas russo, la compagnia russa Rosatom è impegnata nella costruzione della prima centrale atomica turca (ad Akkuyu, sulle coste del Mediterraneo), mentre molte compagnie turche – soprattutto nel campo delle costruzioni – operano con successo sul mercato russo.

Dopo la visita di Putin in Turchia nel dicembre 2014, nel pieno dello scontro tra Mosca e l’Occidente dopo l’annessione russa della Crimea (febbraio 2014), molti osservatori parlavano della nascita di un potenziale asse Mosca-Ankara. La Turchia, che aveva rifiutato di partecipare alle sanzioni occidentali contro la Russia, veniva invitata da Putin a partecipare al progetto «Turkish Stream», destinato nelle intenzioni del presidente russo a rimpiazzare il gasdotto «South Stream», vittima delle frizioni tra Russia e Unione europea.

La collaborazione economica tra Russia e Turchia però è corsa parallela a profonde e crescenti divergenze di carattere geo-strategico. Il primo momento di crisi risale alla guerra tra Russia e Georgia (2008) con cui Mosca ha di fatto interrotto la politica di integrazione nel Caucaso meridionale perseguita da Ankara, di cui Tblisi era il perno fondamentale. La stessa occupazione della Crimea, nonostante il sangue freddo mostrato da Ankara, ha rovesciato i rapporti di forza nel Mar Nero, facendo (nuovamente) della Russia il principale attore d’area proprio a scapito della Turchia, che non ha nascosto il proprio disappunto.

Un nuovo fronte di scontro è stato poi aperto dalle «primavere arabe». Ankara si è schierata apertamente con le forze rivoluzionarie in Tunisia, Libia, Egitto e Siria, mentre Mosca ha sposato la causa di Mu’ammar Gheddafi, del generale golpista al-Sisi e del presidente al-Assad.

Se lo scontro negli altri Paesi non toccava gli interessi vitali dei contendenti, la posta in gioco in Siria – Stato che confina con la Turchia e alleato di lungo corso dell’Unione sovietica prima e della Russia poi – ha fatto precipitare in fretta i rapporti bilaterali.

La decisione di Putin di schierare aviazione e truppe in Siria a supporto di al-Assad (settembre 2015) ha colto di sorpresa la leadership turca, che negli anni scorsi ha puntato tutto sul rovesciamento del regime siriano, anche a costo di intrattenere rapporti ambigui con settori dell’opposizione indicati come attori del terrorismo internazionale (come il Fronte al-Nusra o, secondo voci ricorrenti, ma mai dimostrate con lo stesso Stato islamico).

L’abbattimento del bombardiere russo, avvenuto nella cornice di crescente tensione sui destini della Siria, ha avuto profonde ricadute sui rapporti politici, ma anche economici. Le sanzioni decretate da Putin in risposta all’incidente hanno limitato fortemente l’export e il business turco in Russia e ridimensionato le presenze turistiche russe in Turchia. Anche «Turkish Stream» è stato abbandonato in fretta. Solo per il 2016, i costi complessivi per l’economia turca potrebbero toccare i 9 miliardi di dollari, pari allo 0,3-0,4% del Pil.

Altri segnali, però, confermano il tenere dell’interdipendenza reciproca: le forniture di gas non hanno subito cambiamenti sostanziali e la costruzione della centrale di Akkuyu, nonostante voci di una possibile rottura, al momento continua ufficialmente secondo i piani stabiliti.

Nonostante il forte deterioramento degli ultimi anni, i rapporti tra i due Paesi sono quindi destinati a restare complessi e sfaccettati, con i forti interessi economici che paiono lasciare spazio a spiragli di dialogo. Al tempo stesso, però, lo scontro in Siria resta un nodo estremamente problematico e potenzialmente esplosivo. Con l’ennesimo e imprevisto colpo di teatro, il 14 marzo il presidente Putin ha annunciato il «missione compiuta», ordinando il ritiro di gran parte delle truppe russe dalla Siria. L’annunciato disimpegno di Mosca – che comunque resta presente sul teatro siriano – se effettivamente implementato è di certo un segnale in grado di ridurre significativamente la forte tensione accumulata negli ultimi mesi con Ankara.

La situazione sul terreno resta però volatile e carica di rischi. Mosca ha rafforzato in questi mesi i propri rapporti con i curdi siriani del Pyd, considerati da Ankara nemici e «compagni d’arme» del Pkk, con cui le forze di sicurezza turche combattono una vera e propria guerra civile nel sud-est della Turchia.

La lotta contro il Pkk-Pyd, responsabile secondo la Turchia anche dell’ondata di attentati sanguinari che sta sconvolgendo il Paese – l’ultimo domenica 13 marzo ad Ankara – potrebbe portare la leadership turca a un intervento diretto in Siria contro il Pyd, già più volte minacciato. Uno sviluppo che metterebbe nuovamente faccia a faccia i due avversari, con conseguenze difficili da prevedere.

 

[Questo articolo è frutto della collaborazione tra Osservatorio Balcani e Caucaso e rivistailmulino.it]

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