Rivista il mulino

Content Section

Central Section

  • Condividi Condividi
  • Stampa Stampa
Send to Kindle
Bruxelles, 18/3/2016
rubrica
  • lettere internazionali

L'unità belga è davvero a rischio? Negli ultimi anni l’unità territoriale del Belgio è parsa sempre più fragile. Un lungo processo di federalizzazione non è riuscito, infatti, a depotenziare le rivendicazioni indipendentiste del nazionalismo fiammingo, rappresentato oggi dalla Nieuw-Vlaamse Alliantie (Nuova Alleanza Fiamminga-Nva).

Le elezioni parlamentari del maggio 2014 sono state un vero successo per i nazionalisti che, con il 20% dei consensi ‒ il 33% solo nelle Fiandre ‒ hanno conquistato la maggioranza relativa dell’intero elettorato belga, grazie a un programma conservator-liberale che rivendica l’indipendenza delle Fiandre all’interno dell’Unione europea. La posizione europeista, però, non deve trarre in inganno: i nazionalisti fiamminghi hanno sempre promosso il principio dell’omogeneità etnica della propria regione, osteggiato aspramente lo sviluppo di vincoli solidaristici intercomunitari e favorito la divisione su base linguistico-territoriale della società. Un modello di nazionalismo escludente e conservatore, quindi, che gode di un vasto sostegno in una regione che è passata, tra il XIX e il XX secolo, da un’economia rurale e proto-industriale al terziario più avanzato.

Fin dalla conquista dell’indipendenza nel 1830, il Belgio è diviso in due grandi comunità linguistiche: la Vallonia, di lingua francese, al sud e le Fiandre, di lingua olandese, al nord; cui ne va aggiunta una terza, quella germanofona, molto meno numerosa. Il francese si è trasformato, nel XVIII secolo, nella lingua dell’élite amministrativa dello Stato diventandone, di fatto, la lingua ufficiale in seguito all’imponente industrializzazione delle regioni meridionali nell’Ottocento. Il nord fiammingo, invece, già famoso per la sua fiorente agricoltura proto-capitalistica ma privo d’industrie pesanti, rimase prevalentemente rurale.

Lo sviluppo vallone finì, però, per alimentare il risentimento dei fiamminghi che si trovarono in una situazione di netto svantaggio economico, soprattutto dopo che il governo centrale, nella seconda metà del XIX secolo, rifiutò di introdurre tariffe protezioniste in difesa della produzione agricola. Quando, dal 1847, i fiamminghi cominciarono a rivendicare la parità linguistica nel campo dell’istruzione e dell’amministrazione – concessa solo formalmente nel 1898 – la questione dei diritti linguistici finì inevitabilmente per sommarsi alle rivendicazioni economiche e alla richiesta di maggiore autonomia.

Questi fattori di squilibrio concorsero a inasprire i rapporti tra le due comunità, che divennero molto tesi negli anni tra le due guerre, quando i partiti fiamminghi (Verdinaso e Vlaams Nationaal Verbond) sposarono le teorie razziali naziste e cercarono di ottenere l’indipendenza delle Fiandre alleandosi con i tedeschi. Si aprì così la vergognosa stagione del collaborazionismo che vide molti nazionalisti, soprattutto nelle campagne, appoggiare entusiasticamente gli occupanti. Al termine della guerra, il movimento fiammingo, ormai screditato, si riorganizzò in sordina in un nuovo partito, la Volksunie (Unione Popolare-Vu), più moderato e federalista. Nonostante avesse accantonato l’estremismo del passato, la Vu non fu capace di scalfire il solido sistema tripartitico belga (composto da cattolici, socialisti e liberali), e rimase una forza decisamente marginale.

Tutto cambiò, alla fine degli anni Sessanta, con la profonda crisi dell’industria pesante nel sud francofono: in poco più di un decennio centinaia di miniere, acciaierie, industrie siderurgiche e tessili cessarono quasi interamente la produzione. Rapidissima fu, invece, la contemporanea espansione economica delle Fiandre, grazie allo sviluppo di un moderno settore terziario. Questo processo, che vide il nord superare il sud come regione economicamente più ricca, segnò l’inizio del successo politico per i nazionalisti.

Le sfortune dei francofoni furono viste nelle Fiandre come un’opportunità per raggiungere una maggiore autonomia attraverso una riforma costituzionale che, nel 1970, riconobbe l’esistenza delle tre aree linguistiche e di tre differenti regioni amministrative: Fiandre, Vallonia e Bruxelles capitale. I successi ottenuti dalla Volksunie, autonomista e sempre più orientata al centro, non impedirono, però, l’emergere di una componente più radicale, indipendentista e razzista, che nel 1978 diede vita al Vlaams Blok (Blocco Fiammingo-Vb). La concorrenza dell’estrema destra indipendentista contribuì a radicalizzare la stessa Volksunie che, nel 1993, riuscì a ottenere una nuova riforma costituzionale, di tipo federale: il Senato trasformato nella Camera federale e le regioni investite di maggiori competenze amministrative e fiscali.

L’ascesa dell’estrema destra, che faceva leva sul richiamo etnico e sul malcontento fiscale, causò però la crisi della Volksunie che nel 2001, dopo una serie di sconfitte elettorali, si sciolse in un nuovo soggetto politico: la Nva. In pochi anni il nuovo partito è riuscito ad arrestare l’ascesa del Vb, dichiarato intanto fuorilegge, e a imporsi come la principale forza politica delle Fiandre. All’origine di questo successo, più che la rivendicazione dell’indipendenza, c’è un programma conservatore, ostile al settore pubblico, ritenuto un coacervo di corruzione e clientelismo, che rigetta la solidarietà interregionale e esalta l’identità etnica. Un modello escludente ed egoistico, questo, che rischia di minare definitivamente l’unità del Belgio

:: per ricevere tutti gli aggiornamenti settimanali della rivista il Mulino è sufficiente iscriversi alla newsletter :: QUI