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Gerusalemme, 17/7/2014
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  • lettere internazionali

Le tante vittime di una guerra. Nella storia dell’annoso conflitto israelo-palestinese non era mai successo che la scintilla fosse rappresentata dal rapimento e dall’uccisione di quattro adolescenti, tre  israeliani (il 12 giugno) e un palestinese (il 2 luglio), massacrati in stile faida tribale. Questi ragazzi a loro modo  incarnavano “lo scandalo” vivente delle malefatte del Nemico. I tre israeliani erano figli di coloni oltranzisti ebrei che con i loro insediamenti – legali e non – stanno appropriandosi di  tutta la terra della Cisgiordania che in teoria dovrebbe essere restituita ai palestinesi. Il giovane Muhammad Abu Khdeir rappresentava invece l’ostinazione con cui i palestinesi insistono a non abbandonare l’area metropolitana di Gerusalemme Est, in cui la maggioranza della popolazione è ormai ebraica. Dopo il sacrificio di questi adolescenti  si è scatenato un inferno di ritorsioni incrociate, con lanci di razzi da Gaza verso Israele e raid aerei israeliani sulla Striscia. A una settimana dall’inizio delle ostilità, il 15 luglio, si contavano 200 civili palestinesi morti, 1.500 feriti e una vittima israeliana. Consideriamo una vittima della ripresa del conflitto anche lo sfascio del governo di unità nazionale palestinese che era stato formato il 2 giugno da Hamas e al-Fatah, nel tentativo vano di riportare Israele al tavolo dei negoziati di pace.

L’attore principale di questa tragedia è Hamas che ha scelto lo strumento della guerra e dell’aggressione a Israele per uscire dall’isolamento internazionale e regionale in cui le convulsioni delle primavere arabe in Siria e in Egitto l’hanno relegato. Fino al 2011 i principali sostenitori di Hamas in Medioriente erano la Siria e l’Iran che gli fornivano armi e aiuti finanziari attraverso il Sinai e i tunnel sotto la frontiera tra l’Egitto e la Striscia. Tre anni fa, però, Hamas ha scelto di appoggiare i ribelli sunniti siriani che credevano di poter rovesciare pacificamente il regime sciita-alauita di Bashar al-Assad sull’esempio di quanto successo in Tunisia e in Egitto. Il regime di Bashar invece è sopravvissuto grazie  alla propria ferocia, all’aiuto degli Hezbollah libanesi nonché del fido alleato iraniano, mentre Hamas si è ritrovato a confidare solo sugli Stati petroliferi del Golfo, il lontanissimo Qatar in testa. La vittoria del partito Libertà e Giustizia dei Fratelli musulmani in Egitto e soprattutto l’elezione alla presidenza della Repubblica di Mohamed Morsi nel 2012 ha riacceso le sue speranze. In fondo Hamas è nato nel 1967 dalla costola dei Fratelli musulmani egiziani di Gaza. Morsi ha protetto e tutelato Hamas in un gioco di equilibrismo non facile perché doveva garantire la pace tra Hamas e Israele se voleva mantenere il favore e i finanziamenti americani. Ma il golpe del generale Abdel Fattah al-Sisi in Egitto ai danni di Morsi il 3 luglio 2013 ha ricacciato Hamas nel limbo dell’isolamento e dell’impotenza tanto più quanto la Fratellanza musulmana è stata messa fuori legge come organizzazione terroristica dall’Egitto e - a ruota - dall’Arabia Saudita che pure in passato l’aveva protetta e finanziata. Già la riconciliazione con al-Fatah, avvenuta il 23 aprile scorso, era un segnale macroscopico della debolezza di Hamas e della sua volontà di non affogare. I razzi che dalla seconda settimana di luglio piovono su Israele lo sono ancora di più.

Dal canto suo Israele sta ancora valutando i rischi di una possibile invasione di terra di Gaza. Sa per esperienza (vedi l’Operazione Piombo fuso del dicembre 2008-gennaio 2009) che Hamas non può essere “sradicata” dalla Striscia e l’anelito martirologico degli islamisti è capace di trasformare una sconfitta militare in una vittoria morale e politica. Non a caso, cercando di capitalizzare il sangue delle vittime palestinesi, Hamas ha rifiutato la tregua orchestrata dall’Egitto e dalla Lega araba il 14 luglio. Israele il 15 l’aveva accettata, Hamas l’ha rotta dopo appena 6 ore. Ma il gioco al rialzo è molto pericoloso, palestinese o israeliano che sia a giocarlo. Soprattutto perché né Israele né Hamas sembrano aver chiaro il vero limite cui si trovano di fronte. Israele – anche ammesso riuscisse a sradicare Hamas da Gaza – non vuole certo tornare a farsi carico del milione e 700.000 palestinesi disperati della Striscia. Hamas, per quanto bellicoso, non potrà mai distruggere Israele e può aspirare solo ad arrivare un poco più forte ad un eventuale tavolo dei negoziati di pace con Israele. Se mai ci sarà, cosa di cui è lecito dubitare.

 

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