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Washington, 10/4/2014
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  • lettere internazionali

C’era una volta. Inaugurato nel luglio 2013, il percorso negoziale tra israeliani e palestinesi si reggeva principalmente su tre fattori: l’incondizionato ottimismo del segretario di Stato statunitense John Kerry, il bisogno del presidente dell’Anp Abu Mazen di riacquisire centralità sulla scena politica domestica, l’impegno formale assunto dal premier Netanyahu nei confronti dei partner di governo moderati per una soluzione del conflitto basata sul principio “due popoli, due Stati”. A rileggere le dichiarazioni rilasciate da Kerry fino a poche settimane fa, o anche dal suo inviato Martin Indyk, una soluzione permanente tra Israele e Palestina era a portata di mano: nove mesi di negoziato al massimo, e la pace sarebbe piombata tra Israele e Territori Palestinesi Occupati.

Ora, però, i nove mesi stanno per scadere e una soluzione anche solo transitoria del conflitto israelo-palestinese sembra più lontana che mai. Anzi, da “accordo sullo status finale” si è passati a parlare di “accordo quadro”, fino a ipotizzare esclusivamente il raggiungimento di un “accordo che definisca le linee guida per la continuazione dei negoziati”. Non riuscendo a trovare un’intesa neanche su questo testo, ora le parti sono impegnate a discutere i termini per la prosecuzione dei negoziati senza accordo.

Il dato più evidente è che in questi nove mesi di negoziati il clima politico regionale e internazionale è profondamente cambiato.  Da diverse settimane, Kerry e lo stesso presidente Obama hanno cambiato copione, lasciando immaginare che la tornata negoziale inaugurata nel luglio 2013 si concluderà con un nulla di fatto, o al massimo con un impegno di rito a continuare i negoziati oltre aprile. Gli avvenimenti alle frontiere Est dell’Ue hanno rimescolato gli equilibri tra potenze, bruciando gli spazi politici (progressivo disimpegno degli Stati Uniti in Medioriente) e temporali (i nove mesi giungono a scadenza tassativa il 29 aprile 2014) riconosciuti soltanto qualche mese fa ai negoziatori israeliani e palestinesi. E, intanto, le parti si sono avvitate in quello che gli analisti di politica estera chiamano il "blaming game", in altre parole il gioco di attribuire le responsabilità del fallimento dei negoziati di pace alla parte avversa. Abu Mazen accusa Israele di non avere dato seguito all'impegno pattuito nel luglio 2013 per la liberazione di una quarta trance di prigionieri palestinesi. Netanyahu, per parte sua, ribadisce che i prigionieri palestinesi possono essere liberati solo a condizione che l'Autorità Palestinese assuma impegni formali per la prosecuzione dei negoziati. Nel mezzo di tutto ciò, l'Autorità Palestinese ha recentemente annunciato l'avvio delle pratiche per il riconoscimento dello status di Paese osservatore nell'ambito di una fitta serie di organizzazioni, convenzioni e trattati internazionali, venendo quindi meno all'intesa raggiunta con Netanyahu nove mesi fa. In essa, le parti convenivano che il processo di riconoscimento della sovranità palestinese in sede di organizzazioni e istituzioni internazionali sarebbe stato subordinato al raggiungimento di un'intesa preliminare con Gerusalemme. E quest'ultima, per tutta risposta allo strappo palestinese, ha annunciato la costruzione di 700 nuovi immobili israeliani a Gerusalemme Est.

Insomma, le possibilità di intesa sono ormai ridotte al lumicino. Emblematica, a questo proposito, la proposta avanzata da Israele per sbloccare l'impasse: liberazione della quarta trance di prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane in cambio del rimpatrio in Israele della spia statunitense Jonathan Pollard. Pollard è da ventisette anni detenuto nelle carceri americane per aver passato (spesso venduto) informazioni sui programmi di intelligence civile americana al Mossad israeliano. Nonostante la proposta israeliana di scambio di prigionieri non sia stata neanche presa in considerazione dall'amministrazione americana, il richiamo al caso di Jonathan Pollard rivela quanto la discussione sul futuro di Israele e Palestina dipenda anche dal fraterno ma turbolento equilibrio di rapporti tra americani e israeliani. Netanyahu non vuole rinunciare a presentarsi agli israeliani come il vincitore morale e sostanziale di questa prima tornata di negoziati. Abu Mazen deve ottenere il congelamento dei nuovi insediamenti a Gerusalemme Est e in Cisgiordania, pena la perdita definitiva di credibilità agli occhi dei palestinesi. Gli Stati Uniti, per parte loro, devono almeno intestarsi la prosecuzione dei negoziati oltre aprile, o riconoscere il completo fallimento della strategia statunitense in Medioriente.

È probabile che alla fine le parti troveranno una via di uscita, e che riusciranno ad allungare il brodo dei negoziati oltre il 29 aprile. È tuttavia certo che senza un cambio di paradigma nell'affrontare il dilemma israelo-palestinese ogni trattativa sarà purtroppo destinata a naufragare.

 

 

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