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Pyongyang/2, 7/1/2014
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  • lettere internazionali

Purghe di successione/2. Di certo, a parte la natura delle accuse mossegli, l’epurazione di Jang ha rappresentato un passaggio di assoluta centralità da quando Kim Jong Un ha assunto il potere in Corea del Nord. Quali sono le motivazioni alla base di questa complicata vicenda? Quali sono le ragioni che hanno fatto ripiombare la Corea del Nord in uno scenario che sembrava essere stato definitivamente abbandonato alcuni decenni orsono, all’epoca di Kim Il Sung, quando le lotte di fazione mietevano incessantemente  vittime di ogni rango?

Intanto bisogna sottolineare come nuvole fosche – a cui molti erroneamente non avevano posto la dovuta attenzione – si fossero accumulate sul capo di Jang nel corso dell’ultimo anno: in primis la sua nomina a presidente della Commissione Sportiva Nazionale significava una sostanziale marginalizzazione di questo personaggio dai gangli vitali del potere; in secondo luogo, la sua esclusione – e quindi il segno che una sostanziale frattura andava consumandosi nel gruppo dirigente – da un importantissimo meeting in cui Kim Jong Un discusse con i vertici dello Stato immediatamente dopo l’applicazione di nuove sanzioni da parte delle Nazioni Unite successivamente al lancio del missile a lungo raggio da parte nordcoreana nel dicembre 2012; infine, il fatto che nel maggio 2013 Jang non fosse stato inviato in Cina in qualità di inviato speciale di Kim Jong Un, ma fosse stato sostituito da Choe Ryong Hae, vice presidente della Commissione Militare Centrale, una figura di livello immensamente minore rispetto a quella rappresentata da Jang.

La prima – e più accreditata – ragione per l’improvvisa destituzione di Jang è sicuramente attribuibile all’emersione di una fazione a lui ricollegabile, in barba ai dettami di Kim Jong Il contro il fazionalismo intra-partitico. Sembra evidente che Jang abbia tramato nell’ombra contro il consolidamento del potere nelle mani di Kim Jong Un, cercando addirittura di sabotare le linee programmatiche tratteggiate dal Partito.

Una seconda possibilità, in qualche maniera riconducibile alla prima, può essere relativa ad una lotta di fazioni – in questo caso tra la fazione di Jang e quella emergente di Choe Ryong Hae – che è in atto nelle alte sfere di Pyongyang. Se questa ricostruzione si rivelasse fondata, ciò mostrerebbe anche la solidità dell’apparato militare nordcoreano, agli occhi del quale Jang si è sempre presentato come un avversario astuto e arcigno, da combattere con ogni mezzo. Secondo molti esponenti della milizia, infatti, proprio Jang sarebbe il principale responsabile di tutta una serie di purghe che hanno avuto come oggetto alcuni alti esponenti delle forze armate, come per esempio il vice-maresciallo Ri Yong Ho, estromesso alla metà del 2012. Naturalmente, nel caso in cui ciò fosse vero, lo stesso Choe Ryong Hae avrebbe di che preoccuparsi, dato che questa sua nuova eventuale centralità potrebbe prima o poi attirargli le antipatie del leader.

Una terza ragione potrebbe essere dovuta alle idee riformiste, specialmente di tipo economico, di cui sarebbe stato portatore Jang e che avrebbero determinato uno scontro con il leader Kim Jong Un. Jang, infatti, sarebbe stato contraddistinto dalla volontà di un moderato cambiamento economico sulla falsariga cinese o vietnamita, ed una attenuazione dell’importanza rivolta alle ambizioni nucleari. Ciò non solo avrebbe cozzato in maniera significativa con la più recente strategia della byungjin lanciata da Kim Jong Un, secondo la quale la Corea del Nord deve perseguire un doppio percorso di modernizzazione economica e consolidamento del programma nucleare, ma si sarebbe anche tradotto probabilmente in una marginalizzazione del ruolo delle forze armate. Rimuovendo Jang, oltretutto, Kim Jong Un non dovrà preoccuparsi di vedere la sua popolarità offuscata da un “vecchio saggio” che fa presa sulla gente grazie alle sue riforme economiche.

Un’ultima possibilità dietro alla repentina scomparsa di Jang è relativa all’intervento decisivo della moglie, Kim Kyong Hui. Questa ipotesi, fattasi largo nelle ultime ore, starebbe ad indicare che la moglie di Jang – consumata dall’alcolismo, dalla malattia e mai ripresasi dal suicidio della figlia avvenuto nel 2006 – non avrebbe avuto più la voglia e neanche la forza di intercedere pubblicamente per il marito (si dice peraltro che il loro matrimonio fosse in crisi da molti anni e che i due non vivessero neanche più insieme, anche se Jang derivava le sue “fortune” proprio dall’avere sposato la figlia del fondatore della patria), difendendolo da quanti lo criticavano, e ne avrebbe così – direttamente o indirettamente – determinato la morte. Non è troppo remota, tuttavia, la possibilità in base alla quale Kim Jong Un vuole riaffermare la distanza dal modello paterno, infischiandosi dei legami di sangue, e procedendo verso un sostanziale consolidamento del suo potere. Se ciò dovesse rivelarsi vero, e se Kim Kyong Hui piuttosto che avere tramato ai danni del marito rientrasse nella fazione di quest’ultimo, allora la prossima vittima di Kim Jong Un potrebbe essere proprio lei.

L’eliminazione di Jang ha sicuramente dimostrato che Kim Jong Un non soltanto è ormai ben saldo in sella al suo Paese, ma rappresenta anche una eminenza grigia con la quale fare i conti. Quest’ultimo avvenimento riafferma con forza l’eccezionale distacco con cui il nuovo leader risolve i problemi che gli si palesano di fronte, non temendo assolutamente di “sacrificare” dei congiunti per salvaguardare il suo potere. È forse bene sottolineare come di norma, almeno dopo la metà degli anni Cinquanta, coloro i quali occupavano una posizione di rilievo nell’establishment politico nordcoreano venivano destituiti, magari “rieducati”, ma non giustiziati o torturati. Quello che è accaduto quindi è estremamente significativo ed è forse sintomatico della volontà del nuovo leader di rinnovare il quadro direttivo del paese con uomini meno potenti e meno afferenti al periodo precedente, in cui il padre era al comando. Ciò sarebbe confermato non solo dall’eliminazione di Jang, ma anche dalla rimozione di vecchi esponenti delle forze armate, molto vicini a Kim Jong Il.

Questa purga, comunque, non minaccia verosimilmente – come da qualcuno è stato scritto – la stabilità del regime, ma addirittura la rinsalda. Il messaggio è chiaro: nessuna concentrazione di potere nelle mani degli altri sarà assolutamente consentita, familiari o non! 

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Comments
Ijin Hong, 03-03-2014, 08:43
Quindi la conclusione è che il regime della terza generazione dei Kim mantiene saldamente il potere, facendo mostra dei suoi muscoli? Non pensi invece che questo regime abbia disperatamente bisogno di essere legittimato e di far vedere qualche risultato/prova di forza che lo tenga in piedi?
Claudio Rossi, 13-01-2014, 23:08

Certo che tutte queste manovre tra le fazioni prodotte da oltre 60 anni di dittatura comunista, ormai ereditaria, dovrebbero far riflettere molta  gente che ancora si mostra dura e pura nel perseguire la propria ideologia / interesse personale fregandosene in maniera totale dei bisogni reali della popolazione.

Claudio, in Viterbo