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La riforma elettorale trent'anni dopo
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“Il Mulino” si è regolarmente e attentamente occupato di riforme istituzionali e elettorali. Riproponiamo ai lettori la parte propositiva di un articolo pubblicato nel fascicolo di luglio-agosto 1984 del nostro socio Gianfranco Pasquino. Quel sistema elettorale venne presentato nella Commissione bicamerale per le Riforme istituzionali il 4 luglio 1984. Poiché sembra che nella Commissione degli esperti qualcuno (Luciano Violante, “Corriere della Sera", 30 luglio 2013, p. 10) abbia proposto qualcosa di simile, è giusto che gli elettori possano confrontare le proposte.

Da allora, l’autore di qeull'articolo è passato a sostenere decisamente il sistema maggioritario a doppio turno francese con clausola di passaggio al secondo turno.

 

Coniugare rappresentanza e formazione di maggioranze, ampia e significativa espressione elettorale e efficienza governativa è possibile proprio nella misura in cui si scelga, inventandolo ex novo, un sistema elettorale apposito. Il criterio cruciale con il quale valutare (e disegnare) questo nuovo sistema elettorale deve essere la scelta influente e consapevole del cittadino-elettore. È a lui (o lei) che spetta decidere se dare o non dare rappresentanza ad uno specifico partito; è a lei (o a lui) che spetta decidere se attribuire un premio ad una o ad un’altra coalizione affinché governi con una certa stabilità e sicurezza.

Si potrebbe allora prevedere un primo turno nel quale vengano attribuiti i quattro quinti dei seggi complessivi della Camera da eleggere secondo un sistema proporzionale che non preveda né clausole d'esclusione né collegio unico nazionale nel quale si recuperino i resti (oppure che lo preveda) soprattutto nella misura in cui le circoscrizioni vengano ridisegnate e rese più equilibrate. Sia il riequilibrio sia il ridisegno dovrebbero avere come effetto quello di spezzare eventuali incrostazioni di rapporti e di potere. Le circoscrizioni piccole, inoltre, renderebbero più facile e immediato il contatto tra candidati ed elettori e quindi superfluo il voto di preferenza (e, probabilmente, meno costose le campagne elettorali o, comunque, meno influenti il peso del denaro e il ruolo della pubblicità televisiva o sui giornali).

La settimana successiva, preso atto dei risultati del primo turno, i partiti si presenterebbero agli elettori in coalizioni programmatiche per conquistare il rimanente quinto dei seggi. Questo potrebbe venire attribuito nella sua interezza alla coalizione o partito classificatosi primo nelle preferenze dell’elettorato. Al fine di rafforzare la coalizione vincente e di dare all’elettorato tutti i necessari elementi di giudizio e valutazione, si potrebbe pensare all’indicazione vincolante della scelta del presidente del Consiglio (che eviterebbe le defatiganti consultazioni e darebbe anche quella significativa investitura popolare da più parti richiesta, senza necessariamente implicare il domino del partito più grande il quale potrebbe voler pagare quale prezzo dell’alleanza, della legittimazione, della vittoria proprio la carica principale, ma senza rinunciare ai seggi da esso ottenuti). Sarebbe, infatti, un capovolgimento, anzi uno stravolgimento della volontà dell’elettorato quella di distribuire i seggi sia all’interno della coalizione vincente che di quella perdente in base a criteri diversi da quello della proporzionalità. In questo caso, il parametro proporzionale da utilizzare sarebbe costituito dalla percentuale dei voti ottenuti dai vari partiti al primo turno, probabilmente pochi, ma comunque di avere quella tanto sospirata rappresentanza parlamentare e, probabilmente, ministeriale.

Proprio perché il secondo turno risulterebbe decisivo dal punto di vista della formazione dei governi, sarebbe nell’interesse dei partiti di presentare all’elettorato le loro compagini ministeriali (o almeno parte di esse) facendo anche appello a quelle competenze, personalità, professionalità che essi volessero non solo in qualche modo garantire e premiare, ma utilizzare effettivamente negli incarichi governativi e parlamentari di maggiore rilievo. Rimarrebbe così significativamente aperto quel canale di reclutamento extra-partitico di cui si sostiene esservi grande necessità, che si ritiene importante per mantenere o rafforzare, o non ulteriormente indebolire, i legami tra società civile e sistema politico, e anche per effettuare un opportuno ricambio di personale politico e agevolare una sua significativa circolazione. Poiché in questo caso si tratterebbe di un voto nazionale, si potrebbe pensare a una scheda elettorale sulla quale compaiano soltanto i simboli delle potenziali alleanze governative. Mentre, per quanto concerne i candidati, potrebbero essere sufficienti i venticinque nomi, guidati dal potenziale Primo ministro, corrispondenti ai seggi che comunque verrebbero attribuiti anche alla lista o coalizione perdente. Da essi l’elettorato avrebbe le indicazioni sufficienti a decidere anche della validità, competenza, onestà del governo che gli viene proposto.

 

Primo turno

Quattrocento seggi da attribuirsi secondo il sistema proporzionale in circoscrizioni di circa 4 seggi ciascuna, senza voti di preferenza, con, o preferibilmente senza riparto dei resti in sede di collegio unico nazionale. 

 

Secondo turno (la domenica successiva)

Cento seggi da attribuirsi come segue: 75 alla coalizione programmatica che ottiene più voti, ma comunque almeno il 40% dei suffragi espressi; 25 alla coalizione o al partito secondo classificato. Voto espresso su scheda unica nazionale con la possibilità di indicare quattro preferenze. Suddivisione dei seggi all’interno della coalizione di maggioranza e di quella di minoranza secondo le percentuali ottenute dai singoli partiti al primo turno (il capo della coalizione vincente diventa automaticamente presidente del Consiglio; altrettanto automaticamente il Parlamento viene sciolto se cambia il presidente del Consiglio o se una mozione di sfiducia ottiene la maggioranza assoluta)

 

Questi i riferimenti bibliografici dell'articolo originarimente pubblicato nel 1984

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