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Bamako, 6/8/2013
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Tra tensioni locali e geopolitica globale. In un'intervista su France 2 del 28 marzo, François Hollande aveva dichiarato: “Vogliamo che si tengano delle elezioni in Mali entro la fine di luglio, e a questo proposito saremo irremovibili”.
Per quanto il tono del presidente francese non abbia mancato di suscitare dissapori rispetto alla titolarità delle elezioni dello stato teoricamente sovrano del Mali, l'impegno solenne è stato rispettato: domenica 28 luglio 6,9 milioni di elettori sono stati chiamati a scegliere il futuro presidente che guiderà la transizione democratica del Paese africano, uscito martoriato da 18 mesi di crisi.

La data del primo turno dello scrutinio non poteva essere scelta con meno perizia: nel cuore del ramadan, in piena stagione delle piogge, quando le strade sono impraticabili e gli agricoltori (il 70% della popolazione) sono impegnati nel lavoro dei campi lontano da casa, mentre gli allevatori partono in transumanza alla ricerca dei pascoli migliori. Senza contare i 500mila abitanti delle regioni settentrionali (un terzo della popolazione) tuttora sfollati a causa del conflitto. Tali sorprendenti negligenze hanno rinforzato i dubbi di coloro che hanno visto nella precipitosa organizzazione delle elezioni l'ansia di legittimazione della comunità internazionale (e di Parigi in primis) primeggiare sulle esigenze concrete della popolazione maliana.

D'altra parte la scadenza elettorale ravvicinata ha costituito un efficace strumento di pressione per la conclusione dell'accordo di pace fra il governo maliano di transizione e i rappresentanti delle  organizzazioni ribelli indipendentiste tuareg, firmato il 18 giugno a Ouagadougou grazie alla mediazione dell'onnipresente burattinaio della politica dell'Africa Occidentale, il presidente burkinabé Blaise Compaoré. L'accordo prevede il cantonamento e progressivo disarmo dei ribelli, e il rientro delle truppe maliane nel governatorato di Kidal, avvenuto il 5 luglio. Tuttavia l'ambiguità artefatta di alcune disposizioni relative all'amnistia dei leader ribelli ha esacerbato le tensioni nell'area politicamente più esplosiva del Paese, il cuore desertico del Mali: nelle ultime settimane si sono susseguiti scontri a fuoco fra i giovani irriducibili indipendentisti del Mnla e l'esercito maliano, accompagnati da linciaggi, saccheggi di uffici della pubblica amministrazione, rapimenti lampo e pogrom ai danni della popolazione nera, che hanno lasciato sul campo 4 vittime civili e decine di feriti.

Le schede elettorali, prodotte su standard biometrici dalla ditta francese Safran, erano destinate a rappresentare un efficace strumento per dissuadere eventuali frodi (e favorire sul lungo periodo le operazioni di controllo delle frontiere del Paese). In occasione delle elezioni del 2002, in effetti, un quarto dei voti erano stati annullati per presunte irregolarità: d'altra parte la precipitazione organizzativa e le tensioni politiche hanno impedito una distribuzione capillare delle schede, escludendo una porzione significativa di potenziali elettori (15%) concentrati in particolare nelle regioni settentrionali e presso le fasce di popolazione più giovani.

Alla luce di un simile contesto, un mese prima della chiamata alle urne, il presidente della Commissione elettorale nazionale indipendente ha lanciato un appello chiedendo la posticipazione delle elezioni, onde garantire all'intero processo una legittimità inattaccabile. L'invito è stato immediatamente raccolto da Tiébilé Dramé, negoziatore maliano dell'accordo di Ouagadougou e candidato a sua volta. Il presidente ad interim in carica, Traoré, dopo un'iniziale apertura, ha alla fine opposto un rifiuto “irremovibile” ad ogni ipotesi modifica del calendario elettorale. Pare che le insistenti telefonate di Hollande non siano state indifferenti a determinare la scelta ultima di Traoré.

Domenica gli elettori hanno quindi potuto esprimere la loro preferenza fra i 27 candidati, la cui proliferazione testimonia la prevalenza delle logiche clientelari e personalistiche che tradizionalmente minano la democrazia del Mali, formalmente esemplare ma sostanzialmente vuota. Non a caso la popolarità dei golpisti del capitano Sanogo rimane sorprendentemente alta, tanto da favorire il candidato percepito ad essi più vicino, il socialista Ibrahim Boubacar Keita (Ibk), gradito altresì a Parigi e alla coorte dei suoi alleati regionali. IbkK e i contendenti più accreditati, fra cui l'ex presidente dell'Unione monetaria dell'Africa occidentale Soumaila Cissé, e l'ex primo ministro Modibo Sidibé, sono politici sperimentati e ritenuti affidabili dai partner regionali; tuttavia, con i loro 170 anni complessivi, faticano a incarnare il necessario rinnovamento e la presa di distacco da una tradizione politica completamente screditata dalla crisi democratica degli ultimi 18 mesi.

Intanto si è registrata un'affluenza significativamente sopra la media (circa 50%), con l'eccezione significativa del dipartimento di Kidal: fra minacce di rappresaglie, boicottaggio istituzionale dei presidenti di seggio e carenze organizzative, solo il 30% della popolazione si è recato a votare, mentre quasi il 90% dei seggi locali sono rimasti chiusi. La difficile partita della pacificazione del Mali si gioca intorno all'irrisolta questione dell'autonomia delle regioni settentrionali, che si protrae endemicamente da mezzo secolo. Sarebbe troppo esigere da un'elezione presidenziale di porvi un istantaneo e miracoloso rimedio.

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