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La Taranta all’ombra dell’Ilva
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  • Culture

L’esorcismo non ha funzionato. L’anteprima di fine luglio a Taranto della «Notte della Taranta» – il festival agostano dei concerti «pizzicati» nel Salento tanto ma tanto di moda (in italiano, cool) – ha attirato sì e no cinquemila spettatori e suscitato qualche polemica. Sono volate accuse di campanile per il prologo sui Due Mari della rassegna organizzata dalla Fondazione presieduta fino a poco fa dal ministro culturale Massimo Bray: che c’entra la Taranta all’ombra dell’Ilva? O l’idea era forse di ombreggiarne il dramma? La presenza festosa/lagnosa di Goran Bregovic, per il quale i Balcani terminerebbero volentieri a Gibilterra, non ha fatto breccia. Si è insomma risolto in un mezzo fiasco il tentativo – consapevole o inconsapevole – di purificare tramite il ritmo dionisiaco i veleni del Siderurgico e il dilemma jonico lavoro/salute. L’arcaismo danzante fattosi festival della world music ha provato a reincarnarsi nella  funzione terapeutica studiata da Ernesto De Martino, ma i conti non sempre tornano. Catarsi rinviata. 

D’altronde, non solo metaforicamente, i conti tornano sempre meno per molti festival costretti a drastiche riduzioni di spesa dallo stringersi dei cordoni della borsa pubblica (in italiano, spending review). E comincia a tirare aria di risparmio anche nel Mezzogiorno ossessionato dal paradossale invito comunitario e statale allo stringente utilizzo dei fondi europei, talora destinati a «magna-loquenti» sagre della salsiccia e del polpo arrostiti. Il presidente Letta e il ministro Trigilia (come il predecessore Barca), infatti, ritengono che per favorire la «coesione territoriale» non serva mettere tanta carne al fuoco, appunto, e annunciano che punteranno piuttosto a convogliare le risorse brussellesi su un paio di assi decisive: lavoro e infrastrutture. In ambito culturale significherà meno festival e più interventi stabili, per esempio a Pompei con la prevista apertura di dieci domus nell’area archeologica.

Sicché, su e giù per la Penisola delle cicale è tutto un lamentarsi delle drastiche riduzioni dei contributi riservati agli «eventi» estivi che nel gergo corrente alludono ormai persino all’invito a cena della zia Marietta (in italiano, food and wine local event). Intendiamoci: il fiorire dei mille festival negli ultimi tre/quattro lustri ha avuto un ruolo positivo nel segnalare il protagonismo territoriale. Ma molti di quei festival «minori», a volte assai costosi, sono  appannaggio assessoriale, riproduzione stracca dell’esistente, imitazione in sedicesimo di un nicolinismo irripetibile (Renato Nicolini, comunista, architetto, è morto nell’agosto 2012; fu a fine anni Settanta il geniale inventore delle estati romane). Resistono le manifestazioni principali grazie alla continuità dell’apporto delle istituzioni e agli sponsor privati che in cambio ne ricavano prestigio: Venezia con la Biennale Arte («Il palazzo enciclopedico» di Massimiliano Gioni è un successo di presenze e di critica), la sezione teatrale (2-11 agosto) e la Mostra del cinema (28 agosto-7 settembre); il «Due Mondi» di Spoleto rinato grazie  alla direzione di Giorgio Ferrara; Locarno appena oltrefrontiera con le sue proiezioni a cielo aperto affidate al giovane direttore italiano Carlo Chatrian; Mantova per la letteratura nelle piazze; Pesaro rossiniana e Martina Franca per le rarità operistiche; il Ravenna Festival sotto l’egida dei coniugi Cristina e Riccardo Muti e la promessa ogni volta rinnovata di spettacoli originali e rigorosi.

D’altro canto, ha subìto notevoli turbolenze politiche ed elettorali il festival del cinema di Roma, che si svolgerà in autunno per il secondo anno diretto da Marco Mueller nel contesto dell’auditorium Parco della Musica. Colà un manager di vaglia quale Carlo Fuortes continua a varare nuovi festival destagionalizzati: fra gli ultimi, l’interessante rassegna curata da Patti Smith e le Lezioni di Paradiso Perduto con Serena Dandini. Mentre ha ondeggiato anche il sistema-Torino, da almeno un decennio paradigma virtuoso dell’intervento culturale metropolitano, nella capitale post-fordista per eccellenza, grazie al ruolo del Museo del cinema diretto da Alberto Barbera (nel 2012 richiamato alla guida della Mostra di Venezia dal presidente della Biennale Paolo Baratta). Il Museo nella Mole, uno dei più affollati d’Italia soprattutto dai giovani, soprintende ad alcune rassegne a cominciare dal trentennale Torino Film Festival. Nei giorni scorsi esponenti delle giunte regionale e comunale hanno ventilato un’ipotesi di scorporo che ha spinto Barbera a parlare di dimissioni, prontamente rinfrancato dal sindaco Fassino.

Certo è che se con La cultura si mangia!, per dirla con un recente pamphlet di Arpaia e Greco (Guanda, 2013), stanno pur tuttavia scemando le risorse per imbandire la tavola e preparare il menù. Bisognerà studiare altre formule, lavorare innanzitutto di fantasia, misurarsi in sfide non affette da mimesi o elefantiasi. Nel frattempo per chi fa festival, e cultura in generale, sarebbe un buon segnale dismettere lo spirito del cameriere querulo o rivendicativo verso la mancia del potente di turno. Il tema è ripensare il rapporto tra cultura e politica per rivitalizzarle entrambe sotto il segno di una società della conoscenza favorita, sì, dalla mano pubblica, ma vivida nel mercato e nella società, cioè grazie al pubblico. L’esatto contrario del malinconico assistenzialismo festivaliero d’oggidì.

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