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Tunisi, 29/7/2013
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  • lettere internazionali

Gli islamisti e le regole del gioco. Il 25 luglio, Festa della Repubblica in Tunisia, a mezzogiorno in punto entro nell’abitazione di Faysel Naser, dirigente di Ennahda, responsabile del settore media e comunicazione, già incontrato in occasione dell’omicidio del leader di estrema sinistra Chokri Belaid il 6 febbraio di quest’anno. La prima cosa che mi dice è: “Il ministro consigliere del capo del governo Nureddin Bhiri ha annunciato ieri che sull’omicidio di Chokri Belaid siamo a una svolta decisiva. E potrebbe coinvolgere persone piazzate molto in alto.” In quello stesso momento nel quartiere residenziale di Cité Al Ghazela si consuma un secondo omicidio che è la fotocopia del primo: Mohammed Brahmi, fondatore di un partitino di estrema sinistra aderente alla coalizione del Fronte Popolare, la stessa di Chokri Belaid, e membro dell’Assemblea Nazionale Costituente, viene freddato sotto la sua abitazione, davanti alla moglie e ai figli, con undici colpi di arma da fuoco da due sicari che poi fuggono in motocicletta. E Feaysel Naser non può che ripetere le stesse cose che diceva allora: ogni volta che le acque si calmano, che la transizione sembra in dirittura d’arrivo, qualcuno opera per farla fallire.

Aveva molte ragioni, Naser, quella mattina, per essere ottimista. Il governo stava superando con successo le ripercussioni del colpo di Stato in Egitto che aveva alimentato da più parti la tentazione di riprodurre un analogo scenario in Tunisia per sbarazzarsi del governo islamista di Ennahda con qualche scorciatoia extra-istituzionale. Inviti espliciti in tal senso erano stati formulati sia da Béji Caid Essebsi, ex primo ministro del governo provvisorio post-rivoluzionario e fondatore del partito Nidha Tunès, grande coalizione centrista antislamiste, sia da Hamma Hammemi, leader storico del Fronte popolare, costellazione di partitini della sinistra radicale e marxista. La prudenza del governo – che pur condannando il colpo di Stato, invitava il popolo egiziano a non dividersi – e di Ennahda – che per un paio di settimane ha scoraggiato le manifestazioni di piazza dei propri militanti – stava dando i suoi frutti: l’avvicinamento di leader laici come Néjib Chebbi; gli accordi sulla formazione dell’istanza indipendente per le elezioni; la crescente insofferenza dell’opinione pubblica (“non quella dei media ma quella dei suk”) verso l’ostruzionismo dell’opposizione; il diffondersi della convinzione che con gli islamisti bisognerà abituarsi a governare; l’inatteso assist del leader populista Hechmi El Hamdi che lanciava la raccolta di due milioni di firme sotto lo slogan “Tramite le urne, non tramite un putsch”. Pareva così scongiurato il ripetersi di uno scenario egiziano che all’inizio del mese molti ritenevano possibile. Nella medina di Tunisi durante le lunghe nottate del Ramadan c’era, come sempre, metà della popolazione nelle moschee a pregare, l’altra metà nei caffè a tirare tardi “tutti d’amore e d’accordo” faceva notare Fayruz, giovane docente universitaria. Nessuno si aspettava che qualcosa potesse succedere prima della fine del ramadan. Per Mehdi Rabai ex membro dell’ufficio politico di Joumhouri, l’obiettivo era di portare un milione di persone in piazza il 23 ottobre, secondo anniversario delle elezioni della costituente, perché tanto “In Tunisia non succede mai nulla in estate…”.

C’è stato invece l’omicidio di Mohammed Brahmi, replica di quello di Chokri Belaid all’origine di una crisi da cui il Paese è uscito solo con le dimissioni del primo ministro Jebali. Nessuno si è stupito quando il ministro dell’Interno ha dichiarato che arma, tecnica e esecutori erano gli stessi dell’omicidio precedente ma tutti hanno chiesto a gran  voce di conoscere i mandanti su cui il governo “cambiando tattica” secondo Naser, ha deciso invece di mantenere il massimo riserbo dopo il secondo omicidio. Per il resto l’analisi di Naser, ieri per Chokri Belaid come oggi per Mohammed Brahmi non cambia: “I mandanti sperano di creare disordini e dare così all’opposizione un pretesto per imporre la loro roadmap.” Questa oggi non prevede solo la formazione di un governo di salute pubblica ma anche la dissoluzione dell’Assemblea Nazionale Costituente, l’affidamento della stesura della costituzione a un comitato ristretto di tecnici e infine la convocazione di nuove elezioni – cioè l’azzeramento puro e semplice di un percorso di transizione da più parti applaudito come eccezionale. A tirare le fila nell’ombra sarebbero, oggi come ieri, i gruppi d’interesse in passato più legati al regime benalista tanto nei gangli vitali dell’amministrazione quanto negli ambienti degli affari. Indubbiamente l’effetto ottenuto, oggi come sei mesi fa, è stato quello di bloccare il processo di transizione e incoraggiare quanti sono tentati di rovesciare il tavolo.

Eppure, malgrado la sensazione surreale di un déjà vu – il funerale di massa sotto il sole cocente, il feretro su un furgone militare scoperto, e in mezzo ai militari le donne, la vedova, la madre anziana in abiti tradizionali, due figlie bambine che indossano la kefia e salutano con il segno della vittoria, la famiglia che rifiuta la presenza di esponenti del governo e accusa Ennahda – non tutto è identico. È come se una coreografia rispolverata tradisse il proprio aspetto strumentale. Il popolo basso, presente in massa per Chokri Belaid, sembra rispondere meno agli appelli dell’opposizione; il governo, colto di sorpresa la prima volta, ha mobilitato per i funerali come per le manifestazioni spontanee che si susseguono dall’omicidio un servizio di polizia particolarmente bene addestrato e attento a non perdere la calma. Tanto è vero che l’opposizione ha già ripiegato sulla strada istituzionale delle dimissioni di massa o astensione permanente dai lavori dei suoi deputati. C’è voluto l’intervento di un noto costituzionalista come Kais Ben Said per far notare che esistono meccanismi di garanzia a rendere tale strada impraticabile. Riemerge così il tavolo dei negoziati come unica alternativa, con Ennahda disposta a cedere ancora qualche pezzo di governo pur di difendere la legittimità dell’unico organo elettivo di cui al momento il Paese dispone.

Si assiste così ancora una volta al paradosso di un movimento islamista che sembra determinato a praticare la via della legalità democratica al potere a fronte di una opposizione laica sempre più critica verso la “legittimità delle urne” a cui contrappone la “legittimità della strada” o addirittura la “legittimità dei risultati”. Mentre gli islamisti si stanno impadronendo con grande rapidità delle regole del gioco democratico l’opposizione rimprovera loro di essersene impadroniti fin troppo bene: il problema, infatti, non è il modo in cui essi cercano di conquistare il potere ma il fatto che vi riescano. Si tratta di una classica conventio ad excludendum: essa rappresenta il nodo irrisolto delle transizioni arabe ma il potere di scioglierlo è detenuto almeno in parte dai Paesi occidentali.

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