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Islamabad, 30/4/2013
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  • lettere internazionali

Un nuovo centro di potere. Si potrebbe dire, parafrasando una celebre battuta di Churchill sui Balcani, che il Pakistan produce più cronaca di quanta ne possa digerire. In prossimità delle storiche elezioni dell'11 maggio, gli attacchi terroristici ai tre partiti laici, il Partito nazionale Awami (Anp), il Partito popolare pakistano (Ppp) e il Movimento Muttahida Qaumi (Mqm), ai quali i talebani hanno dichiarato guerra, hanno già provocato molte centinaia di vittime. Sono a rischio le condizioni minime di svolgimento democratico della campagna ed è impedito, di fatto, ogni raduno elettorale a tali forze politiche. Il 24 aprile l'Mqm ha così chiuso tutte le sue sedi dopo che l'ennesima esplosione in un ufficio elettorale di Karachi aveva provocato 2 morti e 18 feriti; mentre è di ieri la notizia di un nuovo attentato. Ma ci sono altri fatti di cronaca che sanciscono l’affermazione di un nuovo centro di potere in Pakistan: l’apparato giudiziario.

Il 18 aprile scorso il generale Pervez Musharraf, all’uscita del tribunale di Islamabad dove era stato convocato per poter essere interrogato, è stato messo in macchina dalla sua scorta facendosi largo tra i poliziotti, mentre questi cercavano di consegnargli un ordine d'arresto per aver destituito 60 giudici nel 2007. Il giorno seguente Musharraf è stato così arrestato, detenuto dalla polizia e successivamente relegato nella sua casa-fortezza a Chak Shahzad, alla periferia di Islamabad, dichiarata carcere distaccato. È la prima volta che un generale a quattro stelle vive l’esperienza della detenzione in un Paese che è stato governato, per più della metà dei suoi 65 anni di storia, da regimi militari, e non è possibile prevedere quanto a lungo le forze armate saranno disposte a tollerare la persistenza di provvedimenti umilianti nei confronti del loro ex capo.

Dopo aver guidato il Pakistan dal 1999 a 2008, Musharraf era tornato in patria il 24 marzo, a seguito di quattro anni di esilio autoimposti passati tra Londra e Dubai. Un atto di coraggio, ma forse anche la prova del distacco dalla realtà dell’ex dittatore. Il generale sa che i talebani hanno promesso di ricorrere a qualsiasi mezzo pur di ucciderlo e che la Corte suprema può farlo arrestare per tre diversi procedimenti giudiziari. Ma Musharraf ha comunque dichiarato che deve tornare per salvare il suo Paese, guidando alla vittoria delle elezioni il partito che lui stesso ha fondato, la Lega musulmana di tutto il Pakistan (Apml). Ha 700.000 sostenitori su Facebook che lo incitano, ma ad accoglierlo al suo arrivo all’aeroporto di Karachi se ne potevano contare al massimo duemila. È la dimostrazione che i social network possono ingannare, ma anche che l’ex uomo forte del Pakistan non è abituato alla prassi della politica.

L’arresto del generale Musharraf è soltanto l’ultimo, e il più eclatante, dei provvedimenti dei giudici pakistani, che hanno in Iftikhar Muhammad Chaudhry il loro rappresente più popolare e carismatico. Chaudhry ha fatto parte di quattro commissioni della Corte suprema che, tra il 2000 e il 2005, hanno confermano la legittimità dell’ascesa al potere di Musharraf e hanno dato al generale i poteri addizionali necessari per ricoprire, al tempo stesso, la carica di presidente del Pakistan e di capo di Stato maggiore della difesa. Dopo la sua elezione a presidente della Corte suprema, però, Chaudhry ha dato il via a un febbrile lavoro in difesa delle sue prerogative, mettendo in serio imbarazzo il governo attraverso almeno due azioni giudiziarie. La prima ha impedito un’importante privatizzazione approvata dal primo ministro pro tempore e l’altra ha costretto i servizi segreti ad ammettere di avere dozzine di persone in custodia segreta. Convocato da Musharraf per ottenerne le dimissioni, con il suo rifiuto Chaudhry ha ricevuto in cambio gli arresti domiciliari e la gloria popolare. Le imponenti manifestazioni successive a questi fatti sono state una delle cause della caduta del regime.

Nel 2008 i disaccordi sul suo reinsediamento come presidente della Corte suprema sono stati causa della rottura dell’alleanza tra i due principali partiti al governo durante il post-Musharraf, il Ppp di Asif Ali Zardari e la Lega musulmana (Pml-N) di Nawaz Sharif; quest’ultimo, infatti, si è confermato essere un sostenitore senza riserve di Chaudhry. Il governo presieduto da Zardari è stato così messo sotto tiro per tutta la legislatura dal giudice supremo, il quale, tra le altre cose, ha fatto arrestare il primo ministro Yousaf Raza Gillani per corruzione.

Oltre alla detenzione di Musharraf, le elezioni del 2013 hanno quindi visto un enorme partecipazione attiva da parte dei giudici. Lo scorso 28 marzo, sempre su ordine di Chaudhry, i tribunali ordinari hanno cominciato a imprigionare numerosi membri del Parlamento, eletti nel 2008, i quali avevano presentato falsi diplomi di laurea. L’ex premier Pervez Ashraf (succeduto a Gillani) e altri ministri sono attualmente indagati per vitalizi e privilegi che si erano autorizzati nelle ultime giornate di governo. Commissioni elettorali interrogano i candidati per verificarne le adeguate conoscenze del Corano e ne passano al vaglio le finanze personali.

Certamente il Pakistan ha un enorme problema di corruzione della propria classe politica, ma l’intraprendenza dei giudici fa nascere più di un dubbio sulla discrezionalità del loro intervento.

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