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A 25 anni dall’assassinio di Roberto Ruffilli

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  • Memoria /memorie

L’agghiacciante notizia dell’assassinio di Roberto Ruffilli a opera del vile gruppo di fuoco del Partito comunista combattente mi giunse nel pomeriggio del 16 aprile 1988, mentre mi trovavo a Bonn. Ero, assieme alla collega parlamentare Anna Maria Serafini, in visita segreta [sic!] al Gruppo socialdemocratico del Bundestag. Lo scopo era quello di stabilire contatti fra il gruppo del Pci e quello della Spd in vista di una possibile adesione dei comunisti italiani all’Internazionale socialista (nell’anno successivo ci sarebbe stato il primo incontro ufficiale fra Giorgio Napolitano e Willy Brandt). La visita doveva mantenere simili caratteri di segretezza per non suscitare le gelosie di Craxi e per non contribuire ad allertare sovietici e americani.

Ricordo questo particolare per evidenziare la distanza di tempo intercorsa – siamo nell’altro secolo e prima della caduta del muro di Berlino – e l’estenuante dibattito italiano su problemi tuttora irrisolti; quelli cui Ruffilli si era dedicato con passione e per i quali ha perso la vita. Lavoravamo insieme nella prima delle sfortunate Commissioni dedicate per un ventennio alle riforme istituzionali, la Commissione Bozzi; io come responsabile del gruppo comunista, lui capogruppo della Dc (ed entrambi allora docenti nella Facoltà di Scienze politiche di Bologna, assieme a Gianfranco Pasquino e Nino Andreatta, anch’essi componenti attivi di quella stessa Commissione). In un editoriale pubblicato sull’«Unità» del 14 aprile 1989, a un anno dall’assassinio, richiamando le preoccupazioni comuni per la sorte della Commissione, scrivevo: «quella era forse l’ultima occasione offerta alle forze politiche protagoniste dei quarant’anni di Repubblica per rinnovarsi e rinnovare il sistema politico. Se si fallisce – dicevamo – sarà concreto il pericolo di un regime plebiscitario basato su personalità carismatiche, sull’influenza dei mass media e dei poteri occulti, sulla riduzione degli spazi per la politica… Poi il grande freddo raggelò le residue speranze: il Decreto di San Valentino fece traballare il secondo tavolo delle riforme istituzionali; il partito socialista pose la pregiudiziale del superamento del voto segreto, Stefano Rodotà uscì sbattendo quella porta che ancora il Pci esitava a chiudere, i senatori democristiani si ribellarono all’idea di bicameralismo ineguale che Roberto Ruffilli aveva con tanto equilibrio disegnato».

Ruffilli era un riformatore, come Ezio Tarantelli, Massimo D’Antona, Marco Biagi. Le Brigate rosse avevano con lucidità assassina capito il pericolo rappresentato dal suo lavoro. Il comunicato di rivendicazione può rappresentare – io credo – il migliore epitaffio per ricordarlo e onorarlo: «[…] uno dei migliori quadri politici della Dc, l'uomo chiave del rinnovamento… teso ad aprire una nuova fase costituente, perno centrale del progetto di riformulazione delle regole del gioco, all'interno della complessiva rifunzionalizzazione dei poteri e degli apparati dello Stato. Ruffilli era altresì l'uomo di punta che ha guidato in questi ultimi anni la strategia democristiana sapendo concretamente ricucire, attraverso forzature e mediazioni, tutto l'arco delle forze politiche intorno a questo progetto, comprese le opposizioni istituzionali».

 

Post Scriptum: dopo il documento dei “saggi”.

Avevo scritto questo intervento prima di conoscere il documento dei “saggi” sulle riforme costituzionali. L’amarezza e lo sconforto sono accresciuti dal fatto che le più importanti proposte sulla forma di governo erano già contenute nella relazione finale della Commissione Bozzi, in quelle parti votata con larghissimo consenso. Su questa aveva lavorato Roberto Ruffilli, trovando un’intesa anche con il gruppo comunista (tranne sull’allora scottante tema della prevalenza del voto palese), le cui proposte, peraltro, erano state concordate o addirittura suggerite dall’allora capogruppo Giorgio Napolitano.

Mi riferisco nello specifico alla riduzione dei parlamentari, alla fiducia al solo presidente del Consiglio ed espressa a Camere riunite, al procedimento legislativo imperniato sulla Camera dei deputati, ai limiti alla decretazione d’urgenza, a una rigorosa revisione delle norme sul bilancio, alla disciplina del finanziamento pubblico e ai limiti alle spese dei candidati, al rafforzamento dell’iniziativa popolare e una più congrua disciplina del referendum abrogativo, al pluralismo dei mezzi di informazione, ed altro ancora.

 

Il 16 aprile 1988 nella sua abitazione di Forlì viene ucciso dalle Brigate rosse Roberto Ruffilli, senatore democristiano, politologo, consigliere per i problemi e per le riforme istituzionali di Ciriaco De Mita. Nella foto il funerale (19 aprile 1988). Foto Luciano Nadalini Studio Camera Chiara.

Comments
Nicola Pedrazzi, 06-05-2013, 18:49
Mi sono laureato presso la Facoltà Roberto Ruffilli di Forlì. Quasi nessuno dei miei colleghi sapeva chi era Roberto Ruffilli: sto parlando di studenti di Scienze politiche che studiano in una facoltà dedicata ad un politico italiano, figuriamoci gli altri! Noi degli Ottanta non sappiamo niente della Prima Repubblica (nemmeno quelli che gridano "Rodotà Rodotà"). E' drammatico, non si tratta di un vuoto nozionistico, vuol dire che non conosciamo il nostro paese, non sappiamo chi siamo. Grazie di questo articolo-ricordo, che spalanca davanti ai miei occhi un mondo recentissimo ma sconosciuto.
Pier Paolo Castellari, 16-04-2013, 19:17
Roberto Ruffilli fu l'ultimo caduto sul fronte, ormai residuale, della lotta armata, quello scaturito dalla crisi indotta dalla repressione statale nei confronti delle Brigate Rosse, all'epoca tutte incarcerate. Nel mondo della lotta armata, la linea politica egemone, tenuta per anni con saldezza dai brigatisti, si era già sfarinata in almeno due linee collaterali e non dialoganti e anche l'attività militare dei militanti si era rarefatta e diluita nel tempo. Eppure, il Partito Comunista combattente fece ancora in tempo ad uccidere un uomo di studi che si stava adoperando per le riforme istitituzionali e che non si era abbarbicato a canoni di mera repressione militare e poliziesca. Come Moro, è stato un paradosso della situazione che cercavano con certosino acume di interpretare e dipanare dialetticamente. Quell'omicidio fu l'ultimo di una serie lunghissima, prima di quello di Marco Biagi. Ma i nodi di quel periodo sono tutti ancora ben ingarbugliati in un ginepraio ideologico, parallelo al mondo politico istituzionale, ma perfettamente conservatosi, sia pur mutato, nei prodromi mai rimossi di tanti progetti politici inconciliabili, che si è ritenuto di negare e superare accantonandoli.