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Il grillismo come revanchismo generazionale
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  • Identità italiana

Al netto delle approssimazioni, il dato emerge chiaro: il M5s ha stravinto tra i giovani (41%), mentre le performance di appeal della Lista Monti (23%), del Pdl (15%) e soprattutto del Pd (7%) risultano drammaticamente inferiori. Questi calcoli pseudoscientifici sono in ogni caso molto meno eloquenti delle piazze, delle facce e del dibattito cui si è assistito in questi mesi sotto le 5 stelle. Quello che mi preme sottolineare è che se da un punto di vista strettamente elettorale il successo di Grillo è trasversale (sia per quanto riguarda la provenienza politica, sia per l'età media) è però innegabile che sono i giovani di 20/30 anni i protagonisti del M5s: sono loro gli attivisti, sono loro a costituire l'humus culturale e il braccio tecnologico del Movimento, sono loro, in gran parte, a essere stati eletti. Il M5s va dunque analizzato anche come movimento giovanile.

Ammettendo la sconfitta della sua parte politica con grande onestà intellettuale – ma forse, ancora una volta, vittima della propria storia – Michele Serra ha parlato su Repubblica Tv di “un nuovo '68”, un fenomeno giovanile che lui, quasi sessantenne, non ha saputo scorgere: “Ho scritto in tutti questi anni 'ma cosa fanno i giovani italiani? Dove sono?' e non mi ero reso conto che qualcosa si stava muovendo...”. L'analisi di Serra mi ha riportato alla mente i versi di una canzone che Giorgio Gaber cantava a inizio millennio, poco prima di lasciarci: “C'è nell'aria un'energia che non si sblocca / come se fosse un grido in cerca di una bocca”. Ho ventisei anni e posso confermarlo: quel grido – Il grido è, appunto, il titolo della canzone – effettivamente esiste. È il grido dei miei coetanei, di una generazione filosoficamente vittima del falso mito della fine della Storia, culturalmente intrisa di berlusconismo e tecnologicamente superdotata. È un grido che va compreso nella sua tridimensionalità. Provo a spiegarmi con la sola autorevolezza di chi sente in prima persona quest'urlo strozzato in gola.

Primo. La nostra è una generazione tristemente post: post-bellica, post-ideologica, post-industriale... Una generazione che è cresciuta nella certezza dell'assenza di qualsiasi guerra sul continente europeo, nel benessere materiale di un capitalismo vissuto come dato acquisito e senza sentire sulla propria pelle l'onore-onere di alcuna battaglia ideale. Forti delle fortune dei nonni campioni del boom economico, appoggiati da “famiglie moderne” ed emancipati dalla secolarizzazione, abbiamo vissuto consumando libertà già acquisite e scambiando, di fatto, le nostre libertà individuali (sociali ed economiche) con la Libertà. Non stupisca, dunque, il disorientamento e l'impreparazione dei neo-adulti di fronte alla crisi odierna.

Secondo. Mentre crescevamo, “nel palazzo” governava Silvio Berlusconi. Per noi degli anni Ottanta, la politica senza Berlusconi, semplicemente, non esiste. Nel senso che non l'abbiamo mai vista: fatichiamo a immaginarla, così come fatichiamo a immaginare Berlino divisa in due. Il pesantissimo lascito di Silvio Berlusconi è un lascito culturale: egli ha insegnato a intere generazioni di nativi Mediaset che un politico può dire e fare qualsiasi cosa e, ancor peggio, che può anche essere sprovvisto di un progetto pubblico, di una visione collettiva di lungo periodo. Per un bambino italiano nato agli inizi degli anni Novanta è normale che il presidente del Consiglio del suo Paese additi nella Costituzione un ostacolo alla governabilità, è normale che il presidente della Repubblica e la Corte Costituzionale siano considerate istituzioni di parte, è normale che i poteri dello Stato siano in perenne conflitto tra loro. Non devono dunque stupire né l'odierno disprezzo per la parola “politica” – il mestiere di chi gode di una posizione privilegiata e cerca di gestire a suo vantaggio la sua porzione di potere – né l'incoscienza costituzionale di questi bambini divenuti elettori.

Terzo. Siamo la generazione di internet. Non siamo proprio nativi digitali, ma, orfani della Storia, abbiamo capito che questa è l'era della Rete: finalmente una svolta epocale in grado di coinvolgere e unire! Il profumo è quello della rivoluzione, soprattutto per chi, come me, è nato a cavallo tra due egemonie tecnologiche: dopo essere stati per tutta l'infanzia e l'adolescenza spettatori televisivi, ecco che gli attori diventiamo noi, su YouTube e sui social networks; basta una webcam o un blog e la rivoluzione copernicana è compiuta: io divento l'artista, il giornalista, la star, il politico. È evidente che la Rete offre alle “generazioni post” una grande alternativa di appartenenza, di autorappresentazione; anche un'alternativa di look, nella versione gentilmente offertaci da Steve Jobs. Attraverso internet siamo entrati nuovamente e a pieno titolo nella Storia, ci siamo riappropriati di un destino collettivo. Non stupisca, dunque, la foga neofuturista dei ritrovati attivisti politici. Qualsiasi cosa sarebbe stata benvenuta rispetto al nulla che c'era prima.

Cresciuto nel benessere ma alle prese con la disoccupazione, comprensibilmente schifato dalla politica che ha conosciuto fino a oggi e costituzionalmente incosciente, facilmente entusiasta circa le potenzialità ancora inespresse di un mezzo nuovo che percepisce come “suo”. Questo è l'identikit del giovane militante del Movimento 5 stelle, questa è la chiave per comprenderne il successo – tutt'altro che inaspettato, per quelli della mia età. Al di là delle provenienze politiche, delle trasmigrazioni elettorali, delle strategie di alleanza, dei programmi politici e della capacità di comunicarli; al di là e, a mio giudizio, prima di tutto questo, in queste elezioni per la prima volta è stato decisivo il fattore generazionale. Giuseppe Piero Grillo e il suo misterioso web advisor sono anzitutto gli artefici di questa riuscitissima operazione: sono stati capaci di intestarsi politicamente il nostro disagio generazionale, il revanchismo di tutti quei giovani che sono stati troppo a lungo consumatori delle conquiste altrui e spettatori passivi del degrado della politica, delle istituzioni, dell'economia ereditate tout court dai loro padri.

I militanti del M5s sono arroganti come solo i giovani sanno essere – mi viene da dire: come avremmo dovuto essere prima. Vogliono cambiare, e hanno ragione. Vogliono contare, ed è giusto. Vogliono lasciare un segno del loro passaggio su questo mondo, e questo è addirittura bello, salvifico. La visione della Rete propugnata dalla Casaleggio Associati offre infatti un’inedita prospettiva escatologica – verrebbe da dire: una ideologia – a questi giovani nomadi esistenziali. Purtroppo, politicamente digiuni e culturalmente impoveriti dalla Seconda Repubblica e dall'università di massa, molti bravi ragazzi si stanno ingannando. Non sappiamo come evolverà il Movimento a seguito del successo elettorale. Quello che si può dire sin da ora è che vi è una contraddizione spaventosa tra il grido (sanissimo) dei giovani cittadini che hanno finalmente ripreso coraggio e la bocca cui hanno affidato la loro voce; un fatto che se da un lato conferma il tragico analfabetismo democratico dei miei coetanei, dall'altro dimostra tutta l'incapacità rivoluzionaria dei rivoluzionari di oggi. Entrambe queste nostre carenze, cari genitori, derivano dall'Italia in cui siamo nati e cresciuti. Un Paese che ci accingiamo a governare.

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Comments
STEFANO GOLINELLI, 24-05-2013, 13:08
Il problema è che, secondo me, tale analisi è vera se si considerano "giovani" tutti gli under 70. Solo tra i pensionati, infatti, Pd o Pdl hanno superato il M5S. Non vorrei essere polemico, ma mi viene da pensare che ciò sia  dovuto ai giornali e alla tv...
Detto ciò, articolo molto interessante, come era inevitabile considerando l'autore, che conosco e stimo.
Mario Ricciardi, 08-03-2013, 16:25

Lucida e interessante l'analisi di Pedrazzi. Sin da quando ho cominciato a interessarmi del M5s, e confesso di averlo fatto con enorme ritardo, sono stato colpito da un fatto. Le interviste ai militanti più giovani mi hanno ricordano spesso certe conversazioni con gli studenti. In particolare, l'impressione di avere ben pochi punti di riferimento in comune.

Sono nato nel '67, e quindi avevo già più di venti anni quando la rete è diventata un fenomeno di massa. Ricordo che ancora alla fine degli anni novanta, quando lavoravo nel Regno Unito, mi colpì la differenza rispetto al nostro paese, dove l'uso della rete e della posta elettronica non era ancora così diffuso, soprattutto tra gli studiosi di humanities più anziani.

La mia generazione ha imparato a usare la tecnologia dell'informazione, ma (salvo alcune eccezioni) non ne è stata plasmata. Abbiamo imparato a leggere sui libri e a discutere nelle interazioni "face to face" o nella corrispondenza. Ci siamo formati in una cultura politica ancora plasmata dalle grandi correnti di pensiero e azione del ventesimo secolo. Per me la guerra fredda è un ricordo dell'adolescenza, e la seconda guerra mondiale storia recente. Per i miei studenti entrambe sono “passato remoto” come la terza guerra di indipendenza o la riforma protestante.

Pedrazzi ha ragione. Gli ultimi venti anni della nostra storia sono stati segnati dalla diffusione della rete e dal predominio politico di Silvio Berlusconi. Chi frequenta le nostre aule oggi è cresciuto in un mondo plasmato da questi due fenomeni. Credo che questo sia un elemento essenziale per decifrare i dilemmi politici cui ci troviamo di fronte.