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Pechino, 12/9/2012
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  • lettere internazionali

Equilibri delicati. La successione al potere della Repubblica popolare cinese ha mostrato nell’ultimo anno un susseguirsi di segnali della dura contrapposizione  interna al Partito comunista. La prassi, consolidata dalla presa ufficiale del potere da parte di Deng Xiaoping, vedeva i conflitti politici risolti all’interno degli organi dirigenti del Partito, che all’esterno doveva presentare una monolitica compattezza, e la successione al potere regolata da una serie di compromessi e redistribuzioni degli incarichi. Un metodo che, pur nell’assoluta opacità, aveva garantito con evidente efficacia una continuità e stabilità del potere politico in Cina, conservando nella Direzione e nel Comitato permanente del Partito esponenti di correnti e “linee” opposte, almeno sul piano ideale, dai “maoisti” ai “neoliberisti”. Con l’annunciata uscita di scena del presidente Hu e del premier Wen, e la prevista ascesa di Xi Jinping al posto del primo e di Li Keqiang come nuovo primo ministro, una serie di colpi di scena ha mostrato come il rituale passaggio dei poteri avrebbe comportato più problemi del previsto.

Nel novembre 2011 viene ucciso Neil Heywood, imprenditore con un passato nei servizi britannici e dirigente di una società privata anch’essa in odore di servizi (il governo britannico ha successivamente dichiarato che “non era impiegato, ad alcun titolo, dal governo”). Heywood, da anni, a quanto è emerso, era consulente economico del segretario del Partito della metropoli di Chongqing, Bo Xilai, uno dei maggiori esponenti della “sinistra” del Partito e di sua moglie Gu Kailai, avvocato di successo (il primo avvocato cinese ad aver vinto una causa negli Usa). La vicenda divenne pubblica solo nel febbraio 2012, quando Wang Lijun, capo della polizia locale e uno dei più famosi poliziotti cinesi, venne destituito da Bo. Dopo essere stato respinto dal consolato britannico (secondo alcune versioni), Wang si rifugiò nel consolato americano il 6 febbraio, per uscirne il 7, ricevuta la garanzia che sarebbe stato consegnato ai poliziotti inviati da Pechino e non alla polizia locale. A marzo Bo fu destituito dai suoi incarichi e, da quel momento, è trattenuto in una località segreta, sottoposto a un'indagine per violazione della disciplina di Partito. Un mese dopo Gu verrà formalmente incriminata per omicidio e ad agosto un rapido processo ha portato alla sua condanna a morte, con sospensione della pena.

Al di là della improbabile versione ufficiale e processuale sulle circostanze del delitto, il fatto “politico” della vicenda è che Bo Xilai, che sarebbe dovuto entrare nella direzione del Partito, e che si stava accreditando come leader di “sinistra” con un’abile gestione della propria immagine e una crescente popolarità, è stato messo fuori dai giochi. La sua destituzione è stata accompagnata da un monito di Wen Jiabao contro coloro che intendessero resuscitare la Rivoluzione culturale: un chiaro invito agli esponenti del Partito che si erano alleati a Bo a prenderne le distanze.

La strada era aperta per modificare gli equilibri su cui si era basata la politica economica cinese, consentendo l’affermazione definitiva dei riformisti-neoliberisti. Non tutto però è andato come previsto. I seguaci di Bo non si sono rassegnati e dopo aver gridato al “golpe” a marzo, hanno avviato un’intensa attività sulla Rete volta a contestarne la destituzione. Le tradizionali divisioni interne alla direzione sembrano essere superate da nuove redistribuzioni di alleanze e interessi: Ling Jihua, stretto collaboratore di Hu, è stato rimosso dalle sue funzioni, ricattato con un dossier entrato in possesso dell’ex presidente Jiang Zemin, che con questa mossa avrebbe rimesso in gioco la “cricca di Shanghai”. Infine, mentre la stampa ufficiale pubblica sempre più numerosi appelli all’unità del Partito, “Study Times”, giornale della Scuola centrale del Partito, ha pubblicato un articolo del suo vicedirettore Deng Yuwen che giudica fallimentare il decennio di Hu e Wen e le loro risposte alla crisi, indicando nella povertà, nell’ambiente e nella democrazia alcuni dei principali problemi rimasti irrisolti.

 

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