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Jakarta, 23/8/2012
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  • lettere internazionali

Oltre il ponte. Quando sbarcano all’aeroporto di Jakarta, i nostalgici della guerra fredda notano subito i voli verso la città di Bandung, dove i leader dei 29 Paesi “non allineati” si riunirono nel 1955 per dare dignità politica a un neologismo di allora, “il terzo mondo”. La definizione “terzo mondo” è stata poi sostituita nella sua secchezza da una specie di gerundivo geopolitico, “Paesi in via di sviluppo”. Ma l’Indonesia oggi sembra partita per una destinazione molto più ambiziosa: quella dei nuovi “Paesi emergenti”, o i “nuovi Bric” (Brasile, Russia, India, Cina). Alla fine degli anni Novanta, trascinato nella crisi finanziaria asiatica, il Paese sembrava sull’orlo del collasso. Ma nel corso degli ultimi quindici anni ha visto una serie di trasformazioni che ne fanno uno dei Paesi-simbolo dello spostamento a oriente del baricentro economico mondiale.

Iniziata nel 1998 con la “Reformasi”, la modernizzazione politica si è lasciata alle spalle sia le dittature (di Sukarno prima e di Suharto poi) sia le sanguinose repressioni che la portarono all’attenzione dei dossier delle agenzie di difesa dei diritti umani (il Timor Est, staccatosi nel 1999, e West Papua). Le elezioni del 2009 hanno confermato il presidente Susilo Bambang Yudhoyono e dato stabilità politica a un Paese-arcipelago non solo dal punto di vista geografico. Tra il 2010 e il 2011 l’Indonesia ha ospitato una serie di summit di alto profilo, come il World Economic Forum sulla East Asia, il meeting dell’Association of Southeast Asian Nations (Asean) e l’East Asia Summit. Il fatto poi che Barack Obama vi abbia vissuto per quattro anni da bambino ha aggiunto orgoglio a una identità nazionale forte, anche perché sopravvissuta a numerosi tentativi di secessione (tutti repressi dall’esercito con successo, a parte quello del Timor Est, a forte presenza cristiana e cattolica).

A chi scrive, avendo avuto occasione di parlare con alcuni membri dell’intelligenzia di minoranza del Paese (i cristiani), l’Indonesia appare il melting pot dell’Asia-Pacifico che si affaccia sulla scena economica mondiale: un crocevia di culture tra India, Cina, mondo arabo e mondo delle isole australi. Non solo è il quarto Paese più popoloso del mondo, ma soprattutto è quello con la più grande popolazione musulmana (maggiore di quelle di Egitto, Iran, Iraq, Arabia Saudita e Siria messe insieme), e anche la più grande democrazia a maggioranza islamica del mondo. La Costituzione garantisce una forma di separazione tra Stato e religione, ma riconosce solo “le religioni monoteiste” (Islam, cattolicesimo, protestantesimo, buddhismo, induismo, e confucianesimo): con la conseguenza, curiosa dal punto di vista teologico, che gli induisti indonesiani dovettero argomentare – e con successo – sul fondamentale carattere monoteistico del politeismo induista. Il mix di centinaia di etnie, lingue e religioni diverse richiede un’alchimia attenta, che fin dall’inizio ha richiesto soluzioni apparentemente controintuitive: come fare di un dialetto del malese, lingua parlata da una piccola minoranza, la lingua ufficiale del Paese.

Visitare e insegnare in un’università del maggiore centro culturale indonesiano, Yogyakarta, offre l’occasione di sperimentare, nel giro di pochi giorni, la quasi coincidenza della festa nazionale dell’indipendenza dagli olandesi (17 agosto) e della fine del Ramadan (che quest’anno cade il 19 agosto). I cartelloni pubblicitari e della propaganda nelle strade giustappongono i militari (garanti della laicità dello Stato secondo un modello simile a quello turco) e le immagini di famiglie musulmane indonesiane sempre più tipizzate secondo un modello arabo di recente importazione. L’islam è di fatto la religione dominante, e il carattere pacifico della coesistenza interreligiosa dipende da quale tipo di islam si affermerà in futuro. Il fatto che molti imam indonesiani vadano a studiare nei Paesi arabi o in Pakistan e Afghanistan non è particolarmente rassicurante. Ma la popolazione cristiana cresce attualmente più del tasso di crescita di popolazione, facendo dell’Indonesia uno dei casi tipici del cristianesimo post-occidentale del futuro, il cosiddetto cristianesimo del “global south”, portatore di agenda e prassi talvolta molto distanti da quelle del cattolicesimo ufficiale (come il ruolo delle donne nella chiesa).

Ciò che cresce senza dubbio – anche grazie a uno sviluppo demografico aiutato da una legge costituzionale che fissa un tetto minimo di investimenti nell’istruzione in rapporto al Pil – è l’economia del Paese. È ancora aperta quella che nel 2010 la rivista “Foreign Policy” aveva chiamato “The Indonesia Opportunity”. Per gli italiani, si tratta solo di andare oltre quel ponte – che in realtà è una barriera culturale – che fa degli indonesiani tra i più grandi appassionati di calcio italiano.

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