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Dublino, 29/5/2012
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  • lettere internazionali

La passione e il portafoglio. L’Europa è l’emisfero sinistro del cervello. Quello del controllo razionale, dell’elaborazione logica, del ragionamento complesso e, particolare non trascurabile, anche del linguaggio. L’idea di Europa, quella nata nel 1957 a Roma, è quella di un’entità al riparo dalle passioni del momento che sappia saggiamente decidere per il lungo periodo e per il bene delle persone anche quando tutto sembra volgere al peggio, alla lotta, alla guerra. La politica invece, come ormai ci hanno spiegato schiere di psicologi, soprattutto nel momento cruciale dell’apposizione del voto sulla scheda elettorale, coinvolge l’emisfero destro, quello dell’emotività, della percezione olistica, dell’intelligenza emotiva, dell’istinto.
Della “pancia”. Il problema è che l’Europa ha un governo politico. E che c’è una crisi che nell’Europa dei trattati non si era mai verificata. Quindi, i politici al governo in Europa non riescono a dimostrarsi al di sopra delle passioni del momento, soprattutto quando si decidono dei tagli, ed essere rieletti dopo aver tagliato, che lo si sia fatto a Bruxelles o nella propria capitale nazionale, non è affar semplice.

Dopo il disastroso risultato delle ultime elezioni greche, sembrava dunque inevitabile anche la débâcle irlandese con il referendum sul trattato fiscale. Invece i sondaggi delle ultime settimane rivelano un corpo elettorale insospettabilmente razionale e convinto sostenitore dell’azione europea: se si votasse oggi (ma si vota tra non molto, il 31 maggio) il famigerato fiscal compact sarebbe approvato. L’ultimo sondaggio dell’"Irish Times" rivela che il 39% è disposto a votare «sì» all’approvazione delle misure di rigore finanziario imposte dall’Europa, mentre il no si ferma al 30%. Ma il blocco degli indecisi (22%) e dei non votanti (9%) si dimostra anche nell’Isola verde decisivo come negli altri paesi. Poco distanti da queste le cifre che dà l’"Irish Independent", mentre la televisione di stato Rtè indica il «sì» tra il 58% e il 60%, escludendo dal computo i non votanti e gli indecisi, confermando in questo le cifre circolanti.

Le campagne sui due fronti, memori dei due referendum su Lisbona, si sono spese molto per far comprendere ai cittadini i possibili effetti dell’approvazione di quello che tecnicamente è un emendamento all’articolo 29 comma 4 della Costituzione irlandese. Sostanzialmente, la modifica impedisce alla costituzione di intervenire in qualsiasi operazione o legge compiute al fine di attuare il trattato, così come approvato il 2 marzo 2012. Il partito al governo, il Fine Gael, e il Fianna Fáil, lo storico partito che ha guidato il paese per 61 degli ultimi 79 anni, sono i grandi sostenitori del «sì», mentre il fronte del «no» è guidato dal Sinn Féin e dai Laburisti, sebbene con qualche defezione nelle ultime settimane.

Il Tesoro, da parte sua, ha già avvertito che nel caso di un’affermazione del «no», l’Irlanda sarebbe costretta a pagare un interesse doppio di quello che sta versando per il salvataggio del 2008 (oggi al 3,46%), perché non potrebbe accedere al nuovo fondo salva stati che finora ha in dotazione 700 miliardi di euro e, ricorrendo al mercato, accederebbe al massimo a quel 7% che ora pagano i buoni del tesoro irlandesi. I quali, tra parentesi, sono stati definiti da Bank of America il miglior investimento del mondo nell’ultimo anno. Il governo ha lanciato anche un sito per informare i cittadini dei benefici e delle questioni connesse all’approvazione del trattato, ma il Taoiseach (primo ministro) Enda Kenny non ha ritenuto di doversi esporre in dibattiti pubblici o televisivi, nonostante i numerosi inviti, accettando solo di comparire domenica sera, a quattro giorni dal voto, per rivolgere un discorso alla nazione, dunque senza dibattito. Non sono mancati anche momenti di imbarazzo, quando il ministro del lavoro Richard Bruton ha detto che il piano B del governo in caso di esito negativo della consultazione sarebbe stato quello di andare di nuovo al voto, idea prontamente smentita dallo stesso Bruton e da Kenny.

Il ministro delle Finanze, Eamon Gilmore, nel tentativo di rassicurare anche quella parte di elettorato tradizionalmente antieuropea, gli operai e in generale le fasce a basso reddito e a bassa scolarizzazione, ha comunque confermato che l’Irlanda non intende rivedere la sua appetitosa imposta unica sulle imprese, oggi ancora al 12,5%, come era stato richiesto da Sarkozy prima e da Hollande poi, per creare una tassazione europea armonizzata. E piovono accuse anche all’uomo d’affari Declan Ganley, accusato di approfittare dell’incertezza economica per aiutare gli irlandesi a farsi un conto in svizzera. Insomma, razionalità sì, ma sempre con un occhio al portafoglio.

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