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Minneapolis, 10/8/2009
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  • lettere internazionali

La riforma sanitaria e la religione americana. Il varo della riforma del sistema sanitario costituisce buona parte del programma della presidenza Obama: una riforma capace di togliere gli Stati Uniti dalla scomoda posizione di unico paese, tra quelli a economia capitalistica avanzata, che non riesce a offrire assistenza medica a tutti i suoi cittadini. Oltre ai cittadini americani che non sono assicurati (tra i 47 e i 50 milioni), vanno aggiunti tutti quegli americani che sono “sotto-assicurati”, cioè solo parzialmente coperti da un’assicurazione sanitaria che, nel caso di incidenti o malattie gravi, li condurrebbe alla bancarotta. La ragione della riforma sanitaria però non è solo politica e socio-assistenziale, ma anche economica: negli ultimi anni il potere di acquisto dei salari americani non è diminuito per una contrazione dei livelli di retribuzione, ma per un’espansione senza controllo dei costi delle cure mediche e quindi delle assicurazioni. Per una famiglia di reddito medio-basso l’assicurazione sanitaria può arrivare a consumare fino all’8-10% delle entrate. In breve tempo, il mantenimento dello status quo condurrebbe una quota enorme e crescente della ricchezza dello stato e delle famiglie ad essere risucchiata dalla spesa sanitaria.
È certamente vero che gli sforzi finora fallimentari di varare una riforma del sistema sanitario sono stati frustrati anche dalle lobbies delle assicurazioni sanitarie a Washington. D’altra parte, coloro che in quest’estate 2009 stanno rendendo difficile il cammino della riforma non sono solo i repubblicani alfieri ad oltranza del libero mercato, ma anche i “Blue Dog Democrats”, i democratici conservatori del Sud. Inoltre, dagli ultimi dati sembra che l’élite politica di Washington sia aperta verso le istanze della riforma, mentre gli elettori americani appaiono assai più sospettosi verso un sistema sanitario di Stato che andrebbe ad affiancarsi (e non a sostituirsi) a quello privato.
Il sospetto dei contribuenti americani si fonda sulla paura di costi crescenti e di un deficit e di un debito pubblico fuori controllo. Ma la diffidenza degli americani verso un sistema sanitario gestito anche dallo Stato è bipartisan e radicata in alcune caratteristiche storiche e culturali degli Stati Uniti. Se è vero, come affermava Ivan Illich in Nemesi medica che l’uomo contemporaneo ha sostituito l’aspirazione alla “salvezza” con quella per la “salute”, il sistema americano di rapporto tra Stato e Chiese (il “muro di separazione”, come Thomas Jefferson interpretava il primo emendamento della Costituzione) spiega le difficoltà di inserire il governo federale nel sistema di organizzazioni che si occupano della salvezza-salute dei credenti-cittadini contribuenti.
Come avevano rifiutato un’unica chiesa di Stato che mediasse tra il singolo e il Creatore ai fini della salvezza dell’anima, allo stesso modo gli americani sono riluttanti nell’affidare la propria salute fisica ad un medico pagato dallo Stato. Quest’analogia diventa più credibile quando si osserva il paesaggio di quella parte di America che non si vede nei film: è un paesaggio disseminato di chiese piccole e grandi, tutte libere e concorrenti sul mercato delle fedi, diverse per confessione ma anche per etnia di provenienza, ed è costellato di mini-ospedali e poliambulatori per tutti i malanni, gli orientamenti antropologici (medicina classica, olistica, integrata), e i background socio-etnici (medicina cinese, laotiana-hmong ecc.). Il rapporto tra individuo e gestione della salute-salvezza non accetta volentieri interferenze e mediazioni: né tra salvezza e credente, né tra medico e paziente. La proverbiale diffidenza del popolo americano verso il potere e il governo federale è solo un elemento delle ostilità verso una riforma del sistema sanitario che veda lo Stato offrire copertura sanitaria a quanti ne sono privi. Le ultime grandi riforme sociali negli Stati Uniti - il new deal di Franklin Delano Roosevelt e la great society di Lyndon Johnson - non dovevano fare i conti con un’America in cui il legame tra religione e politica è molto più forte che ai tempi della Costituzione del 1787.

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