Rivista il mulino

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Falkland/Malvinas, 3/4/2012
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  • lettere internazionali

La guerra di Cristina. Settantaquattro giorni di battaglia, poco più di novecento vittime, la fine di un regime (quello militare argentino), il consolidamento del governo di Margaret Thatcher allora in crisi di popolarità: poche righe basterebbero per descrivere il conflitto tra Argentina e Gran Bretagna sulla sovranità delle isole Falkland. A trent’anni dall’invasione, tutto questo sembra restare nell’ombra.

In Argentina, a occupare la scena di questo anniversario, sono stati discorsi ispirati da un esacerbato nazionalismo. Un nazionalismo assai simile, nelle sue matrici culturali, a quello che il 2 aprile 1982 portò il governo militare a lanciare Operación Rosario e a occupare la capitale delle isole, Port Stanley, ribattezzandola Puerto Argentino e così piegando, in maniera evocativa, la toponomastica al cambiamento di nazionalità.

In quel momento, l’operazione militare sembrò un grande successo di politica interna: il popolo argentino che si strinse attorno al proprio governo, acclamandolo dalla Plaza de Mayo, rappresenta forse l’immagine più emblematica di questa vicenda. Poi, con il passare dei giorni, la ferma risposta inglese, il negato sostegno statunitense all’impresa argentina e un’avventura militare pianificata male fecero sgretolare quel senso di compatta euforia che aveva conquistato l’Argentina intera.

Proprio di questo vorticoso sentimento popolare antimperialista e nazionalista si nutre l’azione diplomatica e culturale intrapresa negli ultimi mesi dalla presidenta Kirchner. Non si tratta di una semplice appendice al tradizionale discorso proferito dal presidente argentino dinanzi all’Assemblea generale delle Nazioni Unite; siamo di fronte, piuttosto, a un vero e proprio progetto politico. Un progetto che cerca di coinvolgere la maggioranza degli Stati latinoamericani nella protesta contro il governo inglese: dalla Cuba castrista, nume tutelare della religione dell’antimperialismo in America Latina, al Venezuela chavista, vestale dello stesso culto, passando per i Paesi del Mercosur e giungendo, negli ultimi giorni, a una dichiarazione congiunta degli Stati dell’Unasur (Unione delle nazioni sudamericane). Si assiste, al contempo, a una recrudescenza culturale del nazionalismo che assume le forme più disparate (così, ad esempio, si è scelto di intitolare il campionato di calcio argentino al “Crucero General Belgrano”, incrociatore argentino affondato dagli inglesi proprio durante la guerra). L’operazione politica lanciata da Néstor Kirchner, prima, e da Cristina, poi, è stata quella di erodere il nesso strettissimo tra la guerra e l’ultima dittatura militare argentina (1976-1983). Ciò risponde alla necessità di rigenerare il movimento peronista, di cui i Kirchner sono gli epigoni, dopo il periodo della “vergognosa sottomissione all’impero” promossa dall’ex presidente Carlos Menem. Per collegarsi direttamente con il capostipite Perón, il peronismo del XXI secolo tenta di rifarsi una verginità politica anche facendo appello alla ‘causa Malvinas’.

Quel che emerge da questa vicenda è una rappresentazione dell’Argentina unita e pronta a porre fine all’ultima guerra di liberazione coloniale. Un’Argentina monolitica che, ancora una volta, sembra destinata a porsi alla guida dell’America Latina in opposizione all’Impero di turno. Si tratta di un’immagine basata non tanto sulla realtà quanto su una sua interpretazione mitologica, che inizia già a mostrare le sue ombre. In ambito diplomatico, infatti, sia l’Uruguay sia il Cile hanno iniziato a prendere le distanze dal blocco navale che l’Argentina ha inteso imporre alle navi battenti bandiera delle Isole Falkland (la questione sarà dibattuta nel corso del Summit delle Americhe in programma per i prossimi giorni a Cartagena de Indias, in Colombia). Persino all’interno del Paese sono emerse le crepe della rappresentazione kirchnerista, contro cui si sono espressi i principali quotidiani nazionali (“Clarín” e “La Nacíon”) e un gruppo di intellettuali. Questi ultimi, in particolare, hanno promosso una soluzione pacifica della questione Falkland che tenga conto tanto degli interessi nazionali argentini quanto del principio di autodeterminazione degli abitanti delle isole, i kelpers. Non v’è dubbio che la risoluzione della questione delle Falkland/Malvinas tocchi il carattere più intimo del senso di comunità nazionale argentino: da un lato, l’idea di una società plurale fondata sulla libertà, sull’uguaglianza e sull’autodeterminazione; dall’altro l’idea di una comunità strutturatasi intorno a un clima di agitazione nazionalista.

 

Sull'ultimo numero del "Mulino" (1/12), un articolo di Andrea Goldstein su L'Argentina della Presidenta.

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Comments
Pier Paolo Castellari, 11-04-2012, 12:00
Dal punto di vista geografico, non v'è dubbio che le isole Malvine siano argentine, per prossimità. D'altra parte, imperialismo o non, su quell'atollo si parla inglese da generazioni, si praticano i sistemi di coltivazione inglesi, si veste e si abita come nelle campagne di sua maestà Quanto tutto questo sia sovrastrutturale, non inficia il senso d'identità delle ridotte, ma rispettabili popolazioni. La revanche peronista, la pretesa di rappreentare tutti i Paesi latino-americani, contro un imperialismo d'epoca  è poco sano, perché è un revanscismo fascista, che si nutre di troppi trasformismi continentali. Foss'anche, com'è e come è stato, un approccio alle risorse petrolifere, stimate sotto il mare, la proposizione è pretestuosa e impropria, ideologicamente pericolosa. Si prenda atto della realtà empirica e si stringano buoni accordi commerciali con l'Inghlterra, si affini la diplomazia e si prenda spunto per far maturare la sclerotica costumanza politica sud-americana.