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Madrid, 29/11/2011
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  • lettere internazionali

Le elezioni spagnole del 20 novembre. Ora tutti gli occhi sono puntati su Mariano Rajoy. Classe 1955, galiziano come Manuel Fraga, sotto la cui egida ha mosso i primi passi nella vita politica, passato per l’esperienza amministrativa di presidente della provincia di Pontevedra, poi di vice presidente della Giunta di Galizia, prima di approdare al governo nelle due legislature di José María Aznar, da cui fu prescelto come candidato del Partito popolare (Pp) nelle elezioni del 2004, Rajoy si è finalmente scrollato di dosso lo stigma dell’eterno perdente. In realtà le elezioni del 2004 le aveva perse Aznar con la sua menzognera e strumentale gestione degli attentati di Atocha; quelle del 2008 i falchi aznaristi, responsabili di aver animato un’opposizione tesa unicamente alla delegittimazione del risultato elettorale e del governo socialista uscito dalle urne, poi di una campagna elettorale tutta contro e priva di proposte. Dai falchi del partito Rajoy era riuscito a liberarsi tardivamente e all’indomani delle elezioni del 2008 aveva conosciuto il momento peggiore della sua carriera politica, dovendo  affrontare i colpi di coda degli stessi settori, poi sconfitti ed emarginati nel congresso di Valencia del giugno 2008. Da quel momento in avanti Rajoy, passo dopo passo, ha consolidato la propria leadership, promosso una nuova leva di dirigenti, tra i quali numerose donne (María Dolores de Cospedal e Soraya Sáenz de Santamaría), evitato di rimanere imbrigliato nei clamorosi scandali che hanno coinvolto personalità di primo piano del Pp (“caso Güertel” su tutti), risalito lentamente la china di popolarità che lo aveva visto sempre soccombere di fronte a Zapatero, in particolare in occasione degli annuali dibattiti sullo stato della Nazione che si tengono alle Cortes. Sopraggiunta la crisi finanziaria internazionale, a dare una mano al confermato leader popolare ha pensato l’ostinazione con cui Rodríquez Zapatero ha negato per oltre un anno il carattere dirompente di quella crisi e il ritardo con cui si è risolto ad adottare, peraltro sotto ingiunzione delle istituzioni europee, le misure draconiane per fronteggiarla.

Questo il contesto in cui è maturata la straordinaria vittoria, prevista e scontata, del Pp nelle elezioni del 20 novembre scorso e il clamoroso tracollo, andato oltre le più funeree previsioni, del Psoe. L’aveva annunciata l’esito delle elezioni europee del 7 giugno 2009, quanto i popolari avevano scavalcato i socialisti. Era stata confermata dal voto amministrativo del 22 maggio 2011, quando il Psoe era stato sopravanzato di circa 10 punti percentuali, perdendo tutte le Comunità Autonome in cui era al governo e le principali città, comprese le tradizionali roccaforti di Siviglia, Cordova e Barcellona.

Il 20 novembre i popolari di Rajoy hanno conquistato la maggioranza assoluta al Congresso dei deputati con 186 seggi, pari al 44,62% dei voti espressi. I socialisti di Alfredo Pérez Rubalcaba hanno ottenuto appena 110 seggi con una percentuale del 28,73%. Lasciando da parte il Senato, che nel sistema parlamentare spagnolo ha un ruolo secondario, e dove comunque il Pp ha rafforzato le proprie posizioni passando da 101 a 136 seggi e i socialisti sono crollati da 89 a 48 seggi, i popolari hanno toccato il picco più alto di tutta la storia della democrazia spagnola in termini di voti, di percentuale e di seggi, superando la trionfale conferma di José María Aznar nelle politiche generali del 2000. I socialisti toccato il minimo storico in voti, percentuale e seggi. Rispetto alle precedenti elezioni politiche il Pp è cresciuto di quasi 5 punti, con un incremento di 32 seggi. Il Psoe ha perso oltre il 15% dei voti e 59 seggi. In termini assoluti circa 3.300.000 elettori, il cui voto si è riversato su Izquierda Unida, che per poco non ha raddoppiato i propri consensi, passando dal 3,77% del 2008 al 6,92% e da 2 a 11 seggi, e su Unión Progreso y Democracia (UPyD), passata da un seggio con l’1,19% del 2008 agli attuali 5 seggi con il 4,69% dei voti. Anche attribuendo l’incremento dell’astensione (2,16% rispetto alle elezioni del 2008) agli elettori socialisti delusi, resta una quota non trascurabile di voti transitati direttamente dai socialisti ai popolari. 

Se questi sono i dati che più contano, non bisogna trascurarne un altro destinato a pesare sul futuro quadro politico e a complicare la vita di Rajoy. Riguarda il voto basco, che non solo si è orientato a maggioranza sui partiti nazionalisti, ma tra questi, per la prima volta dalla morte di Franco, ha premiato la componente più radicale (il cartello presentatosi con la denominazione Amaiur), che ha ottenuto più voti e più seggi del Partito nazionalista basco (PNV), tradizionale rappresentante del nazionalismo basco democratico e moderato. 

Quando Rajoy si sarà insediato alla Moncloa – presumibilmente attorno al 20 dicembre – e avrà varato il proprio governo conterà con scarsissimi margini di manovra per quanto riguarda la politica economica. Riduzione del deficit pubblico e riforme strutturali, specie per quanto concerne la flessibilizzazione del mercato del lavoro, saranno i principali terreni di verifica delle sue capacità di governo. Dovrà soprattutto creare occupazione, riformare il sistema finanziario, portare a galla l’economia sommersa. Durante la campagna elettorale ha promesso che avrebbe salvaguardato il potere acquisitivo delle pensioni, che il governo socialista era stato costretto a congelare.  Non è un compito facile quello che ha di fronte, ma potrà contare su un consenso e su un controllo del territorio che non ha avuto nessuno dei suoi predecessori.

Sull’altro fronte i socialisti hanno davanti una strada lunga e tutta in salita. Nella prima settimana di febbraio terranno a Siviglia il loro XXXVIII Congresso. I delegati dei 220.000 iscritti eleggeranno il nuovo segretario generale (carica tutt’ora occupata da Zapatero), che forse sarà anche il candidato per le elezioni del 2015. Non si conoscono ancora le intenzioni di Pérez Rubalcaba, né quelle di Carmen Chacón, l’attuale ministro della Difesa, che era stata indotta dall’apparato del partito a rinunciare alla propria candidatura nel momento in cui Zapatero aveva annunciato di volersi fare da parte. Nel comitato federale del 26 novembre Zapatero ha ribadito di aver commesso “errori di gestione e di comunicazione” e ha individuato il momento di scollatura tra governo ed elettori nel maggio del 2010, con l’adozione dei drastici provvedimenti per fronteggiare la crisi, indicati quale principale causa della sconfitta. Si tratta di un’analisi riduttiva, che sorvola sul tempo perduto nell’anno precedente e che socializza responsabilità che se non possono essere addebitate al solo Zapatero, investono il partito e i ministri del suo governo per un diverso motivo: quello di avergli consentito di accentrare nelle sue mani tutte le decisioni e le comunicazioni al riguardo, di non averlo saputo consigliare e, quando necessario, contrastare. Le premesse per la ripresa socialista risiedono nell’avvio di una seria riflessione su questo punto.

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