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Nuova Delhi, 3/7/2009
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  • lettere internazionali

Il Grande balzo dei Maoisti indiani. L’emergenza Maoisti nelle aree rurali dell’India continua a dilagare, e ora si teme possa estendersi alle grandi città. Nuove armi, tattiche di guerriglia più evolute e un numero crescente di sostenitori, sono alla base del successo riscosso da questi commando di estrema sinistra, in lotta, dicono, per far valere i diritti degli indiani più poveri e dei senza terra.

Rispetto agli anni Sessanta, quando il movimento Maoista era localizzato in poche aree tribali, e i guerriglieri armati con archi, frecce, utensili da lavoro e qualche archibugio, oggigiorno lo scenario è cambiato. Stando ai dati forniti dal Centro indiano per la gestione dei conflitti (IFCM), i ribelli del Liberation Guerrilla Army, legati in particolare al Communist Party of India-Maoist – partito bandito dalla scena politica e trattato alla stregua di un’organizzazione terroristica –, attualmente sarebbero presenti in 22 dei 29 stati dell’Unione, conducendo azioni di guerriglia e proselitismo in 180 distretti su un totale di 630, rispetto ai 56 distretti del 2001, schierando sul campo un esercito (seppur frammentato) di 22.000 uomini. Significa che in un triennio la presenza dei Maoisti è più che triplicata, da un lato grazie all’attenzione per le reali problematiche dei più poveri, lontani anni luce dai palazzi di New Delhi, ricevendo in cambio appoggio; dall’altro sostituendo coltelli e archi con mitragliatori automatici, lanciagranate ed esplosivi, soprattutto di provenienza cinese, reperiti attraverso una fitta rete clandestina che passa per Birmania, Bangladesh e Nepal.

Fino ad ora, i Maoisti hanno adottato la tecnica della guerriglia, operando soprattutto nei propri territori di appartenenza (quindi ben conosciuti) e lanciando attacchi fulminei contro obiettivi strategici scelti di volta in volta, ma pur sempre localizzati nei villaggi e nelle aree rurali, riuscendo in molti casi ad eludere le azioni repressive delle Forze di Sicurezza schierate da New Delhi. Negli ultimi tempi però, è stato lanciato l’allarme sulla possibile estensione delle attività dei Maoisti anche nelle grandi città indiane. "Hanno un piano preciso per espandere i loro tentacoli in altre aree del Paese – ha commentato M.L. Kumawat, portavoce del dipartimento di Sicurezza Interna e capo delle Border Security Forces, intervistato da Reuters –, e ora ci servono forze altamente specializzate per vedersela con le armi sofisticate in loro possesso. Le nostre forze di polizia ci riusciranno, ma non so dire se siano in grado di affrontarli ora". Ebbene, secondo gli stessi esponenti delle autorità governative – tra i primi bersagli degli attentati dei Maoisti –, i guerriglieri sarebbero più forti e meglio armati dell’esercito regolare indiano schierato contro di loro. A complicare ulteriormente le cose, il fatto che parte degli oltre 1000 attacchi sferrati negli ultimi 12 mesi, siano avvenuti nelle vicinanze di importanti centri urbani, come quello di Nayagarh, a soli 87 chilometri da Bhubaneswar, capitale dell’Orissa. Nuove azioni sono avvenute in importanti città del West Bengal – dove in queste ultime ore ci sono stati molti scontri con le Forze di Sicurezza, e diverse vittime –, tuttavia, secondo Kumawat, a confermare la nuova strategia dei Maoisti, orientata alle città, ci sarebbe l’arresto di alcuni leader del movimento, intercettati a Bangalore, importante metropoli dell’India Meridionale. Comprensibile dunque l’apprensione del governo indiano, manifestata in più occasioni dallo stesso premier Manmohan Singh, che da tempo descrive i Maoisti come "la maggiore minaccia alla sicurezza interna dell'India".

Negli ultimi 20 anni, le azioni messe in atto dal Liberation Guerrilla Army hanno provocato 6000 vittime, 4300 delle quali dal 2003 ad oggi. Ne risulta un quadro sconfortante, che vede attive sul territorio, oltre ai guerriglieri del CPI-Maoist, altre organizzazioni legate al People’s War Group, al Maoist Communist Center, al Communist Party of India (Marxist Leninist) Janashakti, e al Tritiya Prastuti Commitee (TPC). Sommando a questi tutte le altre entità strutturate di combattenti operanti entro i confini nazionali (non solo di estrema sinistra), risulta che l’India è il paese al mondo con il maggior numero di organizzazioni classificate come ‘terroristiche’. Secondo i dati forniti in questi giorni dal Ministro degli Interni (fonte Times of India), sarebbero ben 27 i gruppi indiani riconosciuti ufficialmente, ma il numero sale a 34 se si sommano quelli stranieri, in particolare di origine pakistana, attivi in India.

Tornando ai Maoisti, la necessità di frenare il dilagare della loro azione, ha indotto le forze di sicurezza ad adottare nuove strategie, come la recente introduzione del Target Message Service (TMS), servizio di avviso telefonico affiancato dalla distribuzione gratuita di telefoni cellulari nei villaggi. In questo modo, le autorità governative si aspettano di ricevere ‘soffiate’ telefoniche, tempestive e rigorosamente anonime, da parte degli stessi contadini e lavoratori poveri per i quali si presume combattano i Maoisti. La fase sperimentale ha coinvolto 220 capi villaggio nello stato di Jharkhand, per essere poi estesa all’area di Anantapur, nello stato dell’Andra Pradesh, così come riportato dal quotidiano «The Hindu», assieme alle istruzioni per l’uso: "la presenza di obbiettivi Maoisti deve essere comunicata via messaggio alla polizia, non appena si riesca ad ottenere qualsivoglia informazione che li riguardi". Come era immaginabile, la risposta dei ribelli non si è fatta attendere, e pochi giorni più tardi hanno fatto saltare in aria alcune torri di trasmissione della Airtel, il principale gestore indiano di telefonia, mozzando così le ali al TMS, prima ancora che potesse spiccare il volo.

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