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Il paradosso della gauche
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La Francia è spesso presentata come un Paese che, al pari dell’Italia, conosce una forte crisi della sua democrazia e dove i cittadini sembrano essere sempre meno interessati alla politica. Le primarie socialiste che si sono appena svolte permettono di sfumare una simile posizione. Il Partito socialista era piuttosto reticente a organizzarle poiché non appartengono alla sua tradizione, ma si è infine persuaso grazie a esperti e personalità varie che hanno studiato da vicino l’esperienza americana e quella italiana. Nell’impossibilità di regolare dall’interno la delicata questione della sua leadership, alla fine il partito ha optato per le primarie. Convinto sino a ieri che il suo campione, Dominique Strauss-Kahn, non avesse rivali pericolosi, aveva valutato che il rischio di scontri tra diversi concorrenti fosse molto limitato. Tra lo scetticismo generale, a dispetto della debolezza dei suoi mezzi (i socialisti non sono più di 130.000) e della sua inesperienza in materia, si è poi lanciato in questa avventura. La defezione di Strauss-Kahn, in seguito all’inchiesta giudiziaria di cui è stato oggetto negli Stati Uniti, ha modificato la sostanza delle primarie. Invece di rappresentare una sorta di “liturgia di conferma” , si sono trasformate in un’arena di confronto tra sei candidati. La grande copertura mediatica di cui le primarie hanno beneficiato ha suscitato l’interesse dell’opinione pubblica. Più di 2.600.000 persone hanno votato al primo turno, e quasi 3 milioni al secondo: cifre assai importanti per la Francia, dove i partititi sono scarsamente radicati.

Quale insegnamento trarre, per il Ps, da questo scrutinio? I partito è riuscito, innanzitutto, ad avviare la mobilitazione di parte del suo elettorato (di cui bisogna ora circoscrivere l’identità al fine di determinarne la rappresentatività). Quindi ha polarizzato l’attenzione su di sé, a scapito non solo della destra, ma anche delle altre forze della sinistra, il Parti de gauche e i Verdi, che, in futuro, dovranno decidere se organizzare anch’essi delle primarie o se accettare di partecipare a primarie di coalizione sul modello italiano.

Queste elezioni primarie, inoltre, hanno dimostrato un paradosso. Da una parte, si è affermata la resilienza della sensibilità della sinistra tradizionale e radicale con Arnaud Montebourg, che ha saputo mescolare il tema del rinnovamento politico (lotta alla corruzione e passaggio a una VI Repubblica) e quello della critica al libero scambio, alla grande finanza e alla globalizzazione. Si è imposto come il terzo uomo del primo turno, con più di 455.000 elettori e il 17% dei voti. Minoritario, dunque, ma significativamente rilevante nel risultato finale. D’altra parte, l’ampia vittoria di François Hollande rispetto a una Martine Aubry che aveva poche differenze di fondo con lui, ma adottava posizioni molto più a sinistra, attesta il successo delle istanze riformiste. Un riformismo, tuttavia, ancora un po’ sfocato e che ha dovuto fare alcune concessioni alla sua sinistra.

Facendo concessioni a sinistra , dovrà tenere conto del peso di questa se aspira ad allargarsi verso il centro.

La sinistra francese si trova dunque in una situazione paradossale. Da un lato, ha dimostrato la propria reale capacità di innovazione organizzando queste primarie, e mettendo così in imbarazzo tutti i suoi rivali, a sinistra, al centro e a destra. Dall’altro lato, ha confermato che la sua cultura politica resta una delle più tradizionali di tutte le sinistre europee, malgrado gli sforzi di conversione del riformismo che contraddistinguono alcuni dei suoi responsabili, a cominciare da François Hollande, che dovrà precisare le sue proposte e trasformarsi in un avversario più agguerrito per battere un Nicolas Sarkozy che, quando viene messo con le spalle al muro, diventata particolarmente bravo e pericoloso.

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