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Tel Aviv, 14/6/2011
rubrica
  • lettere internazionali

Il presidente a luci rosse. L’8 maggio scorso, Moshe Katsav, ex presidente dello Stato di Israele, avrebbe dovuto iniziare a scontare la pena detentiva di sette anni cui è stato condannato il 22 marzo 2011 dalla Corte distrettuale di Tel Aviv. La precedente sentenza del 30 dicembre 2010 l'aveva dichiarato colpevole di violenza sessuale e molestie a danno di due donne impiegate nel suo ufficio presidenziale. In seguito alla richiesta avanzata dall'avvocato di Katsav, il 3 maggio scorso la Corte Suprema ha accettato di posticipare l'ingresso in carcere dell'ex presidente fino alla data in cui la Corte stessa avrebbe deciso se accogliere o meno l'ulteriore richiesta dell'avvocato di sospendere la pena fino al termine del processo d'appello. Il 18 maggio la Corte Suprema ha accettato la domanda. Moshe Katsav ha cominciato la propria carriera politica fin dagli anni dell'università nelle schiere del Likud e dal 1977, anno della storica vittoria contro il Ma'arakh (imbattuto dalla fondazione dello Stato), è divenuto membro della Knesset. Ha servito in vari ministeri fino a essere eletto nel 2000 presidente dello Stato di Israele. Lo scandalo è scoppiato tra il 2006 e il 2007. Katsav si era rivolto all'Attorney General per denunciare alcuni tentativi di ricatto di cui era stato vittima, ma le indagini gli si rivoltarono contro quando una decina di donne lo accusò di molestie e violenze. Nel marzo 2007 l'Attorney General annunciò di voler indagare il presidente.

Il processo è cominciato nel gennaio 2010 e si è concluso con la sentenza di colpevolezza pronunciata il 30 dicembre scorso. Gli avvocati hanno comunque annunciato un ricorso alla Corte Suprema. Parallelamente al processo ufficiale, svoltosi a porte chiuse come da prassi nei casi di violenza, si è svolto un martellante processo mediatico. A più riprese l'ex presidente ha accusato la stampa di averlo condannato preventivamente. Un tema cruciale su cui i commenti del mondo politico e della stampa si sono moltiplicati è il rapporto tra la legge e la carica di capo dello Stato: molti si sono domandati se fosse appropriato processare il presidente o se fosse preferibile un accordo tra le parti, se ciò avrebbe o meno infangato la carica, se fosse o meno necessaria una punizione esemplare. I principali quotidiani israeliani quali “HaAretz”, “Jerusalem Post” e “Yediot Aharonot” hanno riportato il laconico commento alla sentenza pronunciato dall'attuale presidente, Shimon Peres, e dal premier, Bibi Netanyahu: “Siamo tutti uguali davanti alla legge”. “HaAretz” lo scorso 23 marzo scorso titolava: "Una decisione normale per un uomo normale". Il “Jerusalem Post” riportava le parole del giudice Karra che ha definito l'alta carica rivestita da Katsav come’un aggravante dei reati commessi, aggiungendo: “Nessun uomo è al di sopra della legge, qualunque sia il suo status”. L'ex presidente non è stato tuttavia privo di sostenitori: “Yediot Aharonot” ha riportato le numerose lettere scritte da rabbini legati ai movimenti religiosi sionisti a sostegno del capo dello Stato e in difesa dell'immunità della carica di presidente poiché intrinsecamente legata alla sacralità dello Stato. In risposta a queste lettere si sono mosse altre autorità religiose e non, tra cui Moshe Rabbenu, portavoce del World Zionist Organization, che ha argomentato contro l'impunibilità di Katsav citando fonti bibliche e talmudiche.

La decisone della Corte Suprema emessa il 18 maggio scorso ha suscitato nuove polemiche. “HaAretz” ha riportato le parole dell'avvocato dell'accusa, Peter Aryeh, secondo cui il principio di uguaglianza davanti alla legge sarà compromesso se i cittadini continueranno a vedere Katsav passeggiare al mercato. Lo stesso “HaAretz” ha pubblicato un editoriale infuocato il 19 maggio scorso in cui critica aspramente la decisione della Corte: il palese trattamento di favore riservato a Katsav rischierebbe di minare la fiducia dell'opinione pubblica nell'imparzialità della Corte Suprema e del sistema giudiziario in generale.

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