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viaggio in Italia / dopo il voto
Il voto nel Mezzogiorno

L’esito dell’ultima partita elettorale nel Mezzogiorno è inequivocabile. Il Movimento 5 Stelle ha straripato, forse contro le sue stesse attese. Ha raggiunto di slancio, e spesso superato, la soglia del 40%, tranne che in Lazio, dove è decisamente al di sotto. Due le spiegazioni possibili e cumulabili. La prima è che i 5 Stelle abbiano pagato le gaffe di Raggi; la seconda è che siano stati bloccati dalla buona reputazione di Zingaretti, che si è per giunta presentato alle regionali col sostegno di tutto il centrosinistra.

A spese di chi è avvenuto lo straripamento? È da ricordare anzitutto che già nel 2013, a quattro anni dalla fondazione, il M5S prese il 25% sia a livello nazionale, sia nel Mezzogiorno, attraendo voti da ogni parte, con una preferenza, significativa, per il centrosinistra. Tra il 2013 e il 2018 il Movimento ha poi accelerato la sua crescita nel Mezzogiorno, specie sul conto del centrosinistra: Pd e Liberi e Uguali messi assieme hanno perso tra 6 e 10 punti.

Il centrosinistra ha insomma perso male ed è stato soprattutto abbandonato dai ceti deboli. I risultati dei quartieri borghesi di Napoli e Palermo non sono entusiasmanti, ma, come nel resto del Paese, descrivono tanto il Pd quanto Leu come partiti di ceti benestanti urbani.

Il centrodestra è per parte sua rimasto stabile rispetto al 2013, pur avendo archiviato i suoi passati trionfi. In qualche caso, nel Lazio e un po’ in Sicilia occidentale, ha perfino guadagnato. Rispetto al 2013 si è accaparrato qualche spoglia di Scelta Civica. Ma rispetto al M5S ha tenuto, tranne che in Campania, dove ha anch’esso subito una grave emorragia. Sono indicazioni approssimative, confermate però, sempre approssimativamente, dalle indagini sui flussi. Secondo le stime dell’Istituto Cattaneo, a Salerno e Napoli il Pd ha perso in direzione di Leu e ben di più verso l’astensione e il M5S.

Questi grosso modo i dati generali. Proviamo ora a ragionare sul significato del voto. La spiegazione più banale è che a Sud il M5S ha lucrato sul malessere sociale, mentre nel Centro Nord la Lega, che è l’altro vincitore della contesa, si è rifatta sull’immigrazione, oltre che su alcune gravi situazioni di declino. Tutto lascia però pensare che diversi siano stati gli investimenti. Ciascuno ha investito sul mercato che gli sembrava più accogliente. La Lega ha investito residuamene nel Mezzogiorno, giusto per accreditarsi come partito nazionale. Il M5S, che una formazione nazionale era già, ha preferito sfruttare la debolezza del centrosinistra meridionale.

È per contro da evitare la categoria del voto di scambio, che secondo una gloriosa tipologia si affiancherebbe al voto d’opinione e al voto d’appartenenza. Dove, nei discorsi correnti, il voto d’opinione sarebbe razionale e nobile, il voto d’appartenenza irrazionale, ma perdonabile, e il voto di scambio razionale, ignobile e imperdonabile. Come classificare il voto al M5S?

Voto di appartenenza non è. Troppo repentina la sua crescita, né il M5S è un partito convenzionale. Dispone sì di una militanza, on line e nei meet-up, ma non è, e non vuol essere, un partito cementato da un solido set di valori e interessi condivisi. Vuol essere punto d’incontro tra individui, non spazio politico-culturale, quantunque di fatto lo sia. La stessa prospettiva della disintermediazione, del nesso diretto tra base e leadership, evoca un vincolo fluido.

Non si può parlare neppure di voto d’opinione, tipico in linea generale di un ideale elettore maturo, che, consapevole dei suoi interessi, si sposta da un partito all’altro. In un partito che ottiene il consenso di 4 elettori su 10 il voto d’opinione è marginale. Ma non è appunto nemmeno voto di scambio. Il fattore personale, che nei collegi uninominali trova il suo humus, ha, nel successo del M5S, contato pochissimo. Anche perché i suoi candidati erano mediamente sconosciuti: il M5S ne ha fatto anzi un tratto distintivo. Non ha neanche adottato la strategia di schierare i parlamentari uscenti, che sul territorio avrebbero potuto avere qualche presa, nei collegi uninominali. Quando in una ventina di collegi si è fatta eccezione, solo occasionalmente i frutti sono stati molto buoni: quando i candidati erano figure molto note, come Di Maio e Fico. Infine: il M5S non ha risorse da distribuire.

La tipologia va pertanto integrata. Magari aggiungendovi il voto di protesta, con una spiccata tonalità antipolitica. È un fenomeno nazionale e forse globale. Una fetta di elettori per sconforto, sfiducia, disperazione, rancore, odio perfino, verso gli altri concorrenti, e i partiti in genere, preferisce i partiti eccentrici. È successo anche nel Mezzogiorno. Non è detto tuttavia che il voto di protesta sia cieco, sostanzialmente antidemocratico, irrazionale e ignobile, cioè populista, come qualche osservatore malevolo sostiene. Può essere molto razionale e perfino segno di tonicità civica.

Sulla società meridionale grava una corona irta di spine: povertà e disoccupazione sono elevatissime, i giovani emigrano, i servizi pubblici sono allo stremo, fortissimo è il sentimento di esclusione. Le classi dirigenti locali, di destra e di sinistra, hanno dato pessima prova di sé. All’insegna del cosiddetto federalismo competitivo, e di un larvato razzismo, il Sud è stato abbandonato al suo destino, anche perché non serve più quale serbatoio elettorale utile a tenere i comunisti a distanza. Così sul Mezzogiorno si è scaricata una quota ragguardevole dei costi del declino che ha colpito il Paese. Quasi metà degli elettori meridionali, per lo più provenienti dai ceti deboli, hanno replicato votando per il concorrente più eccentrico, che ha fatto della diversità la sua insegna e che più disturba i partiti convenzionali. Potrebbe starci anche una componente di azzardo: le abbiamo sperimentate tutte, sperimentiamo anche questa.

Dopotutto, i candidati del M5S sono giovani, nuovi, reclutati sul territorio, tra quelle centinaia di bravi laureati cui è vietato un dignitoso posto di lavoro. Che abbiano qualche difficoltà coi congiuntivi non è così grave. Quanto alle innegabili carenze democratiche del M5S, gli altri partiti hanno poco da insegnare. Converrebbe semmai riflettere sulle vivaci energie imprenditoriali – weberianamente imprese sono pure i partiti – che il M5S ha mobilitato, distraendole dai partiti convenzionali, e pure dall’economia locale, formale e informale, attivissima quest’ultima nel Mezzogiorno. È il M5S la Lega del Mezzogiorno? No, perché ha ampio seguito nazionale. Magari ha civettato con le nostalgie borboniche. Ma è verosimile che gran parte degli elettori meridionali abbia idee alquanto vaghe su Franceschiello e i suoi avi.

In verità c’è anche una terza spiegazione, che ritira in ballo il voto di scambio. Secondo i soliti osservatori malevoli, l’elettorato meridionale, assistenzialista e clientelare com’è di natura, avrebbe parecchio apprezzato la proposta del cosiddetto reddito di cittadinanza. Se non che, di una tale misura è legittimo discutere: della sua utilità e fattibilità, se sia vero reddito di cittadinanza, o razionalizzazione e estensione di altre forme di sostegno. Ma col clientelismo c’entra poco. È una misura di Welfare, in potenza universalistica, di cui anche fuori d’Italia si parla, per ovviare al generalizzato declino dell’occupazione, imputabile a vari fattori, e che nulla ha di vergognoso. È piuttosto da sottolineare la robusta vena di razzismo dei commenti che accusano i meridionali d’aver votato per questo il M5S, quasi che gli elettori non ne avessero fatto il primo partito in quasi tutto il Centro Nord.

Merita una citazione in merito ad un post fulminante di Maria Teresa Marzano: “Se il Sud vota a destra è voto mafioso, se vota a sinistra è per clientelismo, se vota 5 Stelle è per il reddito di cittadinanza. Se il Nord vota le stesse cose è per tanti motivi di cui nessuno particolarmente disonorevole e comunque le cose sono molto complicate. L’analisi del voto al Nord è un'operazione che necessita di finissimi distinguo e sofisticatissime parafrasi. Il voto del Sud viene liquidato utilizzando i soliti quattro pregiudizi buoni per tutte le stagioni. Forse, per capire la distanza tra Nord e Sud, bisognerebbe partire da qui”.

Il centrodestra nel Mezzogiorno, si è detto, è rimasto fermo ed è perfino leggermente cresciuto. La novità sta nella quota di elettorato che ha prescelto la Lega, che ha ottenuto un milione di voti e il premio di 23 eletti. Poca roba, rispetto al Centro Nord e, visto il discorso razzista della Lega, a onore del Mezzogiorno. La percentuale di voto leghista solitamente si aggira tra il 5 e il 6%. Nel Lazio e in Molise siamo intorno al 10%. Il dato è regionale e localmente si osservano concentrazioni più elevate e più inquietanti. Ma a guardare chi la Lega ha candidato nel Mezzogiorno, il significato diventa diverso da quello del voto leghista nel resto del Paese. Volendo uscire dal suo bacino originario, Salvini, onde dirottare vecchie appartenenze, ha assoldato un po’ di reduci. Su 25 eletti tra Camera e Senato circa tre quarti provengono dalla destra più classica: Msi, An, destra sociale. Di cui la Lega è dunque in qualche modo l’erede, in concorrenza con FdI. Con l’eccezione siciliana, ove si nota una campagna acquisiti tra ex Dc, ex berlusconiani e ex fittiani. Con l’occasione: in Sicilia pure il M5S ha eletto due ex Dc di discreta notorietà.

Una parola per concludere sui programmi. La Lega ha liquidato il Mezzogiorno in tre righe. Il Pd ha speso il 5% delle parole del suo programma. Leu ha taciuto o quasi. Così gli altri. Nemmeno nel programma del M5S si parla di Mezzogiorno. Che dire? Solo un’altra conferma che il Mezzogiorno è uscito di scena da un pezzo e non c’è tuttora rientrato. Vedremo se l’ammutinamento elettorale del 4 marzo persuaderà le forze politiche che l’abbandono del Mezzogiorno può avere costi elettorali e politici molto elevati.

 

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